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Evangelizzazione di strada e di spiaggia 11-17 agosto 2008 Riccione
OGGI RAFFAELE MARCELLO E ALBERTO SARANNO PRETI NELLA CHIESA DI RIMINI
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Spesso noi amiamo degli ideali, non delle persone. Ci vuole del tempo a scoprire tutte le ferite relazionali che abbiamo dentro, tutte le paure nei confronti degli altri. E' difficile essere in comunione con altre persone, essere vulnerabili nei loro confronti. I muri dentro di noi sono solidi, muri che nascondono una immensa vulnerabilità e grandi paure.Scattano spesso in noi meccanismi di difesa ed emergono atteggiamenti aggressivi. A volte si sente in noi un'energia forte, non canalizzata: si manifesta come angoscia o come agitazione (se faccio qualcosa avverto meno angoscia). C'é il giudizio che separa. Abbiamo una capacità sorprendente di vedere le pecche dell'altro e ci risulta difficile vedere ed accettare le nostre. Giudicando, noi ci separiamo dall'altro, mettiamo un muro, lo dominiamo. Tutti abbiamo paura di chi, con la sua presenza, le sue doti... ci rivela le nostre carenze, e in tal modo ci sminuisce ai nostri occhi, facendoci toccare con mano le nostre ferite, risvegliando i sensi di colpa. Ecco perché ci affrettiamo a giudicare queste persone, o sminuirle, o separarci da loro prima che siano loro a giudicare noi. Noi siamo inclini alla relazione finché la relazione ci offre gratificazioni, conferme. "Non cercare di togliere la pagliuzza dall'occhio di un altro, quando nel tuo c'é una trave" (Mt. 7,3-5). La paura di aprire il cuore. Sono facili le relazioni superficiali, ma la porta del cuore può rimanere saldamente chiusa... In molte attività, anche umanitarie, il cuore rimane chiuso. É difficile accettare le persone così come sono, con tutte le cose belle che ci sono in loro e con tutte le loro ferite! Quando ci si fa rapidamente un'immagine dell'altro, se l'altro non corrisponde a questa immagine si rimane delusi e si tende a rifiutarlo.
(tratto da Jean Vanier, "Ogni uomo é una storia sacra")
L'immagine che si ha dell'altro, o l'immagine di ciò che si vorrebbe che egli fosse, impedisce la comunione. La comunione si radica nella realtà, non nei sogni. Si può comunicare con qualcuno solo se lo si accetta per quello che é.
Un abbraccio Pedro
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PADRE MI ABBANDONO A TE
Padre, mi abbandono a Te, fa' di me ciò che ti piace.
Qualsiasi cosa tu faccia di me, ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
purché la tua volontà si compia in me,
e in tutte le tue creature:
non desidero nient'altro, mio Dio.
Rimetto l'anima mia nelle tue mani,
te la dono, mio Dio,
con tutto l'amore del mio cuore, perché ti amo.
E per me un'esigenza di amore,
il donarmi a Te,
l'affidarmi alle tue mani,
senza misura, con infinita fiducia:
perché Tu sei mio Padre
Charles de Foucauld
IL TESTAMENTO DEL CARDINALE
Io, le mie difficoltà con Dio
di Marco Politi, La Re 19.5.2008
Da vescovo ha spesso chiesto a Dio: "Perché non ci dai idee migliori? Perché non ci rendi più forti nell'amore e più coraggiosi nell'affrontare i problemi attuali? Perché abbiamo così pochi preti?». Oggi, entrato in uno stato d'animo crepuscolare, confida di domandare a Dio di non essere lasciato solo. Nell'ultima stagione della sua vita Carlo Maria Marini si confessa ad un confratello austriaco e ne nascono i "Colloqui notturni a Gerusalemme", appena editi da Herder in Germania, che rappresentano il suo testamento spirituale. Confessa di essere stato anche in conflitto con Dio, elogia Martin Lutero, esorta la Chiesa al coraggio di riformarsi, a non allontanarsi dal Concilio e a non temere di confrontarsi con i giovani. Un vescovo, rammenta, deve saper anche osare, come quando lui andò in carcere a parlare con militanti delle Brigate Rosse «e li ascoltai e pregai per loro e battezzai pure una coppia di gemelli di genitori terroristi, nata durante un processo».
Con padre Georg Sporschill, gesuita anche lui, l'ex arcivescovo di Milano è di una sincerità totale. Sì, ammette, «ho avuto delle difficoltà con Dio». Non riusciva a capire perché avesse fatto patire suo Figlio in croce. «Persino da vescovo qualche volta non potevo guardare un crocifisso perché !'interrogativo mi tormentava». E neanche la morte riusciva ad accettare. Dio non avrebbe potuto risparmiarla agli uomini dopo quella di Cristo?
Poi ha capito. «Senza la morte non potremmo darci totalmente a Dio. Ci terremmo aperte delle uscite di sicurezza». E invece no. Bisogna affidare la propria speranza a Dio e credergli. «Io spero di poter pronunciare nella morte questo SI a Dio» . Però, se potesse parlare con Gesù, Carlo Maria Martini gli chiederebbe «se mi ama nonostante le mie debolezze e i miei errori e se mi viene a prendere nella morte, se mi accoglierà». I discorsi di Gerusalemme sono come un lungo simposio notturno, senza bevande, alimentati soltanto dallo scorrere dei ragionamenti, rassicurati dalle ombre calde di una sera che si prolunga fino all'alba.
C’è stato un tempo racconta in cui «ho sognato una Chiesa nella povertà e nell'umiltà, che non dipende dalle potenze di questo mondo. Una Chiesa che concede spazio alle gente che pensa più in là. Una Chiesa che da coraggio, specialmente a chi si sente piccolo o peccatore. Una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa».
Eppure a ottantun anni il cardinale, grande biblista, non rinuncia a suggerire alla Chiesa di avere coraggio e di osare riforme. E’ essenziale avere la capacità di andare incontro al futuro. Il celibato, spiega, deve essere una vera vocazione. Forse non tutti hanno il carisma. Affidare ad un parroco sempre più parrocchie o importare preti dall'estero non è una soluzione. «La Chiesa dovrà farsi venire qualche idea. La possibilità di ordinare viri probati (cioè uomini sposati di provata fede, ndr) va discussa». Persino il sacerdozio femminile non lo spaventa.
Ricorda che il Nuovo Testamento conosce le diaconesse. Ammette che il mondo ortodosso è contrario. Ma racconta anche di un suo incontro con il primate anglicano Carey, al tempo in cui la Chiesa anglicana era in tensione per le prime ordinazioni di donne - sacerdote (avversate dal Vaticano). «Gli dissi per fargli coraggio che questa audacia poteva aiutare anche noi a valorizzare di più le donne e a capire come andare avanti«».
Sul sesso il cardinale invita i giovani a non sprecare rapporti ed emozioni, imparando a conservare il meglio per l'unione matrimoniale, ma non ha difficoltà a rompere tabù, cristallizzatisi con Paolo VI, Wojtyla e di Ratzinger. «Purtroppo l'enciclica Humanae Vitae ha provocato anche sviluppi negativi. Paolo VI sottrasse consapevolmente il tema ai padri conciliari». Volle assumersi personalmente la responsabilità di decidere sugli anticoncezionali. «Questa solitudine decisionale a lungo termine non è stata una premessa positiva per trattare i temi della sessualità e della famiglia». A quarant' anni dall' enciclica, dice Martini, si potrebbe dare «un nuovo sguardo» alla materia. Perché la Bibbia, ricorda, è molto sobria nelle questioni sessuali. Assai netta è soltanto nel condannare chi irrompe, distruggendo, in un matrimonio altrui. Chi dirige la Chiesa, sottolinea, oggi può «indicare una via migliore dell'Humanae Vitae». Il Papa potrebbe scrivere una nuova enciclica. E l'omosessualità? Il porporato ricorda le dure parole della Bibbia, ma rammenta anche le pratiche sessuali degradanti dell'antichità. Poi aggiunge delicatamente: «Tra i miei conoscenti ci sono coppie omosessuali, uomini molto stimati e sociali. Non mi è stato mai domandato né mi sarebbe venuto in mente di condannarli». Troppe volte, soggiunge, la Chiesa si è mostrata insensibile, specie verso i giovani in questa condizione.
C'è un filo rosso che lega i suoi ragionamenti nella quiete di Gerusalemme. I credenti non hanno bisogno di chi instilli loro una cattiva coscienza, hanno bisogno di essere aiutati ad avere una «coscienza sensibile». E vanno stimolati continuamente a pensare, ariflettere.
«Dio non è cattolico», era solita esclamare Madre Teresa. «Non puoi rendere cattolico Dio», scandisce Martini. Certamente gli uomini hanno bisogno di regole e confini, ma Dio è al di là delle frontiere che vengono erette. «Ci servono nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più largo».
Dio non si lascia addomesticare. Se questa è la prospettiva ci si può rivolgere con spirito più aperto al non credente o al seguace di un' altra religione. Con chi non crede ci si può confrontare sui fondamenti etici, che lo animano. Ed è bello camminare insieme a chi ha una fede diversa.
«Lasciati invitare ad una preghiera con lui - suggerisce con mitezza Martini - portalo una volta ad un tuo rito. Ciò non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere cristiano. Non avere paura dell'estraneo».
Per il cardinale la grande sfida geopolitica contemporanea è lo scontro delle civiltà. Conoscono davvero i cristiani il pensiero e i pensieri dei musulmani - si chiede Martinie come fare per capirsi? Tre sono le indicazioni. Abbattere i pregiudizi e !'immagine del nemico, perché i terroristi non possono davvero fondarsi sul Corano. Studiare le differenze. Infine avvicinarsi nella pratica della giustizia, perché l'Islam in ultima istanza è una religione figlia del cristianesimo così come il cristianesimo è figliato dal giudaismo.
La regola aurea del cristiano - Martini lo ribadisce in questo suo scritto che assomiglia tanto ad un testamento spirituale - è «Ama il tuo prossimo come te stesso». Anzi, spiega con la precisione dello studioso della Bibbia, Gesù dice di più: «Ama il tuo prossimo perché è come te». Da lì sorge l'imperativo a praticare giustizia. È terribile, insiste Martini, invocare magari Dio nella costituzione europea, e poi non essere coerenti nella giustizia. E qui il cardinale di Santa Romana Chiesa tira fuori il Corano elegge la splendida sura seconda. Non si è giusti, se ci si inchina per pregare a oriente o a occidente. Giusto è colui che crede in Allah e nell'Ultimo Giudizio. Giusto è colui che «pieno di amore dona i suoi averi ai parenti, agli orfani, ai poveri e ai pellegrini». Chi fa l' elemosina e riscatta gli incarcerati.
«Costui è giusto e veramente timorato di Dio». Poi torna riflettere sull'Al di là. C'è l'Inferno? Sì. «Eppure ho la speranza che Dio alla fine salvi tutti». E se esistono persone come un Hitler o un assassino che abusa di bambini, allora forse l'immagine del Purgatorio è un segno per dire: «Anche se tu hai prodotto tanto inferno (sulla terra) forse dopo la morte esiste ancora un luogo dove puoi essere guarito».
Non finirebbero mai i discorsi notturni di Gerusalemme. Lo si capisce dall'andamento quieto delle domande e delle risposte. Come onde che si susseguono. Martini nel frattempo è rientrato in Lombardia, fiaccato dal Parkinson. A chi lo ascolta, lascia questo segnale: «Possiamo anche lottare con Dio come Giacobbe, dubitare e dibatterci come Giobbe, rattristarci come Gesù e le sue amiche Marta e Maria. Anche questi sono sentieri che portano a Dio».
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Inviato da Webmaster il 17/3/2008 18:50:01 ( 21 letture)
Inviato da Webmaster il 15/3/2008 21:21:00 ( 139 letture)
Catechesi tenuta dal vescovo Francesco LAMBIASI in forma di contemplazione guidata davanti al Crocifisso di Giotto, nel duomo di Rimini, per la celebrazione diocesana della Giornata Mondiale dei Giovani, il 15 marzo ’08. Vi dico la verità: ho tanta paura stasera di sciupare un dono grande che il Signore sta per farci, il dono del Padre. Mi spiego meglio: nel suo libro, Gesù di Nazaret, il Papa si pone una domanda ardita: che cosa è venuto a portarci Gesù sulla terra se non ci ha portato la pace, il progresso materiale, il benessere psico-fisico? “Dio – risponde il Papa - Gesù ci ha portato Dio”. Esplicitiamo: Gesù ci ha portato il Padre, ci ha portati al Padre. Vorrei ora condividere con voi questo dono della rivelazione del Padre, quasi prendendovi per mano e accompagnandovi ai piedi del grande Crocifisso giottesco, il capolavoro più stupefacente della nostra stupenda cattedrale. E lo faccio raccontandovi un altro dei miei sogni. Dunque, l’altra notte ho sognato un incontro di quelli possibili solo nei sogni: un incontro tra Giotto e Tommaso d’Aquino, avvenuto proprio qui, in duomo, attorno al 1300, quando il mitico maestro fiorentino si trovava a Rimini per dipingere il Crocifisso, commissionato per il convento francescano che qui aveva sede. La cosa è storicamente impossibile, perché quando Tommaso morì (1274), Giotto aveva appena sette anni, ma, appunto, visto che nei sogni queste cose succedono, se permettete, io ve lo racconto.
Buia la notte della tomba
ma i raggi delle sante ferite
penetrano la durezza della pietra,
sollevata leggermente e posta a lato;
dal buio della tomba si erge
il corpo del Figlio dell'Uomo
illuminato di luce, irraggiante splendore,
nuovo corpo risorto del Figlio dell'Uomo.
(Edith Stein)
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Il Vangelo va letto come si mangia il pane...
Non si può incontrare Gesù per conoscerlo, amarlo,
imitarlo,
senza un ricorso continuo, concreto, ostinato al Vangelo;
senza che questo ricorso faccia intimamente
parte della nostra vita.
(M. Delbrêl)

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Lasciamolo fare
Ogni piccola azione è un avvenimento immenso nel quale ci viene dato il paradiso, nel quale possiamo dare il paradiso. Non importa quel che dobbiamo fare: tenere in mano una scopa o una stilografica. Parlare o tacere, rammendare o fare una conferenza, curare un malato o battere a macchina. Tutto ciò non è che la scorza della realtà splendida, l’incontro dell’anima con Dio rinnovata ad ogni minuto, che ad ogni minuto si accresce in grazia, sempre più bella per il suo Dio. Suonano? Presto, andiamo ad aprire: è Dio che viene ad amarci. Un’informazione?…eccola: è Dio che viene ad amarci E’ l’ora di metterci a tavola? Andiamoci: è Dio che viene ad amarci..........................Lasciamolo fare. (Madeleine Delbrel)
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Voglio ringraziarti, Signore per il dono della vita;
ho letto da qualche parte che gli uomini hanno un’ala soltanto:
possono volare solo rimanendo abbracciati.
A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare,
Signore, che tu abbia un’ala soltanto, l’altra la tieni nascosta,
forse per farmi capire che tu non vuoi volare senza di me;
per questo mi hai dato la vita:
perché io fossi tuo compagno di volo.
Insegnami, allora, a librarmi con Te,.
Perché vivere non è trascinare la vita,
non è strapparla, non è rosicchiarla,
vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento.
Vivere è assaporare l’avventura della libertà.
Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia
Di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te.
Ma non basta saper volare con Te, Signore.
Tu mi hai dato il compito
Di abbracciare anche il fratello e aiutarlo a volare.
Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.
Non farmi più passare indifferente vicino al fratello che è rimasto con l’ala ,
l’unica ala inesorabilmente impigliata
nella rete della miseria e della solitudine
e si è ormai persuaso di non essere più degno di volare con Te;
soprattutto per questo fratello sfortunato,
dammi, o Signore, un’ala di riserva.
Don Tonino Bello
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Non è bastata la palestra Stella a contenere i giovani riminesi che hanno risposto ieri sera all'invito del Vescovo Monsignor Francesco Lambiasi per l'incontro dal titolo "Gesù o è tutto o è niente. Mi ami tu?".
Il servizio di E'Tv (19.20, 20.20, 22.20)
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