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Dopo “La voglia che non vorrei” che ha avuto un grandissimo successo, ecco il secondo singolo da “Cambio direzione” che ha venduto oltre 70mila copie dalla sua uscita raggiungendo la status di disco di platino. Nek si conferma per l’ennesima volta una realtà della musica italiana, che ha un discreto successo anche all’estero.
La canzone è ispirata all’inno d’amore di San Paolo: La vita, se non si ha qualcuno con cui condividerla, significa davvero poco. “Se non ami, non hai un vero motivo per vivere…” .Ecco una slide con la canzone ed a seguire il testo testo: Puoi decidere le strade che farai puoi scalare le montagne oltre i limiti che hai potrai essere qualcuno se ti va ma se non ami se non ami non hai un vero motivo motivo per vivere se non ami non ti ami e non ci sei se non ami non ha senso tutto quello che fai puoi creare un grande impero intorno a te costruire grattaceli e contare un po’ di più puoi comprare tutto quello che vuoi tu ma se non ami se non ami non hai un vero motivo per vivere se non ami non ti ami e non ci sei se non ami se non ami non hai il senso delle cose più piccole le certezze che non trovi e che non dai l amore attende e non è invadente e non grida mai se parli ti ascolta tutto sopporta crede in quel che fai e chiede di esser libero alle porte e quando torna indietro ti darà di più se non ami se non ami tutto il resto sa proprio di inutile se non ami non ti ami non ci sei… senza amore noi non siamo niente mai…
INNO ALLA CARITA' (San Paolo ai Corinzi)
" Se anche parlo le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho la carità, sono un bronzo sonante o un cembalo squillante: E se anche ho il dono della profezia e conosco tutti i misteri e tutta la scienza; e se anche possiedo tutta la fede, si da trasportare le montagne, ma non ho la carità, non sono niente. E se anche distribuisco tutte le mie sostanze, e se anche dò il mio corpo per essere bruciato, ma non ho la carità, non mi giova a nulla. La carità è magnanima, è benigna la carità, non è invidiosa, la carità non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità; tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine; le profezie scompariranno: il dono delle lingue cesserà; la scienza svanirà; conosciamo infatti imperfettamente e imperfettamente profetizziamo. Ma quando verrà la perfezione sarà abolito ciò che è imperfetto. Quando ero bambino parlavo da bambino, pensavo e ragionavo da bambinio. Ma quando mi sono fatto adulto ho smesso ciò che era da bambino. Adesso vediamo come in uno specchio, in immagine, ma allora vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente,come perfettamente sono conosciuto. Ora esistono tre cose: la fede, la speranza e la carità; ma la più grande di esse è la carità."
Dalla Parola del giorno
Questa è l'alleanza che io stipulerò con la casa d'Israele dopo quei
giorni, dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le
imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio
popolo.
Come vivere questa Parola?
Il brano odierno della lettera agli Ebrei trascrive l'importantissimo
testo del profeta Geremia sull'Alleanza Nuova". Il termine si trova
solo in questo brano di Geremia, così lontano, nel tempo, da Gesù ma
così attento a cogliere e a profetizzare appunto la novità che Egli
solo venne a portare, rivoluzionando l'Antica Alleanza. Quest'ultima
era legata all'adempimento della Legge promulgata sul monte Sinai.
Essendo diventata la pratica della legge un'osservanza del tutto
esteriore, gl'Israeliti si smarrivano in adempienze formalistiche,
mentre il cuore si allontanava da Dio sempre più: "Porrò le mie leggi
nelle loro menti, le imprimerò nel loro cuore". E ancora: "Nessuno avrà
più da istruire il proprio concittadino, né il proprio fratello
dicendo: Conosci il Signore! Tutti infatti mi conosceranno". Si tratta
dunque di un'alleanza e di una conoscenza del tutto interiore,
personale, profonda che vivifica e salva chi non la banalizza, chi ne
ha il cuore consapevole. È l'alleanza istituita da Gesù con il suo
mistero di morte e risurrezione.
Oggi, nella mia pausa contemplativa, visualizzo quanto sono solito
guardare durante la celebrazione eucaristica: quando il sacerdote alza
il calice dove il vino è trasformato nel sangue del Signore. Sosto
dentro la ripetizione amorosa di quelle parole: "Questo è il calice del
mio sangue per la nuova ed eterna alleanza". Ecco: sono qui a "conoscere", nell'esperienza profonda del cuore.
Tu stesso Gesù sei ora la mia Legge di amore: un amore che si
estende a tutti, un amore davvero universale, un amore sempre nuovo per
ognuno che incontro. Grazie, Signore!
La voce di un cultore della Parola
La formula classica dell'alleanza è: «Voi sarete il mio popolo e io
sarò il vostro Dio!». La nostra felicità sta nello scoprire la forza di
quell'aggettivo possessivo «vostro». Dio è nostro!
Padre Raniero Cantalamessa
L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi,

ma nell'avere nuovi occhi.
Scopri le novità di Spaces! Blog, foto, amici… e molto altro!
Lunedì 2 Febbraio 2009 ore 20.oo l'Azione Cattolica di Bellaria presenta la Va edizione di:
SPORT E SOLIDARIETA'
programma della serata:
presenta Andrea Prada
Cena insieme Tombole con premi a tema sportivo Lotteria con premi sportivi per tutti Aste di maglie originali offerte da importanti società calcistiche
Saranno presenti alla serata alcuni calciatori professionisti
Il
ricavato sarà devoluto a favore dell' Associazione Papa Giovanni XXIII,
in particolare alla missionaria di Bellaria Sara Foschi
quote
20 euro per adulti 10 euro ragazzi fino a 15 anni
prenotazioni
Filippo 3392152404 Mauro 3490890930 Giovanna 3492853271 Stefania 3471209833 Cristina 3393480806

Verità di sé
Lotta dura contro il
natale tarocco. L'avvento ci permette di recuperare il senso autentico
del Natale, di non lasciarci travolgere dall'onda melensa di emozioni
che dovremmo dover vivere. Salviamo il Natale dall'approssimazione e
dal (falso) buonismo per ricuperarne il senso teologico, scomodo ma
salutare.
Non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce e a commuoverci davanti a
questo bambino ignudo. Siamo qui a digerire la più brutta figura della
storia dell'umanità, che, peraltro, reitera tale atteggiamento.
Dio è venuto, stanco di essere frainteso, esasperato dalle nostre proiezioni.
Dio è venuto e si è raccontato in Gesù di Nazareth.
Dio è venuto ma, ad accoglierlo, poca gente, semplice e dimessa, che farebbe poco "gossip" in questi (fragili) tempi mondani.
Cristi
Occorre svegliarsi per accorgerci di Dio, occorre riconoscere i profeti
presenti in mezzo a noi e diventare consolatori dei troppi fratelli
persi, occorre avere la fiducia incosciente di Maria di Nazareth (che
abbiamo celebrato in settimana) per cambiare il nostro destino.
Per vivere autenticamente il Natale, fatte tacere le tante cassandre
che ci scoraggiano, superata la tentazione di un Natale senza Dio,
dobbiamo imitare il Battista nella sua lucida auto-consapevolezza.
Giovanni è il più grande tra i figli di donna, un profeta austero e
coerente, energico e carismatico. Verso le sponde arse del mar Morto,
giù nella depressione vicino a Gerico, Giovanni ha radunato un
movimento eterogeneo di cercatori di Dio, di insoddisfatti bisognosi di
senso.
Non è tenero Giovanni, disilluso e acre, chiede un cambiamento radicale
per poter incontrare il Messia di Dio. Quasi alla fine della sua breve
ma intensa vita, Giovanni riceve la visita degli inviati del Sinedrio
che si interrogano, loro, i detentori del potere religioso, di questo
strano personaggio che non si spaventa neppure ddi fronte alle autorità
religiose.
Giovanni è chiaro: lui non è il Cristo.
Potrebbe pensarlo, gli altri lo pensano di lui (bisognosi come siamo di Cristi).
Potrebbe approfittarne, cedere alla più subdola delle tentazioni, quella del delirio di onnipotenza.
No, dice Giovanni, lui non si prende per Dio. Anche lui, come i penitenti, ne è disperatamente alla ricerca...
Giovanni ci ammonisce: solo riconoscendo il proprio limite, che è
opportunità, non mortificazione, possiamo essere liberi di accogliere
il Dio fragile che nasce. Solo riconoscendo che non abbiamo in noi
tutte le risposte, possiamo metterci alla ricerca.
Voce
"Chi sei, allora?"
Chi siamo, allora?
La logica mondana dice: sei ciò che produci, sei ciò che appari, sei
ciò che guadagni, sei ciò che guidi, sei ciò che conti. Giovanni sa che
non è così, che è illusoria e menzognera questa logica, che, mai, siamo
ciò che possediamo o facciamo.
Giovanni ha pensato e ha capito. Il sole del deserto e la polvere che
raschia la gola, gli occhi bruciati dalla luce e il corpo ormai piegato
alla durezza delle scelte, lo hanno portato a capire chi è lui nel
profondo. Un mistico? Un provocatore? Un guru?
No, egli è voce.
Voce, voce prestata ad una Parola, voce che amplifica un'idea non sua,
voce, che fa riecheggiare un'intuizione di cui anch'egli è debitore.
Poco, vero?
O tutto?
Ci immaginiamo sempre di essere dei grandi, di compiere (o scrivere)
cose memorabili, di restare nella storia o, perlomeno, nella piccola
storia delle persone che amiamo.
Dio ci svela cosa siamo in profondità.
Tu, amico lettore, cosa sei? Cosa dici di te stesso?
Forse sei pazienza, o attesa, o sorriso, o perdono, o sogno, o inquietudine.
Contrariamente alla falsa idea del cattolicesimo che mortifica e castra
le ambizioni degli uomini ("Se Dio c'è io sono fregato", pensa Erode),
il Vangelo ci svela un Dio che mi aiuta a cogliere la verità di me
stesso.
Gioie
Non so come stiate arrivando a questo Natale: l'importante è che ci arriviate in maniera autentica.
Forse non è un gran periodo, forse non siete affatto soddisfatti di voi e delle vostre scelte.
Pazienza, Dio viene lo stesso, se avete il coraggio di invocarlo.
Perciò state (stiamo) nella gioia, rallegriamoci sempre nel Signore,
teniamo buone le cose che egli ci ha donato, gioiamo pienamente in
questo Dio che non meritiamo e che si dona.
Questo mite Dio che attendiamo e che già amiamo.
Renato Zero in
"Il dono" - 2005
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La vita è un dono
Nessuno
viene al mondo
per
sua scelta
non è questione
di
buona volontà.
Non per meriti si nasce
e non per colpa
non è un peccato
che
poi si sconterà.
Combatte ognuno
come
ne è capace
chi cerca nel suo cuore
non si sbaglia...
La vita è un dono
legato
a un respiro
dovrebbe ringraziare
chi si sente vivo
ogni emozione
che
ancora ci sorprende
l’amore sempre diverso
che la ragione non comprende.
Il bene che colpisce il male
persino quello che fa più soffrire
è un dono che si deve accettare
condividere poi restituire,
tutto ciò che vale veramente
che toglie il sonno e dà felicità.
Si impara presto
che
non costa niente
non si può vendere
ne mai si comprerà.
E se faremo un giorno l’inventario
sapremo che per noi
non
c’è mai fine.
Siamo l’immenso
ma pure il suo contrario
il vizio assurdo
e
l’ideale più sublime…
Ogni emozione ogni cosa è grazia
l’amore sempre diverso
che in tutto l’universo spazia
e dopo un viaggio
che sembra senza senso
arriva fino a noi…
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“Nessuno viene al mondo per sua scelta”: all’origine di
ogni vita c’è Qualcuno che, da sempre, ci ha pensati e voluti, un Amore che
ha creato ogni cosa e la mantiene in vita. Ogni essere che respira sulla
terra non è frutto del caso, ma nasce dal cuore di Dio. Senza di Lui non
potremmo esistere! Solo in Dio, nostro Padre, troviamo la spiegazione e il
senso della nostra esistenza, che è interamente nelle sue mani, dal suo
inizio al suo termine: “Nessuno può pagare il riscatto di una vita o
chiederne a Dio il prezzo, per quanto si paghi il riscatto di una vita non
potrà mai bastare per vivere senza fine” (Sal
49,8-10).
“Non per meriti si nasce e non per colpa”:
la gratuità è la dimensione più importante della vita, che è un dono. Nessuno
di noi ha fatto niente per venire al mondo, per “meritarsi” di vivere! Siamo
un regalo a noi stessi! E lo stupore è l’atteggiamento giusto da coltivare
davanti a un dono così grande.
“La vita è un dono legato a un respiro /
dovrebbe ringraziare chi si sente vivo”: in una società che
mercifica anche le relazioni e dà a tutto un prezzo, la gratitudine spesso
non trova cittadinanza. “Grazie”, invece, è la parola che dovremmo
pronunciare di più, nella consapevolezza che niente ci è dovuto, ma tutto ci
è regalato. Ringraziare è sorprendersi continuamente di fronte alla vita e ai
gesti che rompono la catena del “do ut des” e del puro calcolo.
“l’amore sempre diverso che la ragione non
comprende”: amare, nella sua più profonda verità, significa
donarsi. Le ragioni del cuore sono diverse da quelle della razionalità, del
calcolo matematico. Lo dice anche Pascal: “Il cuore ha ragioni che la ragione
non comprende”. La vita è una palestra dove si impara ad amare, assumendo
sempre di più questa “logica” e traducendola in gesti e atteggiamenti
concreti. La vita è davvero l’arte di amare, di donarsi. Tanti testimoni lo
hanno sperimentato in prima persona: s.Francesco
nella “Preghiera semplice” dice: «È dando che si riceve»; s.Paolo,
che ha speso tutta la vita per l’annuncio del Vangelo, afferma: «Dio ama chi
dona con gioia» (2Cor 9,7)... e anche Giovanni Paolo II, a cui è dedicata
questa canzone.
“Il bene …è un dono che si deve accettare,
condividere e poi restituire”: un altro termine nel vocabolario
del dono è “condividere”. È nella natura del dono l’apertura all’Altro, agli
altri. La parabola dei talenti ce lo ricorda: i doni che abbiamo ricevuto
(intelligenza, forza fisica, fede…) dobbiamo essere capaci di condividerli,
di investirli senza tenerli egoisticamente per noi stessi. Di essi ci verrà
chiesto conto: “A chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non
ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt 25,29).
“…tutto ciò che vale veramente, che toglie il
sonno e dà felicità”: i semi di bene nella nostra giornata sono,
in fondo, le cose che poi restano, che valgono veramente e riempiono di
significato il nostro agire. Il dono è come un boomerang: lo “lanci” e ti
ritorna più carico di prima. È il miracolo dell’amore!
“Ogni emozione, ogni cosa è grazia”:
tutto è dono: ogni incontro, ogni sorriso, ogni avvenimento, lieto o triste…
Ogni giorno è una occasione unica per diventare quello che siamo: amore che
si dona! È il segreto che può trasformare davvero il mondo. Qualcuno su una
Croce ce lo ha insegnato. Consapevole di quello che stava vivendo ha detto:
“La vita non mi è tolta ma sono io che la dono” (cf
Gv 10,18). Quel gesto di amore ha cambiato la
storia e continua a interrogare, in ogni tempo, la coscienza degli uomini.
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Per riflettere
* Sei cosciente che la tua vita è dono di Dio, che niente ti è dovuto,
ma che tutto è “grazia”?
* Ringrazi Dio per il dono della vita, per le persone che hai accanto,
per i beni di cui disponi, per le meraviglie del creato…?
* Sei capace di condividere i tuoi doni, materiali e spirituali con i tuoi
amici e con chi ne ha più bisogno?
* Ciò che conta è amare: nella tua scala di valori che spazio trova
l’amore, la capacità di donarti?
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Gesù nel vangelo di oggi tesse le lodi di suo
cugino Giovanni Battista, il più grande tra tutti gli uomini. Profeta
ancora tutto legato all'Antico Testamento, uomo rude, personalità
complessa, fustigatore dei costumi rilassati di ogni tempo, Giovanni è
l'efficace simbolo di tutti i testimoni di Dio che hanno suscitato – e
suscitano – contraddizione e violenza. Allora come oggi, la verità che
viene da Dio, che smaschera l'ipocrisia di tutti i potenti – Erode
insegna – viene spazzata via, normalizzata, decapitata. Meglio una
religiosità asservita al potente di turno, meglio una profezia che
confermi invece che inquietare, una fede sorniona piuttosto che una
testimonianza scomoda. Il regno soffre violenza, che scoperta, ne sanno
qualcosa i ventisette milioni di cristiani (!) uccisi nel luminoso
ventesimo secolo, ne sanno qualcosa i tanti cristiani, religiosi,
missionari, catechisti, che denunciano i soprusi e le ingiustizie di
questo nostro tempo che non porta sviluppo ma dipendenza. Ho conosciuto
e conosco fratelli che sanno di potersi alzare una mattina con una
bomba sotto la macchina o un killer che li aspetta. Il regno soffre
violenza e i violenti se ne impossessano, cioè i forti, i decisi, non i
tentennanti. Davanti a Giovanni Battista il nostro cristianesimo da
poltrona e pantofole vacilla, le nostre comode devozioni
impallidiscono: è il tempo dei forti – non degli arroganti – e
testimoniare il Maestro Gesù può talora rappresentare una scelta
controcorrente...
Ci è mai costata una presa in giro la nostra appartenenza al Vangelo?
Un'occhiata di compatimento la nostra affermazione a favore della vita
o dell'onesta al lavoro? Una battutaccia la nostra fedeltà al nostro
coniuge? Questo accade, amici, nei nostri tolleranti tempi, se siete
cristiani un po' politicamente scorretti, non fanatici ma fedeli
all'essenza del Vangelo, preparatevi a qualche piccola persecuzione. E
se – invece – non vi è mai successo di dover pagare a causa della
vostra fede, delle due l'una: o vivete in un monastero o proprio non si
vede che siete discepoli!
Il regno soffre violenza, Signore, Giovanni Battista ne sa qualcosa, tu
ne sai qualcosa. Anche a noi, talora, facciamo delle scelte di fedeltà
del vangelo che ci costano. Dacci il coraggio della fedeltà, Signore,
dacci l'ardore dei martiri e la semplicità dei profeti. Marana thà,
vieni Signore Gesù! mons Angelo Comastri
L'Immacolata scuote dalla 'narcosi da peccato'
padre Raniero Cantalamessa
Con il dogma dell'Immacolata Concezione la Chiesa cattolica afferma che Maria, per singolare privilegio di Dio e in vista dei meriti della morte di Cristo, è stata preservata dal contrarre la macchia del peccato originale ed è venuta all'esistenza già tutta santa. Quattro anni dopo essere stata definita dal papa Pio IX, questa verità fu confermata dalla Madonna stessa a Lourdes in una delle apparizioni a Bernardetta con le parole: "Io sono l'Immacolata Concezione.
La festa dell'Immacolata ricorda all'umanità che c'è un sola sola cosa che inquina veramente l'uomo ed è il peccato. Un messaggio quanto mai urgente da riproporre. Il mondo ha perso il senso del peccato. Ci scherza come se fosse la cosa più innocente del mondo. Condisce con l'idea di peccato i suoi prodotti e i suoi spettacoli per renderli più attraenti. Parla del peccato, anche dei peccati più gravi, al vezzeggiativo: peccatucci, vizietti, passioncelle. L'espressione "peccato originale" viene usata nel linguaggio pubblicitario per indicare qualcosa di ben diverso dalla Bibbia: un peccato che conferisce un tocco di originalità a chi lo commette!
Il mondo ha paura di tutto, fuorché del peccato. Ha paura dell'inquinamento atmosferico, dei "mali oscuri" del corpo, della guerra atomica, oggi del terrorismo; ma non ha paura della guerra a Dio che è l'Eterno, l'Onnipotente, l'Amore, mentre Gesù dice di non temere coloro che uccidono il corpo, ma di temere solo colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna (cf Lc 12, 4-5).
Questa situazione "ambientale" esercita un influsso tremendo anche sui credenti che pure vogliono vivere secondo il Vangelo. Produce in essi un addormentamento delle coscienze, una specie di anestesia spirituale. Esiste una narcosi da peccato. Il popolo cristiano non riconosce più il suo vero nemico, il padrone che lo tiene schiavo, solo perché si tratta di una schiavitù dorata. Molti che parlano di peccato, hanno di esso un'idea del tutto inadeguata. Il peccato viene spersonalizzato e proiettato unicamente sulle strutture; si finisce con identificare il peccato con la posizione dei propri avversari politici o ideologici. Un'inchiesta su che cosa pensa la gente che sia il peccato darebbe dei risultati che probabilmente ci spaventerebbero.
Anziché nel liberarsi dal peccato, tutto l'impegno è concentrato oggi nel liberarsi dal rimorso del peccato; anziché lottare contro il peccato, si lotta contro l'idea di peccato, sostituendola con quella assai diversa del "senso di colpa". Si fa quello che in ogni altro ambito è ritenuta la cosa peggiore di tutte e cioè negare il problema anziché risolverlo, ricacciare e seppellire il male nell'inconscio anziché rimuoverlo. Come chi crede di eliminare la morte, eliminando il pensiero della morte, o come chi si preoccupa di stroncare la febbre, senza curarsi della malattia, di cui essa è solo un provvidenziale sintomo rivelatore. San Giovanni diceva che se affermiamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e facciamo di Dio un bugiardo (cf 1 Gv 1, 8-10); Dio, infatti, dice il contrario, dice che abbiamo peccato. La Scrittura dice che Cristo "è morto per i nostri peccati" (cf 1 Cor 15, 3). Togli il peccato e hai vanificato la stessa redenzione di Cristo, hai distrutto il significato della sua morte. Cristo avrebbe lottato contro dei semplici mulini a vento; avrebbe versato il suo sangue per niente.
Ma il dogma dell'Immacolata ci dice anche qualcosa di sommamente positivo: che Dio è più forte del peccato e che dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia (cf. Rom 5,20). Maria è il segno e la garanzia di questo. La Chiesa intera, dietro di lei, è chiamata a divenire "tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ef 5, 27). Un testo del concilio Vaticano II dice: "Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti" (LG, 65).
Pubblico di nuovo questo articolo, per gli studenti della IIIa A (grazie a tutti) Un senso (Vasco Rossi)
Nel suo Album “Buoni o Cattivi”, il rocker Vasco si propone ai suoi fans con la pungente critica nei confronti di una società che guarda sempre più all’apparire e meno alla sostanza, con la sua rabbiosa voglia di ribellione contro un sistema teso alla massificazione, con il suo carico di dubbi e di insofferenze. Qui proponiamo la canzone “Un senso” che con realismo invita a una seria riflessione sull’esistenza.

Voglio trovare un senso a questa sera anche se questa sera un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa vita anche se questa vita un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa storia anche se questa storia un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa voglia anche se questa voglia un senso non ce l’ha. Sai che cosa penso che se non ha un senso domani arriverà... Domani arriverà lo stesso senti che bel vento non basta mai il tempo domani un altro giorno arriverà... Voglio trovare un senso a questa situazione anche se questa situazione un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa condizione anche se questa condizione un senso non ce l’ha. Domani un altro giorno... ormai è qua! Voglio trovare un senso a tante cose…
“Voglio trovare un senso a questa vita anche se questa vita un senso
non ce l’ha”: la nostra vita si muove tra il “non senso” e la ricerca di
senso. Tutta la vita è disseminata di “perché”. Fin da bambini ci poniamo una
serie di domande… Ma a volte questa “arte di farci domande” e di sfidare gli
altri con i nostri “perché” viene meno. Ci lasciamo trascinare come un turbine
dagli eventi e dalle situazioni che a lungo andare creano in noi un senso di
vuoto, una scontentezza interiore, un disagio esistenziale. E allora è
importante fermarsi per riappropriarci di noi stessi.
“Voglio trovare un senso a questa voglia anche se questa voglia un
senso non ce l’ha”: ci sono due modi di vivere la vita: uno è quello di
seguire i nostri istinti naturali assecondandoli in tutto, l’altro è quello di
seguire quei valori etici e spirituali che vengono dalla nostra coscienza e che
costituiscono un quadro di riferimento per le nostre scelte e le nostre azioni.
Anche nella Bibbia viene descritto questo duplice modo di vivere: “Quelli che
vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che
vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne
portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla
pace” (Rm 8, 5-6).
L’esperienza stessa ci insegna
che la felicità (pienezza di senso) non ci è data dal poter soddisfare solo e
subito le nostre esigenze materiali, ma dall’avere davanti a noi quei valori
spirituali che soddisfano davvero la nostra sete di verità, come per esempio il
rispetto degli altri, la solidarietà, la pace… La società in cui viviamo, così
impregnata di consumismo, crea in noi bisogni spesso inutili dandoci
l’illusione che la felicità stia nell’avere, nell’accaparrarsi le risorse. In
effetti la vera felicità non la troviamo in primo luogo nel possesso dei beni
materiali, ma nello star bene con noi stessi, con la nostra coscienza, con gli
altri, nel vivere in armonia con l’ambiente che ci circonda, nell’apertura a
Dio.
“Sai che cosa penso / che se non ha un senso / domani arriverà”: ci
capita, a volte, di vivere situazioni incomprensibili, assurde in cui non
riusciamo a trovare nessuna spiegazione né a intravedere una via di uscita…
Eppure ogni situazione che viviamo ha un suo significato nascosto che spesso
non siamo capaci di decifrare. C’è bisogno di tempo e di non far morire in noi
la speranza: prima o poi il senso si svelerà! Coltivare sempre in noi “l’arte
di farci domande” ci permette un approccio diverso alla vita, che è quello di
guardarla faccia a faccia, penetrandola in profondità per scoprire in essa il significato
nascosto… e strada facendo le risposte arriveranno.
“Voglio trovare un senso a tante cose: quante volte facciamo le
cose senza sapere il “perché”! A volte a spingerci è la forza d’inerzia o
l’abitudine, a volte la moda (“tutti lo fanno”)… e tanti altri condizionamenti
culturali e sociali. Quando invece le nostre azioni sono il frutto di una
scelta responsabile e consapevole allora possiamo dire di aver dato un senso a
quello che facciamo.
Se nelle nostre scelte, nelle
nostre relazioni con gli altri e anche nei momenti poco felici della nostra
vita non coltiviamo “l’arte di farci domande” tutto diventerà un non-senso, e
la vita stessa un peso insopportabile. La questione del “senso della vita”
allora è fondamentale… ne va di mezzo la nostra felicità e la nostra
realizzazione personale. Non tenerne conto sarebbe davvero un grosso errore!
PER RIFLETTERE: Riesci sempre a dare un senso alle cose che fai? Fai le cose per convinzione personale o perché trascinato dagli eventi e dalle mode? Credi davvero che il segreto della tua felicità stia nell’arte di farti domande? Ti ritieni un ragazzo/a istintivo, materialista oppure razionale, spirituale? Cosa riempie veramente di senso la tua vita?
'Per ritrovare ragioni di speranza'. Il Vescovo interviene su senzatetto"Per ritrovare insieme ragioni di speranza e di impegno educativo". Così il Vescovo di Rimini, monsignor FrancescoLambiasi, titola la sua riflessione sul fermo dei quattro ragazzi accusati del tentato omicidio di Andrea Severi. L'intervento del Vescovo: RIMINI | 26 novembre 2008 | Mercoledì 12 novembre eravamo in tanti nella chiesa della Colonnella a pregare per Andrea Severi, vittima di un gesto di assurda e gratuita violenza.
Concludevo il mio intervento dicendo: Vorrei poter incontrare l’autore di questo atto criminale, guardarlo negli occhi e chiedergli: Come hai potuto compiere tale sfregio a un tuo fratello, anzi a Cristo stesso presente in lui?
Oggi la domanda angosciante: “Chi è stato?” ha la risposta, una risposta molto inquietante.
Gli autori hanno un nome e un volto a noi familiare. “Ragazzi normali” si è detto da più parti, ma appunto questo deve fare riflettere tutti noi: questi ragazzi, che sono stati nelle nostre scuole, nelle aule di catechismo, che hai incontrato il giorno nel bar e magari ti hanno servito un caffè, la notte credono di vincere la noia, il non senso della vita, tirando petardi o dando fuoco a un barbone mentre dorme su una panchina. Ora che i colpevoli hanno confessato la giustizia deve fare il suo corso.
Non si chiedono per loro punizioni vendicative, ma opera di riparazione: che il pentimento espresso a parole sia la sincera presa di coscienza di un’enorme violenza commessa e si traduca in una effettiva ed efficace educazione al valore della vita.
Spero di incontrare i genitori, per condividerne l’angoscia e lo smarrimento e trovare insieme ragioni di speranza e di impegno.
C’è una responsabilità e un’urgenza di servizio educativo che riguardano tutti noi adulti. Dobbiamo interrogarci su quale testimonianza, quali ragioni di vita e di speranza sappiamo offrire. Nessuno è escluso da tale esame di coscienza: le famiglie, le nostre comunità ecclesiali, la scuola, le pubbliche amministrazioni, gli strumenti di informazione.
Vorrei soprattutto incontrare tanti giovani e rivolgermi ad ognuno di loro. Lo farò il 13 dicembre a Rimini per l’appuntamento della “Luce nella notte” e in tanti altri luoghi della Diocesi. Desidero riflettere assieme a loro sul bene prezioso della nostra persona e di ogni persona, prima di tutto di quelle con le quali la vita è stata amara.
Vorrei in particolare incontrare i tanti giovani che si stanno impegnando nello studio e nel lavoro, in un cammino di fede e a servizio degli altri: nei gruppi parrocchiali, nelle case famiglia dell’associazione Giovanni XXIII, negli scouts, nell’AC, in CL, nei gruppi di servizio e di volontariato… desidero ringraziarli per quanto fanno e incoraggiarli a testimoniare che questo è il bello della vita, per sé e per gli altri.
Vorrei infine incontrare Andrea, ristabilito. Rinnovargli la nostra amicizia e solidarietà. Potergli dire che la sua sofferenza non è stata inutile, ma ha portato tutti noi a riflettere e ad impegnarci.
+ Francesco Lambiasi, vescovo

Mostra catechetica e didattica 17 ottobre - 8 dicembre Rimini, Chiesa di Santa Croce, via A. Serpieri, 13
Note Informative Orario di apertura: tutti i giorni dalle ore 15,30 alle 18,30.
Eventuali visite per gruppi o scolaresche possono essere prenotate anche durante la mattinata. Per informazioni o prenotazioni di gruppi rivolgersi alla Segreteria Diocesana (tel. 0541.24244). Durante il periodo quaresimale (dal 9 Marzo al 10 Aprile 2009) la mostra sarà riallestita presso la Chiesa di Sant’Agostino. Grazie
a tutti per i saluti e per l'affetto.
Un
abbraccio in Cristo Gesù

Dalla
Vangelo di oggi Lc 21,29-33
“Il
cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.”
Come
vivere questa Parola?
La
"Parola" rappresenta un tema ricorrente sia nell'Antico che
nel Nuovo Testamento. È la Parola che trae dal nulla tutte le
cose e le conserva nell'essere. È ancora essa ad introdurci
nei segreti di Dio, a svelarcene la volontà salvifica, lo
stupendo disegno d'amore. Una Parola viva che realizza ciò che
annuncia. Una Parola che viene da Dio, è suo dono, e a lui
ritorna dopo aver informato di sé la storia. Una Parola quindi
che è dono ed appello alla libertà dell'uomo. Una
Parola che diviene visibile, palpabile tanto che in Gesù
acquista un volto e un nome. Si identifica con Lui: il Verbo, cioè
la Parola di Dio. Per questo tutto passerà, ma la Parola no.
Fin dall'inizio l'uomo ha tentato di farla tacere e la morte (non
solo fisica) ha fatto irruzione nella storia. Si è cercato e
si cerca di sostituirla con "le parole" (quelle delle varie
ideologie, della scienza, della tecnica...) ma da esse non è
venuto quel di più di vita che promettevano. Sganciate dalla
loro naturale sorgente, non sono che suono chiasso assordante capace
solo di creare barriere invece di ridurre le distanze. Abbiamo
bisogno di ritornare alla Parola e di informare ad essa il nostro
balbettio. Anche il linguaggio religioso deve recuperarne la
semplicità e l'essenzialità. E allora tutto tornerà
a vibrare di vita nuova, ci ritroveremo accomunati da quella voce, ci
accorgeremo che è molto più quello che ci unisce di
quello che ci divide, sentiremo esplodere dentro di noi la gioia di
riscoprirci fratelli, perché generati e ri-generati dalla
medesima Parola.
Oggi,
nella mia pausa contemplativa, verificherò quanto mi lascio
realmente informare dalla Parola. Rinnoverò l'impegno di
riferirmi ad essa nelle mie scelte e di lasciare che sia essa a
illuminare le mie relazioni.
Grazie,
Signore, per la tua Parola. Concedimi di non sperperare questo tuo
inestimabile dono. Apri tu stesso il mio orecchio interiore perché
io divenga ascolto, tocca il mio cuore perché io divenga
accoglienza, muovi la mia volontà perché in me la tua
Parola diventi vita.
La
voce di un Padre della Chiesa
La
Parola, al giorno d'oggi, è in esilio per i molti che si
circondano di maestri secondo le proprie voglie. Ma la Parola di Dio,
che non può essere incatenata, si spiegherà libera
S.
Ilario de Poitiers
“Voi (…) siete stati chiamati a libertà” (Gal 5, 13)
Negli anni 50 l’apostolo Paolo aveva visitato la regione della Galazia, al centro dell’Asia minore, l’attuale Turchia. Erano sorte comunità cristiane che avevano abbracciato la fede con grande entusiasmo. Paolo aveva rappresentato davanti ai loro occhi Gesù crocifisso, ed essi avevano ricevuto il battesimo che li aveva rivestiti di Cristo, comunicando loro la libertà dei figli di Dio. “Correvano bene” nella nuova via, come riconosce Paolo stesso.
Poi, improvvisamente, cercano altrove la loro libertà. Paolo si stupisce che così presto abbiano voltato le spalle a Cristo. Di qui il pressante invito a ritrovare la libertà che Cristo aveva dato loro:
“Voi (…) siete stati chiamati a libertà”
A quale libertà siamo chiamati? Non possiamo già fare quanto vogliamo? “Non siamo mai stati schiavi di nessuno”, dicevano, ad esempio, i contemporanei di Gesù quando egli affermava che la verità da lui portata li avrebbe resi liberi. “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”, aveva risposto Gesù[1].
C’è una schiavitù subdola, frutto del peccato, che attanaglia il cuore umano. Ne conosciamo bene le sue molteplici manifestazioni: il ripiegamento su noi stessi, l’attaccamento ai beni materiali, l’edonismo, l’orgoglio, l’ira…
Da soli non saremo mai capaci di svincolarci fino in fondo da questa schiavitù. La libertà è dono di Gesù: ci ha liberato facendosi nostro servo e dando la vita per noi. Di qui l’invito ad essere coerenti con la libertà donataci.
Essa “non è tanto la possibilità di scegliere fra il bene e il male, quanto di andare sempre più verso il bene”. Così Chiara Lubich parlando ai giovani. “Ho costatato – continua – che il bene libera, il male rende schiavi. Ora, per avere la libertà bisogna amare. Perché ciò che ci rende più schiavi è il nostro io. Quando invece si pensa sempre all’altro, o alla volontà di Dio nel fare i propri doveri, o al prossimo, non si pensa a se stessi e si è liberi da se stessi”.[2]
“Voi (…) siete stati chiamati a libertà”
Come vivere dunque questa Parola di vita? Ce lo indica Paolo stesso quando, subito dopo averci ricordato che siamo chiamati a libertà, spiega che questa consiste nel mettersi “a servizio gli uni degli altri”, “mediante la carità”, perché tutta la legge “trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso”[3].
Si è liberi – ecco il paradosso dell’amore – quando per amore ci si pone a servizio degli altri, quando, contrastando le spinte egoistiche, ci si dimentica di noi stessi e si è attenti alle necessità degli altri.
Siamo chiamati alla libertà dell’amore: siamo liberi di amare! Sì, “per avere la libertà bisogna amare”.
“Voi (…) siete stati chiamati a libertà”.
Il vescovo Francesco Saverio Nguyen Van Thuan, imprigionato per la sua fede, rimase in carcere 13 anni. Anche allora si sentiva libero perché gli restava sempre la possibilità di amare almeno i carcerieri.
“Quando sono stato messo in isolamento – racconta – fui affidato a cinque guardie: a turno, due di loro erano sempre con me. I capi avevano detto loro: ‘Vi sostituiremo ogni due settimane con un altro gruppo, perché non siate ‘contaminati’ da questo pericoloso vescovo’. In seguito hanno deciso: ‘Non vi cambieremo più; altrimenti questo vescovo contaminerà tutti i poliziotti’.
All’inizio le guardie non parlavano con me. Rispondevano solo sì e no. Era veramente triste (…). Evitavano di parlare con me.
Una notte mi è venuto un pensiero: ‘Francesco, tu sei ancora molto ricco, hai l’amore di Cristo nel tuo cuore; amali come Gesù ti ha amato’.
L’indomani ho cominciato a voler loro ancora più bene, ad amare Gesù in loro, sorridendo, scambiando con loro parole gentili. Ho cominciato a raccontare storie dei miei viaggi all’estero (…). Hanno voluto imparare le lingue straniere: il francese, l’inglese… Le mie guardie sono diventate miei scolari!”[4]
[1] Cf Gv 8, 31-34.
[2] Risposte alle domande dei giovani, Palaeur, Roma, 20 maggio 1995.
[3] Cf Gal 5, 13-14.
[4] Testimoni della speranza, Città Nuova, Roma, 2000, p. 98.
Dal Vangelo
di oggi Luca 19,41-44
In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista
della città pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo
giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi
occhi...........
Come mettere
in pace il proprio cuore quando questo stesso cuore è circondato da
quell’indefinibile sentimento di paura che presta a Dio un viso duro e
minaccioso? Ma il vero volto di Dio non appare forse dietro le
lacrime trasparenti di Cristo? Sarebbe così triste Gesù, se in lui
Dio e l’uomo non fossero riconciliati, se, per Gerusalemme sua prediletta, Dio
non fosse che perdono e bontà, se non fosse la tenerezza di Dio che, attraverso
Cristo, incitasse da ogni parte, ormai, il cuore degli uomini?
Un abbraccio dal Pedro
Benedico
il Signore che mi ha donato tutto ciò che possiedo.
Ringrazio
ogni persona che me Lo ha fatto incontrare sia quelli che lo volevano, sia
quelli che non lo volevano, poiché misteriosi sono i sentieri per i quali
l’Amante si aggira e spesso nascoste le vie che percorre per incontrare la Sua
creatura preferita, l’uomo. Sì perché solo avendo un imparzialità sfacciata si
può amare chi ti tratta così male e si serve di te solo quando ne sente il
bisogno. Questo è l’amore di Dio che non ti lascia via d’uscita quando lo
s’incontra. È la madre che ama anche quando la si odia e il padre che ti
perdona anche quando non ti meriti il suo perdono, e colui che ti aspetta
sveglio fino al giorno dopo, e fino all’altro ancora poiché non riesce a
prendere sonno se tutti i suoi figli non sono tornati. È chi ti da un’altra
possibilità ed un'altra ancora perché ti conosce fino in fondo e sa dove puoi
arrivare anche quando non lo sai tu. Mi ha scelto per questo perché sono un
peccatore, forse è proprio per questo che ha scelto l’uomo, perché se non lo avesse scelto sarebbe morto, ma Lui non voleva la sua morte poiché gli aveva donato
la vita. Per questo ho paura quando mi allontano da Lui, ho paura di morire, e
quante volte sono morto perché ho scelto il peccato, ma Lui mi ha resuscitato,
qualche volta per un mio poverissimo atto di fede, dove nel buio della notte ho
visto una luce lontana l'ho fatta entrare ed essa mi ha illuminato. Più volte per
un atto di fede di altri, che mi hanno tirato su come un secchio che è tirato su
da un pozzo, da solo non può salire anche se vede la luce, essa c’è sempre
non ti lascia mai, anche quando non la vuoi vedere perché ti fa star male
pensare che l’hai tradita, che hai cercato di spegnerla. Non si può spegnere
quella luce non ha l’interruttore, non c’è peccato che gli resista, penso che
anche se per tutta la vita uno costruisse un muro, senza mai fermarsi, nel
punto di morte si accorgerebbe che il Signore si era seduto proprio dalla sua
parte ed il muro diventerebbe inutile. Ogni volta che sono stato tirato su da
questo pozzo per assurdo il Signore mi ha voluto a tirar su la corda di altri, che erano come me, perciò non preoccupatevi della vostra, ci sarà sempre
qualcuno a tirare, al massimo ci penserà Lui, ma preoccupatevi di quella degli
altri, così anche voi sarete salvi. Infine grazie ai preti che me Lo hanno
fatto conoscere e me Lo hanno fatto entrare dentro, dentro al mio corpo, me Lo
hanno fatto scoprire come abitante del tempio che è il mio corpo, Padre e
Amico. Gli chiedo perdono perché spesso li ho trattati male, ma loro mi hanno
confessato anche quello che non gli ho detto, e mi hanno dato da mangiare loro
stessi anche quando non Lo volevo e non Lo meritavo. Vorrei essere un giorno
come loro, uno strumento nelle sue mani, non perché me lo meriti, ma per sua
grazia e solo se fosse la sua volontà, e vorrei poter gridare con tutti i
fedeli sono un servo inutile.
Pedro
+
Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “È inevitabile che
avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. È meglio per lui
che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel
mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti
a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E
se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi
pento, tu gli perdonerai”. Gli apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede!”. Il Signore
rispose: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire
a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi
ascolterebbe”.
La settimana lavorativa si apre con tre consigli
piuttosto impegnativi, cari amici. Il primo ci suggerisce che - per
quanto dipende da noi - siamo invitati a non scandalizzare i piccoli,
cioè le persone semplici, a cercare di vivere un minimo di armonia tra
fede e vita, di coerenza tra la nostra ricerca di fede e la nostra vita
lavorativa. Siamo reduci da tempi in cui la coerenza e l'esteriorità
diventavano financo oppressive, un idolo a cui sacrificare ogni cosa,
anche libertà e creatività... Oggi però con troppa semplicità e
faciloneria noi discepoli annacquiamo il messaggio evangelico; rigidi
con gli altri, diventiamo faciloni e lassisti con i nostri difetti;
siamo chiamati, senza fanatismi, a ritrovare il gusto dell'essere
giusti, del metterci in gioco, del costruire verità. E la più grande
delle testimonianze, ci ammonisce il Rabbì, è quella del perdono, del
dare un'altra possibilità a chi sbaglia, del guardare senza malizia al
fratello. E' difficile, lo so, ma se noi cristiani non siamo capaci di
perdonare, chi mai lo sarà? In questo tempo in cui il perdono viene
percepito come debolezza, in cui si vince se si è aggressivi e forti,
se si urla ad alta voce, in cui conta il profitto e non le persone, in
cui lavorare è diventato un rischio, noi cristiani dobbiamo con energia
testimoniare che un altro mondo è possibile. Un mondo secondo il cuore
di Dio, in cui nessuno è perfetto e a tutti è data la possibilità di
crescere e di migliorare, di cambiare e di rinascere. E' difficile, lo
so, perciò abbiamo bisogno - e tanto - di chiedere nella preghiera di
aumentare la nostra fede, di convertire la nostra vita alla dolcezza
evangelica, per poter dire ai gelsi della sopraffazione e della
violenza, dell'egoismo e della prevaricazione: "Sii sradicato" e ciò
accadrebbe.
Provocazione: amico, perché non provarci? Costruiamo piccoli nuclei
clandestini di logica evangelica, avamposti del Regno di Dio, centrali
del perdono e del dialogo, perché davvero il mondo creda. +
Dal Vangelo secondo Luca
In quel giorno, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: “Parti
e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”. Egli rispose:
“Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio
guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è
necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia
strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di
Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono
mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una
gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la
vostra casa sta per esservi lasciata deserta! Vi dico infatti che non
mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene
nel nome del Signore!”. Già lo stesso nome
“Gesù” ce lo assicura: Dio è salvezza. Fin dall’inizio della sua vita,
i titoli che vengono attribuiti al figlio della vergine di Nazaret
sono: “Messia” e “Salvatore” (cf. Lc 1,47). Essi indicano il senso
stesso dell’essere e della missione di Gesù. “Ecco, io scaccio i demoni
e compio guarigioni oggi e domani”. Così egli parla di sé e della sua
missione nel Vangelo di oggi. Questi sono i segni che accompagnano il
profeta che reca agli uomini la Parola di Dio, che atterra e salva al
tempo stesso. Gesù non è semplicemente un precursore che prepara la venuta di un
ordine migliore e più umano. Vuole raccogliere i figli di Gerusalemme
come una gallina la sua covata sotto le ali: cerca la comunione,
rischia la propria vita pur di attirare a sé i contemporanei. E quando
piange su di loro (cf. Lc 19,41), non si tratta di sentimentalismo: è
piuttosto l’espressione di quella importante lotta spirituale che ha
intrapreso per la loro salvezza. Vorrebbe riunirli, come la gallina
riunisce attorno a sé i suoi piccoli per riscaldarli, nutrirli,
proteggerli. E ancora, vuole mettere in pratica i comandamenti dello
sforzo nella mitezza e dell’inclinazione nell’attenzione. Vuole essere
tutto per loro, perché sono indifesi e completamente dipendenti da lui.
Costi quel che costi: l’impegno della sua persona è completo. Egli
rischia la propria vita. E non soltanto per l’amore di Gerusalemme. Infatti questo passo del
Vangelo non riferisce soltanto parole datate ed effimere. Tali parole
furono fedelmente conservate dopo la risurrezione dalla prima comunità
cristiana, affinché conservassero il loro valore in eterno. Queste
parole riguardano me che sto trascrivendo tali pensieri e riguardano te
che li leggi o li ascolti. L’atteggiamento di Gesù e in particolare il
suo affetto per noi sono i medesimi da duemila anni. Seduto alla destra
del Padre, ancora oggi ci rivolge un invito ogni volta che ascoltiamo
la sua parola. Conosce la nostra incostanza che esclama felicemente: “Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Un entusiasmo che non
durerà. L’“Osanna” può presto trasformarsi nel “Crocifiggilo” dei
Giudei. Il piano di Erode, un politico furbo, non fa che anticipare
quanto otterrà il popolo esaltato. Il Signore sa che ne va della sua
vita. “Perché voi non avete voluto” (Lc 13,34). Gli uomini non hanno
accettato nemmeno che egli si desse loro completamente. A volte l’amore non è riamato. Ma, se l’amore va al di là di una
ricerca di appagamento personale, anche quando viene respinto, non
rinuncia all’essere che ama. “Tutto copre, tutto crede, tutto spera,
tutto sopporta” (1Cor 13,7). E ciò precisamente testimonia l’amore di
Gesù: l’amore di Cristo diventa tangibile. È unito a colui che dice: “E
il terzo giorno avrò finito” (Lc 13,32). Ecco perché ci salva. Perché “morire a Gerusalemme” (cf. Lc 13,33) non
è la sua ultima azione. Dopo la croce, il fallimento con Gesù assume un
senso nuovo. E il “terzo giorno” assicura definitivamente e
indistruttibilmente la luce della risurrezione. Ascolta il Vangelo di oggi
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Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga il giorno di
sabato. C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che
la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua
infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e
glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella
guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei
giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare
e non in giorno di sabato”. Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno
di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi?
E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott’anni,
non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”. Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano,
mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.
La parola di Gesù, il suo insegnamento, è forza di vita. Essa raddrizza tutto ciò che, nell’essere umano, è storto.Guarisce tutto ciò che si oppone alla pienezza della vita. La donna
inferma, incapace di alzarsi, e il capo della sinagoga, indignato per
la misericordia di Gesù, sono tutti e due, per ragioni diverse, chiusi
nella gioia della lode. La donna è piegata sul suo corpo, annientata da
una sofferenza che le impedisce di stare in piedi davanti a Dio. Ma per
mezzo del suo sguardo e della sua parola, Gesù le presta, a lei sola,
la stessa attenzione che presta a tutta l’assemblea del giorno di
sabato, e la ristabilisce nella gioia di vivere. Il capo della sinagoga
è piegato dalla durezza del suo cuore. Se egli stesse in piedi, davanti
a Dio, a viso scoperto, non riconoscerebbe forse nella guarigione di
questa donna la bontà di Dio? “Ipocriti!”. Gesù non si rivolge solo a
lui. Egli desidera sciogliere ogni resistenza alla pienezza in tutti i
cuori umani. Egli è venuto a liberare la bontà umana da ciò che la
ostacola, perché nell’amore senza limiti l’essere umano ritrovi Dio. Dalla Parola di oggi A me, che sono l'infimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia di annunziare ai gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo, e di far risplendere agli occhi di tutti [...] il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, il quale ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio per la fede in lui.
 Come vivere questa Parola? S. Paolo, nella sua umiltà, non esita a dichiararsi "l'infimo tra tutti i santi", cioè l'ultimo tra tutti quelli che vogliono camminare in Cristo Gesù secondo i dettami del Vangelo. Eppure, poiché umiltà è verità, egli non nasconde di aver ricevuto l'inestimabile grazia di conoscere e rivelare a tutti, (anche a noi oggi!) le meraviglie del disegno di Dio. Esso è un tale amore da salvare tutti quelli che, liberamente, aderiscono a Dio. Ma come avviene questo procedimento di salvezza? Paolo fa coincidere appunto il disegno di Dio, quello per cui "ha talmente amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito", con il coraggio (che ci è donato) di "avvicinarci a Lui in piena fiducia". La ragione di questa piena fiducia? La passione, morte e risurrezione di Gesù, il suo "raccontarsi" a noi nel Vangelo, rivelandoci l'amore del Padre e quindi la modalità di questo nostro "coraggio" di "piena fiducia". Sarà bene che prenda coscienza di una cosa importante. Specie oggi c'è chi ritiene lontano, inaccessibile Dio: quasi non ci fosse. C'è anche però chi ne banalizza il mistero con pratiche di magia, di superstizione e fanatismo. Come se l'infinita grandezza di Dio potesse venire precettata dagli uomini. No, non è così! Tuttavia io ho ancora da imparare che proprio per il suo avermi amato con tutto il darsi in croce del Figlio Gesù, posso avere il coraggio di contattarlo. Non si tratta solo di rispetto e devozione, ma di piena fiducia. È questa fiducia la ragione della mia serenità di fondo, dentro i miei giorni? Chiedo, in preghiera, che sia così.
La voce di una "Piccola santa" Essere un piccolo bimbo tra le mani del Signore e dargli la mano ad occhi chiusi, camminando con lui docilmente, senza opporre alcuna resistenza. Magdeleine di Gesù +
Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: “Maestro, di’ a mio
fratello che divida con me l’eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi
ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. E disse loro:
“Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è
nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”. Disse poi una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un
buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove
riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini
e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei
beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni,
per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli
disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E
quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per
sé, e non arricchisce davanti a Dio”. Come spiegare la reazione quasi violenta di Gesù di fronte ad un uomo che gli ha fatto una domanda legittima? In realtà Cristo non respinge quest’uomo, ma vuole aiutarlo a non
attaccarsi ai suoi averi, come se da essi dipendesse il senso della
vita. Ed in una parabola Gesù parla dell’uomo che, dimenticando di
appartenere a Dio, si chiude con le sue ricchezze in un’angoscia
solitaria e passa di fianco alla vita. Gesù è venuto per qualcosa di più serio che non mettere fine alle
nostre dispute. Egli vuole dividere con noi il mistero che consiste nell’appartenere interamente al Padre. Egli ci invita a guardare la
nostra vita alla luce di questo mistero ed a prendere da soli le
decisioni che si presentano. Così egli ci tratta con estrema serietà, molto più che prendendo
decisioni al nostro posto. Egli ci guida nella libertà dei figli di
Dio, capaci di vivere di Dio anche nei dettagli della vita, come per
esempio la divisione di un’eredità. La settimana scorsa, nel silenzio quasi assoluto dei media italiani, si
sono chiuse le Paralimpiadi. Eppure, proprio per il Paese che le ha
ospitate, questa edizione merita qualche riflessione, allargabile anche
alla situazione di casa nostra. Per poter accogliere gli atleti diversamente abili, la Cina ha fatto
uno sforzo gigantesco a livello organizzativo ed economico. Così, ad
esempio, grazie a quasi due milioni di dollari (con cui si sono
abbassati lavandini, costruite rampe, aggiunti cartelli in braille e
trasformati oltre 200 bagni in toilette accessibili) ,
l'aeroporto di Pechino è stato in grado di accogliere gli "esigenti"
ospiti. Ben più complessa la questione sul piano culturale. Cogliendo
nel segno, un lungo articolo di Maureen Fan comparso qualche giorno fa
nella pagina degli esteri del Washington Post titolava «Beijing
Welcomes The Disabled as China Never Has» (Pechino accoglie i disabili
come la Cina non ha mai fatto). Nella sola Pechino si trovano quasi un milione di disabili che, come
gli altri 83 milioni che vivono sparsi nel Paese, conducono
un'esistenza di reclusi in casa. Il dileggio e lo scherno di cui sono
oggetto, la totale mancanza di supporti (per strada, nei mezzi di
trasporto e nei locali pubblici) nonché, più in generale, l'assenza di
qualsiasi progetto di inserimento educativo e lavorativo, rendono tale
condizione quasi obbligata. Per certi versi, però, nelle ultime
generazioni, il problema sembra pressoché risolto: la politica del
figlio unico ha fatto sì che oggi in Cina la nascita di bimbi disabili
costituisca una rarità quasi assoluta. Così, una civiltà che per secoli
si è costruita sul tradizionale rispetto per anziani e deboli, registra
ora rifiuto e marginalizzazione. Basti pensare che prima delle
Olimpiadi il manuale informativo ufficiale distribuito ai 100 mila
volontari, in vista dell'evento definiva i disabili «ostinati, ribelli
e introversi, con un forte senso di inferiorità». Non che, nella sostanza, le cose da noi vadano molto meglio. Se le
leggi offrono un qualche aiuto, il disprezzo continua però a regnare
pressoché indisturbato, come dimostrano le cronache quasi quotidiane
che raccontano (sia pure marginalmente, quasi in nota) le violenze
sessuali di cui sono oggetto bambine e giovani disabili un po' ovunque.
Per anni la società ha fatto finta che i disabili non esistessero, e
molto spesso, per le ragioni più diverse, sono stati innanzitutto i
genitori a nascondere o ignorare i loro figli, rinchiudendoli in casa o
in istituto (a prescindere dallo status sociale o economico: pensiamo
alla drammatica storia del figlio minore di Arthur Miller, David, la
cui esistenza è stata completamente negata dal famoso drammaturgo).
A tale invisibilità la scrittrice americana Flannery O'Connor ha dato
una precisa qualificazione: «L'atteggiamento sentimentale nei confronti
dei bambini portatori di handicap, che implica il tentativo di tenere
loro e la loro sofferenza lontani dagli occhi della gente, è
paragonabile alla mentalità che ha portato ad alimentare il fumo nei
forni crematori di Auschwitz». Le cose sembravano migliorate negli ultimi tempi. Recentemente, però,
nel panorama già complesso, si è insinuato un ulteriore elemento, che
sembra orientarci ad un nuovo atteggiamento verso la disabilità. Il
pietistico sentimento nei confronti dei "poveri infelici" si sta
trasformando in un giudizio di colpevolezza verso chi li ha messi al
mondo. Data la panoplia di esami e di analisi che permettono di accertare la
salute del nascituro durante la gravidanza, la diagnosi prenatale si è
trasformata in un obbligo a cui non è moralmente lecito sottrarsi. La
colpa massima diventa, così, quella di aver fatto nascere un figlio
disabile quando esami, test e analisi ci avrebbero potuto "illuminare".
È in nome di questa luce oscurata (drammatica rivisitazione della
parabola evangelica) che in alcuni Paesi, come la Francia, figli
"imperfetti" hanno trascinato in giudizio madri e medici che li hanno
"lasciati" nascere. Generale è la condanna verso quelle madri
incoscienti che rifiutano esami e analisi per sapere "come sta" il feto
che portano in grembo. È così diventato una rarità l'essere contrari
all'amniocentesi (ormai, scandalosamente, esame di routine) e a tutte
le indagini che dovrebbero illuminare il ventre materno alla ricerca di
gravi malattie e di inaccettabili imperfezioni. Mettiamo anche che un
esame così invasivo non rischi di causare quel rischio che vorrebbe
invece evitare, davvero possiamo rinunciare al tentativo di capire cosa
sia un essere umano, cosa faccia di un essere un essere umano? Parallelamente, in forme eleganti e positive, si sta facendo strada
l'idea che coloro che si prendono la responsabilità di far nascere un
bambino handicappato debbano assumersi le conseguenze di tale scelta,
in particolar modo quelle economiche. Costoro, cioè, non possono
pretendere che la collettività, che ha fornito loro gli strumenti per
evitare il danno, si faccia poi carico di una scelta personale. Da pena (per i figli) a colpa (dei genitori) dunque. Non si può certo
dire che le nostre società si stiano evolvendo. Io posso solo ripensare
alle parole di Ornella, mamma di due figli, Lisa (che è down) ed
Enrico.«Quando i nostri figli nacquero, ormai una quarantina di anni
fa, vedemmo nel bambino la nostra gioia e la nostra speranza, in
Lisetta una fonte di preoccupazione. Oggi lei vive, sorridente e
serena, in una casa famiglia, e quando torna da noi il week-end è fonte
di gioia perché è una donna felice. Nostro figlio invece si è separato
dalla moglie quando erano in attesa del loro terzo bimbo. Come nonni ci
facciamo in quattro per questi nipotini che sono già infelici e
depressi, a causa dei tremendi conflitti tra i loro genitori». E dire
che ancora ci crediamo in grado di valutare cosa sarà un bene, e cosa
invece un male. Giulia Galeotti Avvenire 25 settembre 2008
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