Davide's profileIL LOGGIONEPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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Occorre svegliarsi per accorgerci di DioVerità di sé Lotta dura contro il natale tarocco. L'avvento ci permette di recuperare il senso autentico del Natale, di non lasciarci travolgere dall'onda melensa di emozioni che dovremmo dover vivere. Salviamo il Natale dall'approssimazione e dal (falso) buonismo per ricuperarne il senso teologico, scomodo ma salutare. Non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce e a commuoverci davanti a questo bambino ignudo. Siamo qui a digerire la più brutta figura della storia dell'umanità, che, peraltro, reitera tale atteggiamento. Dio è venuto, stanco di essere frainteso, esasperato dalle nostre proiezioni. Dio è venuto e si è raccontato in Gesù di Nazareth. Dio è venuto ma, ad accoglierlo, poca gente, semplice e dimessa, che farebbe poco "gossip" in questi (fragili) tempi mondani. Cristi Occorre svegliarsi per accorgerci di Dio, occorre riconoscere i profeti presenti in mezzo a noi e diventare consolatori dei troppi fratelli persi, occorre avere la fiducia incosciente di Maria di Nazareth (che abbiamo celebrato in settimana) per cambiare il nostro destino. Per vivere autenticamente il Natale, fatte tacere le tante cassandre che ci scoraggiano, superata la tentazione di un Natale senza Dio, dobbiamo imitare il Battista nella sua lucida auto-consapevolezza. Giovanni è il più grande tra i figli di donna, un profeta austero e coerente, energico e carismatico. Verso le sponde arse del mar Morto, giù nella depressione vicino a Gerico, Giovanni ha radunato un movimento eterogeneo di cercatori di Dio, di insoddisfatti bisognosi di senso. Non è tenero Giovanni, disilluso e acre, chiede un cambiamento radicale per poter incontrare il Messia di Dio. Quasi alla fine della sua breve ma intensa vita, Giovanni riceve la visita degli inviati del Sinedrio che si interrogano, loro, i detentori del potere religioso, di questo strano personaggio che non si spaventa neppure ddi fronte alle autorità religiose. Giovanni è chiaro: lui non è il Cristo. Potrebbe pensarlo, gli altri lo pensano di lui (bisognosi come siamo di Cristi). Potrebbe approfittarne, cedere alla più subdola delle tentazioni, quella del delirio di onnipotenza. No, dice Giovanni, lui non si prende per Dio. Anche lui, come i penitenti, ne è disperatamente alla ricerca... Giovanni ci ammonisce: solo riconoscendo il proprio limite, che è opportunità, non mortificazione, possiamo essere liberi di accogliere il Dio fragile che nasce. Solo riconoscendo che non abbiamo in noi tutte le risposte, possiamo metterci alla ricerca. Voce "Chi sei, allora?" Chi siamo, allora? La logica mondana dice: sei ciò che produci, sei ciò che appari, sei ciò che guadagni, sei ciò che guidi, sei ciò che conti. Giovanni sa che non è così, che è illusoria e menzognera questa logica, che, mai, siamo ciò che possediamo o facciamo. Giovanni ha pensato e ha capito. Il sole del deserto e la polvere che raschia la gola, gli occhi bruciati dalla luce e il corpo ormai piegato alla durezza delle scelte, lo hanno portato a capire chi è lui nel profondo. Un mistico? Un provocatore? Un guru? No, egli è voce. Voce, voce prestata ad una Parola, voce che amplifica un'idea non sua, voce, che fa riecheggiare un'intuizione di cui anch'egli è debitore. Poco, vero? O tutto? Ci immaginiamo sempre di essere dei grandi, di compiere (o scrivere) cose memorabili, di restare nella storia o, perlomeno, nella piccola storia delle persone che amiamo. Dio ci svela cosa siamo in profondità. Tu, amico lettore, cosa sei? Cosa dici di te stesso? Forse sei pazienza, o attesa, o sorriso, o perdono, o sogno, o inquietudine. Contrariamente alla falsa idea del cattolicesimo che mortifica e castra le ambizioni degli uomini ("Se Dio c'è io sono fregato", pensa Erode), il Vangelo ci svela un Dio che mi aiuta a cogliere la verità di me stesso. Gioie Non so come stiate arrivando a questo Natale: l'importante è che ci arriviate in maniera autentica. Forse non è un gran periodo, forse non siete affatto soddisfatti di voi e delle vostre scelte. Pazienza, Dio viene lo stesso, se avete il coraggio di invocarlo. Perciò state (stiamo) nella gioia, rallegriamoci sempre nel Signore, teniamo buone le cose che egli ci ha donato, gioiamo pienamente in questo Dio che non meritiamo e che si dona. Questo mite Dio che attendiamo e che già amiamo. Il mondo ha paura di tutto, fuorché del peccato.mons Angelo Comastri
L'Immacolata scuote dalla 'narcosi da peccato' padre Raniero Cantalamessa Con il dogma dell'Immacolata Concezione la Chiesa cattolica afferma che Maria, per singolare privilegio di Dio e in vista dei meriti della morte di Cristo, è stata preservata dal contrarre la macchia del peccato originale ed è venuta all'esistenza già tutta santa. Quattro anni dopo essere stata definita dal papa Pio IX, questa verità fu confermata dalla Madonna stessa a Lourdes in una delle apparizioni a Bernardetta con le parole: "Io sono l'Immacolata Concezione. La festa dell'Immacolata ricorda all'umanità che c'è un sola sola cosa che inquina veramente l'uomo ed è il peccato. Un messaggio quanto mai urgente da riproporre. Il mondo ha perso il senso del peccato. Ci scherza come se fosse la cosa più innocente del mondo. Condisce con l'idea di peccato i suoi prodotti e i suoi spettacoli per renderli più attraenti. Parla del peccato, anche dei peccati più gravi, al vezzeggiativo: peccatucci, vizietti, passioncelle. L'espressione "peccato originale" viene usata nel linguaggio pubblicitario per indicare qualcosa di ben diverso dalla Bibbia: un peccato che conferisce un tocco di originalità a chi lo commette! Il mondo ha paura di tutto, fuorché del peccato. Ha paura dell'inquinamento atmosferico, dei "mali oscuri" del corpo, della guerra atomica, oggi del terrorismo; ma non ha paura della guerra a Dio che è l'Eterno, l'Onnipotente, l'Amore, mentre Gesù dice di non temere coloro che uccidono il corpo, ma di temere solo colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna (cf Lc 12, 4-5). Questa situazione "ambientale" esercita un influsso tremendo anche sui credenti che pure vogliono vivere secondo il Vangelo. Produce in essi un addormentamento delle coscienze, una specie di anestesia spirituale. Esiste una narcosi da peccato. Il popolo cristiano non riconosce più il suo vero nemico, il padrone che lo tiene schiavo, solo perché si tratta di una schiavitù dorata. Molti che parlano di peccato, hanno di esso un'idea del tutto inadeguata. Il peccato viene spersonalizzato e proiettato unicamente sulle strutture; si finisce con identificare il peccato con la posizione dei propri avversari politici o ideologici. Un'inchiesta su che cosa pensa la gente che sia il peccato darebbe dei risultati che probabilmente ci spaventerebbero. Anziché nel liberarsi dal peccato, tutto l'impegno è concentrato oggi nel liberarsi dal rimorso del peccato; anziché lottare contro il peccato, si lotta contro l'idea di peccato, sostituendola con quella assai diversa del "senso di colpa". Si fa quello che in ogni altro ambito è ritenuta la cosa peggiore di tutte e cioè negare il problema anziché risolverlo, ricacciare e seppellire il male nell'inconscio anziché rimuoverlo. Come chi crede di eliminare la morte, eliminando il pensiero della morte, o come chi si preoccupa di stroncare la febbre, senza curarsi della malattia, di cui essa è solo un provvidenziale sintomo rivelatore. San Giovanni diceva che se affermiamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e facciamo di Dio un bugiardo (cf 1 Gv 1, 8-10); Dio, infatti, dice il contrario, dice che abbiamo peccato. La Scrittura dice che Cristo "è morto per i nostri peccati" (cf 1 Cor 15, 3). Togli il peccato e hai vanificato la stessa redenzione di Cristo, hai distrutto il significato della sua morte. Cristo avrebbe lottato contro dei semplici mulini a vento; avrebbe versato il suo sangue per niente. Ma il dogma dell'Immacolata ci dice anche qualcosa di sommamente positivo: che Dio è più forte del peccato e che dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia (cf. Rom 5,20). Maria è il segno e la garanzia di questo. La Chiesa intera, dietro di lei, è chiamata a divenire "tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ef 5, 27). Un testo del concilio Vaticano II dice: "Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti" (LG, 65). Liberi di amare
“Voi (…) siete stati chiamati a libertà” (Gal 5, 13) Negli anni 50 l’apostolo Paolo aveva visitato la regione della Galazia, al centro dell’Asia minore, l’attuale Turchia. Erano sorte comunità cristiane che avevano abbracciato la fede con grande entusiasmo. Paolo aveva rappresentato davanti ai loro occhi Gesù crocifisso, ed essi avevano ricevuto il battesimo che li aveva rivestiti di Cristo, comunicando loro la libertà dei figli di Dio. “Correvano bene” nella nuova via, come riconosce Paolo stesso. Poi, improvvisamente, cercano altrove la loro libertà. Paolo si stupisce che così presto abbiano voltato le spalle a Cristo. Di qui il pressante invito a ritrovare la libertà che Cristo aveva dato loro: “Voi (…) siete stati chiamati a libertà” A quale libertà siamo chiamati? Non possiamo già fare quanto vogliamo? “Non siamo mai stati schiavi di nessuno”, dicevano, ad esempio, i contemporanei di Gesù quando egli affermava che la verità da lui portata li avrebbe resi liberi. “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”, aveva risposto Gesù[1]. C’è una schiavitù subdola, frutto del peccato, che attanaglia il cuore umano. Ne conosciamo bene le sue molteplici manifestazioni: il ripiegamento su noi stessi, l’attaccamento ai beni materiali, l’edonismo, l’orgoglio, l’ira… Da soli non saremo mai capaci di svincolarci fino in fondo da questa schiavitù. La libertà è dono di Gesù: ci ha liberato facendosi nostro servo e dando la vita per noi. Di qui l’invito ad essere coerenti con la libertà donataci. Essa “non è tanto la possibilità di scegliere fra il bene e il male, quanto di andare sempre più verso il bene”. Così Chiara Lubich parlando ai giovani. “Ho costatato – continua – che il bene libera, il male rende schiavi. Ora, per avere la libertà bisogna amare. Perché ciò che ci rende più schiavi è il nostro io. Quando invece si pensa sempre all’altro, o alla volontà di Dio nel fare i propri doveri, o al prossimo, non si pensa a se stessi e si è liberi da se stessi”.[2] “Voi (…) siete stati chiamati a libertà” Come vivere dunque questa Parola di vita? Ce lo indica Paolo stesso quando, subito dopo averci ricordato che siamo chiamati a libertà, spiega che questa consiste nel mettersi “a servizio gli uni degli altri”, “mediante la carità”, perché tutta la legge “trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso”[3]. Si è liberi – ecco il paradosso dell’amore – quando per amore ci si pone a servizio degli altri, quando, contrastando le spinte egoistiche, ci si dimentica di noi stessi e si è attenti alle necessità degli altri. Siamo chiamati alla libertà dell’amore: siamo liberi di amare! Sì, “per avere la libertà bisogna amare”. “Voi (…) siete stati chiamati a libertà”. Il vescovo Francesco Saverio Nguyen Van Thuan, imprigionato per la sua fede, rimase in carcere 13 anni. Anche allora si sentiva libero perché gli restava sempre la possibilità di amare almeno i carcerieri. “Quando sono stato messo in isolamento – racconta – fui affidato a cinque guardie: a turno, due di loro erano sempre con me. I capi avevano detto loro: ‘Vi sostituiremo ogni due settimane con un altro gruppo, perché non siate ‘contaminati’ da questo pericoloso vescovo’. In seguito hanno deciso: ‘Non vi cambieremo più; altrimenti questo vescovo contaminerà tutti i poliziotti’. All’inizio le guardie non parlavano con me. Rispondevano solo sì e no. Era veramente triste (…). Evitavano di parlare con me. Una notte mi è venuto un pensiero: ‘Francesco, tu sei ancora molto ricco, hai l’amore di Cristo nel tuo cuore; amali come Gesù ti ha amato’. L’indomani ho cominciato a voler loro ancora più bene, ad amare Gesù in loro, sorridendo, scambiando con loro parole gentili. Ho cominciato a raccontare storie dei miei viaggi all’estero (…). Hanno voluto imparare le lingue straniere: il francese, l’inglese… Le mie guardie sono diventate miei scolari!”[4]
[1] Cf Gv 8, 31-34. [2] Risposte alle domande dei giovani, Palaeur, Roma, 20 maggio 1995. [3] Cf Gal 5, 13-14. [4] Testimoni della speranza, Città Nuova, Roma, 2000, p. 98. Questo è l’amore di Dio che non ti lascia via d’uscita quando lo s’incontra
Ringrazio ogni persona che me Lo ha fatto incontrare sia quelli che lo volevano, sia quelli che non lo volevano, poiché misteriosi sono i sentieri per i quali l’Amante si aggira e spesso nascoste le vie che percorre per incontrare la Sua creatura preferita, l’uomo. Sì perché solo avendo un imparzialità sfacciata si può amare chi ti tratta così male e si serve di te solo quando ne sente il bisogno. Questo è l’amore di Dio che non ti lascia via d’uscita quando lo s’incontra. È la madre che ama anche quando la si odia e il padre che ti perdona anche quando non ti meriti il suo perdono, e colui che ti aspetta sveglio fino al giorno dopo, e fino all’altro ancora poiché non riesce a prendere sonno se tutti i suoi figli non sono tornati. È chi ti da un’altra possibilità ed un'altra ancora perché ti conosce fino in fondo e sa dove puoi arrivare anche quando non lo sai tu. Mi ha scelto per questo perché sono un peccatore, forse è proprio per questo che ha scelto l’uomo, perché se non lo avesse scelto sarebbe morto, ma Lui non voleva la sua morte poiché gli aveva donato la vita. Per questo ho paura quando mi allontano da Lui, ho paura di morire, e quante volte sono morto perché ho scelto il peccato, ma Lui mi ha resuscitato, qualche volta per un mio poverissimo atto di fede, dove nel buio della notte ho visto una luce lontana l'ho fatta entrare ed essa mi ha illuminato. Più volte per un atto di fede di altri, che mi hanno tirato su come un secchio che è tirato su da un pozzo, da solo non può salire anche se vede la luce, essa c’è sempre non ti lascia mai, anche quando non la vuoi vedere perché ti fa star male pensare che l’hai tradita, che hai cercato di spegnerla. Non si può spegnere quella luce non ha l’interruttore, non c’è peccato che gli resista, penso che anche se per tutta la vita uno costruisse un muro, senza mai fermarsi, nel punto di morte si accorgerebbe che il Signore si era seduto proprio dalla sua parte ed il muro diventerebbe inutile. Ogni volta che sono stato tirato su da questo pozzo per assurdo il Signore mi ha voluto a tirar su la corda di altri, che erano come me, perciò non preoccupatevi della vostra, ci sarà sempre qualcuno a tirare, al massimo ci penserà Lui, ma preoccupatevi di quella degli altri, così anche voi sarete salvi. Infine grazie ai preti che me Lo hanno fatto conoscere e me Lo hanno fatto entrare dentro, dentro al mio corpo, me Lo hanno fatto scoprire come abitante del tempio che è il mio corpo, Padre e Amico. Gli chiedo perdono perché spesso li ho trattati male, ma loro mi hanno confessato anche quello che non gli ho detto, e mi hanno dato da mangiare loro stessi anche quando non Lo volevo e non Lo meritavo. Vorrei essere un giorno come loro, uno strumento nelle sue mani, non perché me lo meriti, ma per sua grazia e solo se fosse la sua volontà, e vorrei poter gridare con tutti i fedeli sono un servo inutile.
Pedro
La colpa di far nascere un figlio "imperfetto" La settimana scorsa, nel silenzio quasi assoluto dei media italiani, si
sono chiuse le Paralimpiadi. Eppure, proprio per il Paese che le ha
ospitate, questa edizione merita qualche riflessione, allargabile anche
alla situazione di casa nostra. Per poter accogliere gli atleti diversamente abili, la Cina ha fatto
uno sforzo gigantesco a livello organizzativo ed economico. Così, ad
esempio, grazie a quasi due milioni di dollari (con cui si sono
abbassati lavandini, costruite rampe, aggiunti cartelli in braille e
trasformati oltre 200 bagni in toilette accessibili) ,
l'aeroporto di Pechino è stato in grado di accogliere gli "esigenti"
ospiti. Ben più complessa la questione sul piano culturale. Cogliendo
nel segno, un lungo articolo di Maureen Fan comparso qualche giorno fa
nella pagina degli esteri del Washington Post titolava «Beijing
Welcomes The Disabled as China Never Has» (Pechino accoglie i disabili
come la Cina non ha mai fatto). Nella sola Pechino si trovano quasi un milione di disabili che, come
gli altri 83 milioni che vivono sparsi nel Paese, conducono
un'esistenza di reclusi in casa. Il dileggio e lo scherno di cui sono
oggetto, la totale mancanza di supporti (per strada, nei mezzi di
trasporto e nei locali pubblici) nonché, più in generale, l'assenza di
qualsiasi progetto di inserimento educativo e lavorativo, rendono tale
condizione quasi obbligata. Per certi versi, però, nelle ultime
generazioni, il problema sembra pressoché risolto: la politica del
figlio unico ha fatto sì che oggi in Cina la nascita di bimbi disabili
costituisca una rarità quasi assoluta. Così, una civiltà che per secoli
si è costruita sul tradizionale rispetto per anziani e deboli, registra
ora rifiuto e marginalizzazione. Basti pensare che prima delle
Olimpiadi il manuale informativo ufficiale distribuito ai 100 mila
volontari, in vista dell'evento definiva i disabili «ostinati, ribelli
e introversi, con un forte senso di inferiorità». Non che, nella sostanza, le cose da noi vadano molto meglio. Se le
leggi offrono un qualche aiuto, il disprezzo continua però a regnare
pressoché indisturbato, come dimostrano le cronache quasi quotidiane
che raccontano (sia pure marginalmente, quasi in nota) le violenze
sessuali di cui sono oggetto bambine e giovani disabili un po' ovunque.
Per anni la società ha fatto finta che i disabili non esistessero, e
molto spesso, per le ragioni più diverse, sono stati innanzitutto i
genitori a nascondere o ignorare i loro figli, rinchiudendoli in casa o
in istituto (a prescindere dallo status sociale o economico: pensiamo
alla drammatica storia del figlio minore di Arthur Miller, David, la
cui esistenza è stata completamente negata dal famoso drammaturgo).
A tale invisibilità la scrittrice americana Flannery O'Connor ha dato
una precisa qualificazione: «L'atteggiamento sentimentale nei confronti
dei bambini portatori di handicap, che implica il tentativo di tenere
loro e la loro sofferenza lontani dagli occhi della gente, è
paragonabile alla mentalità che ha portato ad alimentare il fumo nei
forni crematori di Auschwitz». Le cose sembravano migliorate negli ultimi tempi. Recentemente, però,
nel panorama già complesso, si è insinuato un ulteriore elemento, che
sembra orientarci ad un nuovo atteggiamento verso la disabilità. Il
pietistico sentimento nei confronti dei "poveri infelici" si sta
trasformando in un giudizio di colpevolezza verso chi li ha messi al
mondo. Data la panoplia di esami e di analisi che permettono di accertare la
salute del nascituro durante la gravidanza, la diagnosi prenatale si è
trasformata in un obbligo a cui non è moralmente lecito sottrarsi. La
colpa massima diventa, così, quella di aver fatto nascere un figlio
disabile quando esami, test e analisi ci avrebbero potuto "illuminare".
È in nome di questa luce oscurata (drammatica rivisitazione della
parabola evangelica) che in alcuni Paesi, come la Francia, figli
"imperfetti" hanno trascinato in giudizio madri e medici che li hanno
"lasciati" nascere. Generale è la condanna verso quelle madri
incoscienti che rifiutano esami e analisi per sapere "come sta" il feto
che portano in grembo. È così diventato una rarità l'essere contrari
all'amniocentesi (ormai, scandalosamente, esame di routine) e a tutte
le indagini che dovrebbero illuminare il ventre materno alla ricerca di
gravi malattie e di inaccettabili imperfezioni. Mettiamo anche che un
esame così invasivo non rischi di causare quel rischio che vorrebbe
invece evitare, davvero possiamo rinunciare al tentativo di capire cosa
sia un essere umano, cosa faccia di un essere un essere umano? Parallelamente, in forme eleganti e positive, si sta facendo strada
l'idea che coloro che si prendono la responsabilità di far nascere un
bambino handicappato debbano assumersi le conseguenze di tale scelta,
in particolar modo quelle economiche. Costoro, cioè, non possono
pretendere che la collettività, che ha fornito loro gli strumenti per
evitare il danno, si faccia poi carico di una scelta personale. Da pena (per i figli) a colpa (dei genitori) dunque. Non si può certo
dire che le nostre società si stiano evolvendo. Io posso solo ripensare
alle parole di Ornella, mamma di due figli, Lisa (che è down) ed
Enrico.«Quando i nostri figli nacquero, ormai una quarantina di anni
fa, vedemmo nel bambino la nostra gioia e la nostra speranza, in
Lisetta una fonte di preoccupazione. Oggi lei vive, sorridente e
serena, in una casa famiglia, e quando torna da noi il week-end è fonte
di gioia perché è una donna felice. Nostro figlio invece si è separato
dalla moglie quando erano in attesa del loro terzo bimbo. Come nonni ci
facciamo in quattro per questi nipotini che sono già infelici e
depressi, a causa dei tremendi conflitti tra i loro genitori». E dire
che ancora ci crediamo in grado di valutare cosa sarà un bene, e cosa
invece un male. Giulia Galeotti Avvenire 25 settembre 2008 Giovani, andate controcorrente!
Vivere con speranza
Da “Muta il mio dolore in danza” di H. Nowen
La sofferenza ci aiuta a deporre le nostre pene in mani più capaci. In Cristo noi vediamo Dio che soffre –per noi- e che ci chiama a condividere il suo amore sofferente per un mondo dolente. Le piccole e anche le grandi, insopportabili sofferenze delle nostre vite sono intimamente connesse alle ben più grandi sofferenze di Cristo. Le nostre pene quotidiane sono saldamente ancorate alla pena più grande, e di conseguenza a una più grande speranza. Non è in nostro potere modificare la maggior parte delle circostanze della nostra vita. Siamo incessantemente chiamati a scoprire lo Spirito di Dio all’opera nelle nostre vite, dentro di noi, anche nei momenti più cupi. Siamo invitati a scegliere la vita. Una chiave per comprendere la sofferenza sta nel non ribellarci ai problemi e alle croci che la vita ci pone di fronte. Soffrire ci avvilisce; ci rammenta la nostra pochezza. Ma è proprio qui, in questo nostro strazio o avvilimento, o disagio, che il Danzatore ci invita a rialzarci e a muovere i primi passi. Perché è nella nostra sofferenza, e non a prescindere da essa, che Gesù penetra nel nostro sconforto, ci prende per mano, ci rialza dolcemente e ci invita alla danza. E danzando ci rendiamo conto che non siamo inchiodati al piccolo, angusto luogo del nostro dolore, che possiamo oltrepassarlo. Smettiamo di incentrare le nostre vite su noi stessi. Trasciniamo altri con noi, li invitiamo a unirsi alla più vasta danza che tutti ci accomuna. Impariamo a far posto agli altri, e all’Altro Misericordioso in mezzo a noi. La nostra gloria si cela nel nostro dolore, se permettiamo a Dio di portare il dono di sé nella nostra esperienza di dolore. Se ci volgiamo a Dio, anziché ribellarci alla nostra sofferenza, gli permettiamo di trasformarla in un bene più grande. E permettiamo ad altri di unirsi a noi e di scoprire quel bene con noi. Se sappiamo ravvisare la presenza di Dio nei momenti difficili, allora tutta la vita, non importa quanto apparentemente insignificante o difficile, può rivelarci che Dio opera incessantemente in mezzo a noi. Essere grati non significa rimuovere le ferite che ci portiamo dentro. Guarire è lasciare che lo Spirito Santo mi chiami a danzare, a credere nuovamente, anche tra le lacrime, che Dio orchestrerà e guiderà la mia vita. La chiamata a essere riconoscenti è una chiamata a confidare che ogni attimo della nostra esistenza possa essere rivendicato come la via della croce che conduce alla nuova vita. La gratitudine ci aiuterà in questa danza solo se sapremo coltivarla. Perché la gratitudine non è una semplice emozione o un atteggiamento naturale. Vivere con riconoscenza richiede esercizio. È necessario uno sforzo non indifferente per riabilitare tutto il mio passato e vederlo come il modo concreto con cui Dio mi ha condotto sin qui, a questo momento. Per farlo, infatti, devo affrontare non solo le ferite recenti, ma le passate esperienze di rifiuto, abbandono, fallimento o angoscia. Ai discepoli Gesù disse che benché fossero già intimamente legati a lui, come tralci a una vite, dovevano essere ancora potati per portare più frutto (Gv 15,1-5). Potare significa troncare, ri-formare, rimuovere ciò che sottrae vitalità. Le persone riconoscenti imparano a rendere grazie anche al ricordo dei momenti difficili e dolorosi della vita, perché hanno capito che la potatura non è mero castigo: è preparazione. Se la nostra gratitudine per il passato è soltanto parziale, anche la nostra speranza per il futuro non potrà mai essere piena. Ma il nostro abbandonarci al volere di Dio, alla sua mano che ci pota, non ci lascerà desolati, ma pieni di speranza per ciò che può avvenire in noi e per mezzo di noi. Windows Live Mobile Da oggi la posta di Hotmail la controlli anche dal tuo cellulare! Fermati sul monte
Una Presenza più vicina
![]() L'amore di Dio che non è sempre un’alta esperienza di unità di tutta la creazione. Nella notte oscura l’amore di Dio si rivolge a noi in un modo che sembra ci sia negato. Nella notte Dio sembra venire contro di noi. Niente nell’amore è oscuro o distruttivo, Giovanni lo ribadisce, ma poiché, per ciò che noi siamo, abbiamo bisogno di purificazione, l’amore è sperimentato come oscuro. Giovanni dà a questo proposito una descrizione forte del momento nella vita in cui le consolazioni scompaiono e la preghiera è tutto, ma resta impossibile. Il desiderio è ancora presente ma è esausto e va in cerca di sollievo. Il teologo Karl Rahner commentava che tutte le sinfonie nella vita rimangono incomplete. In ogni relazione, in ogni possesso affiora sempre incompiutezza. Questa frustrazione del desiderio e la lusinga di qualcosa di più o al di là è il disagio causato dal continuo invito da parte di Dio ad una comunione profonda. Quando ciò che si desiderava sfuma, la persona entra in una specie di oscuramento. Lo psicologo Carl Jung osservava che non riusciamo a distinguere i simboli di Dio e i simboli di noi stessi. Quando l’individuo perde il simbolo di Dio, la personalità comincia a disintegrarsi. Questa condizione oscura rimane fin quando un nuovo simbolo di Dio emerge o si sviluppa una nuova relazione con un vecchio simbolo di Dio. Il consiglio di Giovanni della Croce durante queste crisi della vita è molto utile. Egli ci assicura che l’amore di Dio è comunque presente nella nostra vita ma non lo abbiamo ancora sperimentato come amore inizialmente; è necessario allora avere pazienza, fiducia e perseveranza. Questa attività amorosa di Dio ci libera dagli idoli e ci ristora nella salute dell’anima. Gli dèi stanno morendo nella notte e l’anima ha bisogno di sostenere un processo di afflizione. La strada sbagliata potrebbe risolvere o sanare la condizione artificialmente, o rinnegarla del tutto. Siamo chiamati ad affrontare la condizione, ad entrare in essa con pazienza, e là dove il cuore si strugge irrobustirsi per essere attenti all’arrivo dell’amore. Giovanni le chiama “attenzioni dell’amore” nell’oscurità; è il tempo di essere un orologio nella notte. La contemplazione è un’apertura all’amore trasformante di Dio, specialmente quando egli si avvicina in maniera camuffata. Un’esperienza intensa che Giovanni chiama notte dello spirito è simultaneamente la forte esperienza del nostro peccato, la finitezza della condizione umana, e la trascendenza di Dio che mai emerge. Mentre in questa condizione le parole sono senza significato, Giovanni scrive che è questo il tempo di “mettere la nostra bocca nella polvere”. Tutto ciò che si può fare è amare ciò che ci si presenta. In questo deserto il pellegrino continua il viaggio nella vita, consegnandosi solo alla guida di una vera fede biblica. Questa fede purificata è il contesto per una giusta relazione con Dio. Come per Teresa di Lisieux, scomparendo il pensiero del cielo, il pellegrino non desidera possedere l’oggetto della sua speranza, e rimette questa speranza in ciò che non possiede. La notte diventa un’esperienza illuminante e una vera guida, migliore del giorno. La fiamma che una volta bruciava ora si cauterizza e guarisce. L’assenza che lo conduce alla ricerca dell’Amato si è rivelata una Presenza compassionevole nascosta nel desiderio Raccolta foto di Windows Live Ordina e condividi le tue foto in maniera semplice e veloce! Stare "dove è più folto dentro"...Fermati sul monte Stare "dove è più folto dentro"... ![]() La contemplazione è stata considerata da sempre come la forma più alta e profonda di preghiera, e allo stesso tempo si poneva quasi in competizione con l'attività. Nulla di più errato! Nella progressiva e continua trasformazione in Cristo operata in noi dallo Spirito, Dio ci attrae verso di sé in un cammino interiore che porta dalla periferia dispersiva della vita alla stanza più interna del nostro essere, dove Egli dimora e ci unisce a sé”. Potremmo definire la contemplazione come lo sguardo di Dio che passa nel nostro sguardo. Questa finestra di trascendenza che si apre sulla realtà delle cose crea delle voragini di contatto con il Mistero. La contemplazione dovrebbe essere la fonte profonda della compassione di Cristo per il nostro mondo che giunge nell'oggi attraverso la nostra umanità. È contemplativo allora colui che, condotto dallo Spirito nella povertà della sua precaria esistenza, impara ad attendere nella speranza la venuta del Signore e non si pone al di sopra o al di fuori del grido degli uomini, ma se ne fa carico: Vieni, Signore, a salvarci! La nostra vita contemplativa, vale a dire la nostra apertura a questo amore di Dio che viene a noi nel quotidiano esistere è il dono che siamo chiamati a dare agli altri. Il nostro primo compito è di spendere ciò che siamo nella relazione intima con Dio. Abitati dal suo Amore saremo presenza viva, pagine di vangelo lasciate ovunque, profumo di Cristo che naturalmente si espande dal mio cuore in profondo e perenne ascolto del Dio vivente. La storia del Diletto che viene incontro all’amata per attrarre il suo cuore all’unione profonda è una storia che si narra di continuo, il cuore ha un luogo dove andare e può con fiducia abbandonare la presa su ciò che passa. È nel deserto di Dio, "dove è più folto dentro”, (Giovanni della Croce, Cantico spirituale, strofa 36) che potrò incontrare le sofferenze del mondo e come un orologio nella notte resterò in attesa del suo ritorno nella vita di ciascuno. Qui è la fonte di ogni significato, negli spazi dello Spirito. Sarà necessario verificare la mia "statura" contemplativa: Mi sono realmente arreso al Mistero che è al centro della mia vita oppure continuo a lottare per rendere sicura in qualche modo la mia esistenza? Cerco il volto di Cristo nel volto delle persone che incontro? Il mio sguardo riconosce l’invito dell’amore trasformante di Dio che si avvicina a me nascosto negli eventi? Tra le persone con cui vivo come posso creare le condizioni per rendere il cuore un “cuore in ascolto”? Che i miei occhi, Signore, ti vedano... lì dove mi trovo a vivere la mia giornata... qui ed ora! Per questo Natale fai i tuoi auguri con Messenger! Windows Live Messenger FERMATI SUL MONTELa fame del cuore ![]() La fame del nostro cuore ci spinge nel mondo alla ricerca del nutrimento. In molti modi noi chiediamo al mondo: “Hai visto colui che ha fatto il mio cuore, che ha causato questo mio sentire?” Il nostro cuore cerca se stesso, disperso nel paesaggio che vede. E chiede a ogni persona e a ogni possesso e a ogni attività di dirci di più circa il Mistero della nostra vita. Così avviene spesso che, affascinati dai messaggeri di Dio, l’anima li scambia per Dio. Noi prendiamo le buone cose di Dio e chiediamo loro di essere Dio, finché il cuore, stanco di questo cercare, brama il riposo e vorrebbe farsi una casa. Percorre i suoi desideri profondi attraverso relazioni, possessi, piani, attività, mete, per colmare la sua fame profonda, ma tutte le aspettative iniziano a sgretolarsi... Dio è l'unico cibo che nutre la fame del cuore! Sarà utile allora fermarmi a riflettere: 1. Quali sono le cose che hanno preso nella mia vita il posto di Dio? le cose che sono diventate parte della mia vita e senza le quali non so andare avanti? Sono ferito per essermi attaccato così strettamente a loro? 2. Ho costruito io inconsciamente il mio regno piuttosto che guardare al regno di Dio? Ho io, senza essermene reso conto, rimosso Dio dal centro della mia vita e messo al centro i miei nobili desideri, i miei profetici lavori, la mia capacità di comprensione degli eventi? Ho io lentamente negli anni dimenticato di chiedermi: Cosa Dio vuole da me? 3. Le passioni che mi hanno dato la spinta a compiere cose grandi dove sono? Sono state addomesticate e abbandonate? Sono io diventato troppo funzionario dei miei progetti piuttosto che discepolo della Vita? Certi malesseri, certe inquietudini non verranno forse dal nutrire la mia fame con cibi inadatti? Signore, sei tu il Pane del mio cuore. Che io abbia sempre fame di Te! Sfida i tuoi amici in entusiasmanti sfide con i giochi di Messenger! Messenger Giochi Fermati sul monte Nada parte seconda![]() I profeti della porta accanto Nada... Nulla per possedere tutto.... Allora la nostra vocazione sarà forse quella di essere sospesi tra il cielo e la terra senza cercare supporto in altro luogo? Sì, è questo un modo abbastanza drammatico per dire che alla fine se la nostra fede, la nostra confidenza e fiducia in Dio sono l’unico supporto è perché Lui ci condurrà sicuramente al di là di tutte le nostre attese nella terra che desideriamo abitare: la felicità interiore. Siamo chiamati a esercitare un ministero di liberazione, a liberarci da tutti i modi che ci rendono schiavi di noi stessi e ci consegnano sempre agli idoli? La critica carmelitana è una sfida a non attaccarsi a niente, a non mettere niente al centro della propria vita altro che il Mistero che eleva la nostra vita. In questa purezza del cuore, una volta raggiunto lo spirito di Dio, noi siamo capaci di amare meglio gli altri e vivere saggiamente. La sfida carmelitana è di cooperare con l’amore di Dio, spesso oscuro, che sta dentro di noi. Questo continuo ascolto della venuta di Dio è il compito profetico per il Carmelo. Quale Dio dobbiamo seguire? Gli dèi delle nostre passioni? Gli dèi delle ideologie e delle pur limitate teologie? Gli dèi dei sistemi oppressivi economici e politici? Gli dèi di tutti gli “ismo” del nostro tempo? Oppure il nostro Dio, il Dio che ci trasforma, ci libera, ci eleva? Gli idoli del nostro tempo non sono altro che amori e possessi personali, ma specialmente sono gli idoli di potere, del prestigio, del controllo, e il dominio con cui si lascia gran parte del genere umano fuori del banchetto della vita. È povero chi ripone la sua speranza in Dio, è ricco chi pone tutta la sua fede nel denaro, nel potere, nel successo, nel buon nome... Oggi le iniquità degli idoli di “ismo” portano la maggioranza del mondo in una condizione di emarginazione. E si può chiamare felicità interiore tale emarginazione? Non andiamo a pensare ai grandi, ai lontani: anche in noi abita questa iniquità che ci emargina dal sentirci in comunione con ogni uomo che incontriamo, abita nella porta accanto che non è motivo per noi di profezia... Dio viene a noi, di continuo. Ma i nostri occhi riescono a vederlo? Crea il tuo Spaces: fai il tuo blog e carica fino a 500 foto al mese! Windows Live Spaces Fermati sul monteLA VIA DEL NULLA il disegno di San Giovanni ![]() Una montagna stilizzata come immagine del viaggio di trasformazione: è la montagna che Giovanni della Croce disegna per lasciare una mappa indicativa al nostro cammino. Sulla montagna egli disegna tre vie: le due vie esterne, una dei beni del mondo e una dei beni spirituali, non raggiungono la cima, si arrestano e si perdono prima. Soltanto la via centrale del nada raggiunge la vetta. In alto una scritta: “Per possedere tutto, non possedere niente”. La nostra umanità ci dice che siamo stati creati per possedere tutto, conoscere tutto, essere tutto. Eppure noi non arriveremo ad avere tutto, se pensiamo che una parte della creazione di Dio sia in grado di soddisfare questa nostra fame di TUTTO. L'invito allora a uscire dalla logica del possesso e ad entrare nella logica del dono altro non è che il segreto incoraggiamento a non cercare mai qualcosa per noi... Nel dono ci siamo per intero! Quanti nelle strade della vita cercano e "comprano" la gioia a qualunque prezzo finché il cuore,spinto da insaziabile desiderio, resta intrappolato e ferito. Non le consolazioni della terra, né le consolazioni dello spirito conducono alla vetta del monte che è Cristo! perché nell'uno e nell'altro sentiero si cerca comunque la soddisfazione di sé. L'unico sentiero che conduce a lui è quello del nada... Niente! Nessun vincolo che tenga prigioniero, neanche l'affetto più sacro perché se un affetto stringe e non lascia andare, come può chiamarsi amore? Nada... Libero da tutto e da tutti, sarò teneramente unito a tutto e a tutti nella misura in cui Cristo sarà il mio unico Bene e in Lui tutto sarà finalmente mio! 5 GB di spazio, filtro anti spam e interfaccia personalizzabile GRATIS per te! Windows Live Hotmail Fermati sul monte![]() Distacco dal mondo: quale significato per noi oggi? Al Carmelo la parola "distacco" è pane quotidiano. Ma cosa si intende per distacco? Distanza? Rinuncia? Categorie queste sempre meditate come via privilegiata per raggiungere Dio. No! La tradizione carmelitana non evoca il distacco dal mondo. Essa evoca una giusta relazione con il mondo di Dio. Il coinvolgimento con il mondo è un ostacolo alla relazione con Dio? No! Al contrario! è nel mondo di Dio che Dio si incontra. I cuori che sono usciti dal mondo per cercare appagamento e nella loro ricerca si sono dispersi e frammentati hanno bisogno di sostare per capire. Inseguendo i desideri del suo cuore nei possessi e nelle relazioni che possono incontrare l’intensità di questi desideri,il cristiano inizia a fare esperienza di questo arresto che c’è nella vita. È una situazione di deterioramento per la quale il mondo e il cristiano sono attaccati così fortemente da avere una vita schiacciata al di là delle aspettative. Questo è il cristiano che si è conformato agli idoli, non trasformato in Dio. nto è la passione. Noi siamo venuti per realizzare ciò a cui siamo spinti in un modo o in un altro, eParlando di attaccamento forse è bene parlare di passioni. Soltanto la grazia di Dio può renderci liberi dalle nostre passioni. Uno potrebbe essere spinto a cose evidentemente distruttive, ma un altro potrebbe essere spinto a cose buone come la Chiesa, le pratiche religiose, la propria famiglia, o anche a Dio per essere Dio. Noi continuiamo a chiedere alla creazione di Dio ciò che soltanto Dio può dare. La nostra tradizione insiste che nada (niente), nessuna parte della creazione di Dio, può essere sostituita a Dio. Soltanto colui che è nada (non una cosa, ma ogni cosa) può essere cibo sufficiente alla nostra fame. Crea GRATIS i tuoi biglietti da visita su Windows Live Messenger! Fermati sul monteDesideri disordinati fanno un cuore schiavo
![]() Decidere quale Dio seguire... per farlo è necessario lottare continuamente con le forze della disintegrazione e frammentazione causate dal seguire i propri desideri disordinati sotto la maschera di una personale necessità. Avere un solo Dio e servirlo con tutto il cuore non è facile tra tutti gli dèi" che ci vengono offerti. Questa Presenza profonda nella nostra vita si incontra nel mondo attorno a noi, ovunque... come dice Teresa d’Avila: ”Lasciate parlare le creature al loro Creatore”. Nella nostra esuberanza invece noi chiediamo avidamente per noi più di ciò che è possibile e regolarmente gettiamo i desideri del nostro cuore in poche creature, chiedendo di essere noi stessi l’appagamento che cerchiamo: quasi fossimo increati, scegliamo qualcosa come bene e pensiamo di essere "DIO". Il cuore stanco del suo continuo peregrinare cerca di fermarsi e di costruire un'oasi rifugiandosi in essa e placandosi con dèi minori cercando qualche gioia, pace, identità, sicurezza o altre cose che allievino i suoi desideri. Questo breve periodo di sollievo nasconde un problema spirituale e anche un problema dello sviluppo umano della persona. Giovanni della Croce era convinto che quando un individuo centra o qualcosa o qualcuno al di fuori di Dio la personalità subisce una disfunzione. Tali “attaccamenti” creano una situazione di morte. A qualunque cosa o a chiunque io posso chiedere di essere il mio Dio, ma in ogni caso cresce l’appagamento del mio desiderio in quanto non può soddisfare l’aspettativa. L’idolo comincerà a sgretolarsi sotto tale pressione come io cerco di essere il mio “tutto”. E poiché non possiamo crescere oltre i nostri dèi un "dio" inferiore significa un essere umano inferiore. Ciò a cui io sono “attaccato” muore sotto il mio bisogno e io muoio con lui perché i miei desideri profondi non possono trovare niente e nessuno che gratifichi la loro intensità. Il dinamismo di questa trascendenza di sé con la propria umanità non può portare ad affermare di essere “arrivati” alla fine del viaggio. Dichiarando una vittoria prematura, appena ci attacchiamo agli idoli siamo ingaggiati in una non autentica trascendenza di noi. In altre parole il cuore non è ancora libero di sentire e seguire gli inviti dell’Amato. Questa schiavitù del cuore è il risultato del nostro desiderio disordinato. La soluzione, la liberazione del cuore è non acconsentire all’annichilimento del desiderio ma al suo ri-orientamento. Windows Live Messenger 8.1 Chat, videochat, giochi, blog, e-mail e condivisione files: GRATIS! Fermati sul monte
" Fuggisti dopo avermi ferito, ti cercai, ti eri involato!" (san Giovanni della Croce) I santi si avvicinarono alla fiamma del desiderio interiore scoprendola nel profondo della loro umanità e furono bruciati e purificati da essa nel loro incontro. Teresa d'Avila capì che era l'acqua offerta da Gesù alla donna samaritana, molto più fuoco che acqua, a far crescere il desiderio. "Quanto assetati diventiamo grazie a questa sete!" E Giovanni della Croce: "Dove ti nascondesti in gemiti lasciandomi, o Diletto? Come il cervo fuggisti, dopo avermi ferito; ti uscii dietro gridando: ti eri involato!". Qui è la nostra umanità, in questo svegliarsi in mezzo a una storia d'amore. Qualcuno ha toccato il nostro cuore, lo ha ferito e ci ha reso bramosi di appagamento. Chi ci ha fatto questo, e dove se n'è andato? Domande che accompagnano il viaggio di ogni essere umano, e muovono ogni passo... dal camminare carponi del bambino al pellegrinaggio del Papa in Terra Santa, dallo scrutare le stelle a posare i piedi sulla luna... ogni passo! I nostri desideri - dice Giovanni della Croce - sono simili a un bambino piccolo: quando poniamo loro attenzione, li plachiamo per un po', ma di lì a poco tornano e rumorosamente disturbano la pace della casa; oppure, i nostri desideri sono simili a un giorno con l'amato a lungo desiderato; ma il giorno si traduce in una grande delusione! Come non avvertire il nostro essere uomini in questa fame che ci divora? Fame di qualcosa di profondo che solo Dio è in grado di nutrire? Teresa di Lisieux trova i suoi desideri profondi catturati nell'immagine del cielo: domenica senza fine, rifugio eterno, eterna spiaggia. L'eterna spiaggia: espressione particolarmente evocativa a rappresentare il desiderio del cuore. Lei che aveva scelto di vivere tutto, di mangiare il pane dell'incredulità alla mensa dei peccatori, di essere una pallina da gioco nelle mani del Cristo bambino, anelava all'eterna spiaggia, nonostante la muraglia della notte si fosse alzata nella sua fede. L'eterna spiaggia: espressione di tutto ciò che possiamo desiderare e che non riusciamo talvolta a delineare al nostro sguardo interiore. Come ancora lei dice: "Io mi sentivo incapace a esprimere in un linguaggio umano i segreti del cielo, e dopo aver scritto pagina su pagina, mi resi conto che avevo appena cominciato. Gli orizzonti sono così vari e tante le sfumature di infinita varietà..." (SS.189). Ci capita di arrivare continuamente a una meta, affascinati da una promessa di appagamento, ma continuamente torniamo via delusi. Chissà che la spiaggia da noi trovata non sia un angolo nascosto di quel mare per noi ancora sconosciuto che si chiama Altrove? Usando l'immagine di Teresa, noi arriviamo a molte spiagge ma ogni volta ci rendiamo conto che non siamo giunti a quella "giusta". Se però le nostre labbra sanno di amaro, non sarà forse che il mare l'abbiamo trovato, ma per noi non è la spiaggia giusta perché aspettavamo il mare fosse dolce? Svegliamo il nostro uomo che si è assopito: l'acqua del mare non può essere che salata!! Siamo arrivati sull'eterna spiaggia dell'OGGI di Dio... le sue acque stanno toccando le nostre rive... Ecco Windows Live Hotmail: 2 GB e protezione antispam, GRATIS! Fermati sul monteUn cuore anelante: il nostro desiderio di Dio
Noi scegliamo tutto: “I nostri cuori sono senza riposo” scriveva sant’Agostino, e questa verità rimane fondamentale nella condizione umana. L’inquietudine umana, l’umano desiderio, la brama umana - nessuno di questi potrà mai essere definitivamente e pienamente soddisfatto. Il bambino inizia da piccolo ad esplorare l’ambiente che lo circonda con un’espressione di umana inquietudine; il viaggio di chi lascia per andare è animato dallo stesso desiderio. Noi siamo veramente pellegrini. Noi uomini non abbiamo mai abbastanza perché, dice s. Teresa di Lisieux, noi scegliamo tutto. E non avremo riposo finché non lo otterremo. Questa fame nel cuore umano dice che noi siamo fatti per cercare e ricercare, per bramare e desiderare ardentemente, finché il cuore trovi finalmente qualcosa o qualcuno che soddisfi la profondità del suo desiderio, finché il cuore trovi il nutrimento sufficiente per la sua fame. Noi chiamiamo questo cibo, questo appagamento, questa meta dell’umano desiderio: Dio. “Volevo vivere” , scriveva s. Teresa d’Avila, “ma non avevo nessuno che mi desse la vita…”. Nominandola o no, ogni essere umano vive questa ricerca. Ogni studente della nostra scuola, ogni membro della nostra parrocchia, ogni pellegrino del nostro santuario, ogni candidato del nostro seminario ha un’apertura al mistero trascendente che chiamiamo Dio. Man mano che il tempo passa il desiderio può essere camuffato, la fame temporaneamente soddisfatta, la brama soffocata, distratta, indebolita. Ma c’è e emergerà in una forma o in un’altra. Diamo nome a questa fame, parole al desiderio, e .pone la fine del viaggio in Dio. Il cuore umano avrà sempre bisogno di chiarificare i suoi desideri. Non possiamo soddisfare la nostra fame ma possiamo aiutare a trovare le parole per essa e sapere dove essa ci porta. Noi possiamo e dobbiamo farlo, nell’arte, nella poesia e nel canto, nel consigliare e nell’insegnare, o semplicemente ascoltando e comprendendo. E se le nostre parole fallissero, comunque avrebbero aiutato noi e le persone accanto a noi a capire che cosa è il desiderio. Un serio problema nella spiritualità oggi è l’ingenuità circa il desiderio o l’energia che ci guida. Il nostro Dio dona il desiderio spirituale, che si può esprimere in molti modi, inclusa l’energia creativa, erotica; è pericoloso per noi non orientarla attentamente. Noi siamo ingenui circa questo desiderio profondo dentro di noi e non siamo vigili ai suoi rischi. Se non c’è rispetto verso questa energia e i modi di accedervi e custodirne il contenuto, gran parte degli adulti vacillano nell’alienazione da questo ardore e spesso vivono nella depressione, oppure si lasciano consumare da esso e vivono in uno stato di passività. La depressione in tal senso è data dall’incapacità di cogliere la gioia innocente della vita, di sentire la vera gioia. La passività si riferisce alla nostra tendenza, ai tempi, a identificare con questo ardore, qualcosa di magico. “…Siamo generalmente così pieni di noi stessi che siamo una minaccia per le nostre famiglie, per i nostri amici, per le nostre comunità, per noi stessi”. Incapaci di usare questa energia, noi ci sentiamo morti dentro oppure siamo iper-attivi e senza pace.“La spiritualità è quindi trovare il giusto modo, le discipline, con cui accedere a questa energia e contenerla Windows Live Messenger 8.1 Chat, videochat, giochi, blog, e-mail e condivisione files: GRATIS! Fermati sul monte1 Re 19,11 ![]() Ora i miei occhi ti vedono! Concludiamo le nostre riflessioni su Giobbe. Finalmente si trova la giusta prospettiva. La vita dell’uomo non è legata a un riconoscimento da parte di Dio. La linea innocenza-benedizione e peccato-sofferenza si spezza. Si scindono le parti per ricominciare un discorso autentico sul rapporto dell’uomo con Dio. Il mistero del progetto divino sulla vita umana va al di là di una logica retributiva. I discorsi di Dio nel libro di Giobbe non sono una risposta alla sofferenza umana. Anzi si ribalta l’accusa: «Vuoi tu farmi apparire colpevole? Vuoi condannare me per giustificare te?» (40,8) Dio non deve la felicità all’innocenza dell’uomo, non si lascia chiudere in uno schema, non si muove in spazi indagabili, non si offre all’uomo come una realtà scontata da potersi tenere a bada. Addentrarsi nel mistero è pericoloso se non si ha una fede purificata. Come poi arriverà ad ammettere Giobbe: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere» (42,5-6).È illogico che a un comportamento retto dell’uomo Dio risponda con un’ingiustizia. Ma è altrettanto illogico che i progetti di Dio siano riconducibili a un do ut des. La vita è gratuità, l’uomo è chiamato ad essere timorato di Dio in cambio di nulla. Occorre accettare un Vivente sempre originale, che chiama a un profondo senso di umiltà e creaturalità. Le parole di Dio possono essere state diverse da quelle che Giobbe si aspettava, ma questo non ha alcuna importanza. La notte è passata perché Dio si è degnato di lasciarsi trovare da Giobbe in un incontro faccia a faccia che permette gli sia resa giustizia. E il verdetto di Dio su di lui non lascia ombre: Giobbe ha parlato giustamente (cfr 42,7). Dio, ignorando le bestemmie e le proteste, preferisce la fede nuda di Giobbe alla compassata religiosità dei suoi avvocati difensori teologi. Qui è la risposta di Dio alla sua angosciata ricerca. Dio rispetta Giobbe nella sua originalità e anche nella sua libertà di mettere in questione la giustizia divina. La relazione con Dio è la vera ricompensa dell’uomo. Che davvero possiamo scoprirne tutta la bellezza! _________________________________________________________________ Calcio, Quiz, Sudoku, Scacchi… Inizia la sfida su Messenger, GRATIS! http://www.messenger.it/giochi_e_attivita.html Fermati sul monteUn Dio avvolto di mistero...
![]() Il fatto che Giobbe non sia ebreo -viene da Uz- è significativo perché rivela un Dio libero di gloriarsi di un uomo che non appartiene al suo popolo, un uomo alieno dal male, un uomo di cui ha profonda stima davanti alla corte celeste: «Nessuno è come lui» (1,8). La fede iniziale di Giobbe è forte e poggia su un rapporto assodato: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore! In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto» (1,21-22). «È anche notevole che egli non dia da se stesso nessuna interpretazione teologica alle sue sofferenze; si limita all’affermazione solenne che egli in queste sofferenze non può vedere nulla che debba mettere in dubbio il suo rapporto di fedeltà a Jahvè» (G. VON RAD). E anche quando la sventura continua a colpirlo nella sua persona non viene meno la sua accettazione serena: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male? E in tutto questo Giobbe non peccò» (2,10). Giobbe desidera e cerca in tutti i modi di dialogare con Dio e «Dio, sfidato, si trasforma in sfidante, facendo intuire all’uomo Giobbe che la logica del Signore è ben più autentica di quella limitata della creatura. Alla fine il male resta senza risposta, ma appare a Giobbe il volto di Dio, che nella creazione mostra le tracce del suo progetto trascendente, eppure affidabile e buono» (D. SCAIOLA). Attraverso i dialoghi si arriva a percepire Dio si fa conoscere in modo nuovo, un Dio difficile, avvolto di mistero e soprattutto imprevedibile. Dai discorsi si delinea un Dio che tiene alla sua libertà, un Dio quindi che non dà spiegazioni ma che instaura un rapporto di fiducia con l’uomo capace di non soccombere nella fede. Dio usa per rispondere a Giobbe una serie di affermazioni che hanno già insita la risposta in tono ironica per richiamare la sua attenzione a quanto ingenuo sia l’uomo quando immagina pronte soluzioni alle sue domande. «Non è la ragione dell’arbitrio quella che Dio pone sul banco, ma quella dell’unilateralità del giudizio umano al quale sfugge il senso del tutto. La fede chiama questo senso: Dio. Non si può spiegare, si può solo sperimentare» Windows Live OneCare: tutto per la cura del tuo PC ! Provalo Gratis! Fermati sul monteFermati sul monte
Un'ansia mai sazia la ricerca di Dio... La ricerca di Giobbe è un’ansia mai sazia. Deve capire, non può subire. Accettare sì, ma con ragioni che valgano. Quel suo: «Verrei a sapere le parole che mi risponde e capirei che cosa mi deve dire» (23,5) è indice della lotta terribile che lo avvolge. «Giobbe si imbatte nel mistero di Dio. È costretto a perdere la fede o a credere in un Dio diverso ma in questo secondo caso Giobbe si vede obbligato a prendere le distanze da tutta una teologia che ha da sempre nutrito la sua vita e quella del suo popolo. Ecco, ormai chiari, i veri termini del dibattito». (B. MAGGIONI). Ciò che sta vivendo contiene un messaggio, ma egli non riesce a decifrarlo. Eppure è solo in questa chiarezza di motivazione al suo dolore che la pace potrà diventare il suo pane. «Egli adotta la realtà del male lasciandola nella sua forza di scandalo, nella sua provocazione bruta vanamente coperta dai veli retributivi» (G. RAVASI). Per questo non tollera gli amici che volendo salvare le certezze tradizionali restano nell’orizzonte mentale in cui sono abituati a vivere e invece di comprendere la sofferenza di Giobbe si mettono a fianco di Dio e pretendono di parlare in suo nome. Le parole taglienti di chi invece sta cercando disperatamente il volto di Dio riportano la vicenda al suo nucleo fondamentale: non servono all’uomo sentenze di cenere e difese di argilla (cfr 13,12), è necessario il coraggio della vita. È ingenuo pensare che tutto vada bene nel mondo perché Dio guida con giustizia ogni cosa ed è da atei pensare che bene e male sono il frutto del capriccio di Dio o del caos. Ostinarsi a credere nella bontà di Dio accettando la realtà così com’è non è una risposta, ma il giusto modo di porsi di fronte al problema. «Non tanto dunque: perché c’è il male?; quanto piuttosto: come vivere in una situazione di contraddizione?»Quale attrice a 31 anni ha già ottenuto 5 nomination agli oscar? L’uomo di fronte alla incomprensibilità del misteroFermati sul monte!
1 Re 19,11
L’uomo di fronte alla incomprensibilità del mistero (19,1-29; 23,3-5) La sfida di Giobbe non è presunzione. Egli vive nel timore di Dio ed è cosciente del suo limite di fronte all’onnipotenza divina, ma consapevole della propria rettitudine, chiede a Dio una risposta alla sua disperazione. «Oh, potessi sapere dove trovarlo, potessi arrivare fino al suo trono! Esporrei davanti a lui la mia causa e avrei piene le labbra di ragioni» (23 3-4). Il sentire di un Giobbe paziente e docile e di un Giobbe ribelle e inquieto di fronte al mistero è insito in ogni cuore umano. Il cambiamento di tono nell’evolversi dei testi -attribuibile ad autore e tempo diverso- vuol manifestare un modo nuovo di affrontare il problema della sofferenza. Essa è vista non più come una prova, bensì come una esperienza che permette di entrare nel mistero di Dio. Il Giobbe iniziale è un’immagine ideale, edulcorata; il Giobbe che segue è l’uomo della realtà: è in preda all’avversario, il satan; è l’uomo gettato nel mondo, al di là della siepe protetta, in una realtà complessa; è l’uomo capace di progettare la vita, non l’uomo della devozione (cfr M. Nobile, Teologia dell'Antico Testamento, LOGOS 8/1, LDC, Leumann TO 1998, p. 158). L’audacia critica di quest’uomo è mossa dal voler raggiungere il Signore ad ogni costo, la sua protesta è finalizzata alla conoscenza, animata dal desiderio di verità che non è pretesto per coprire le proprie mancanze. È una situazione concreta quella che Giobbe vive, una crisi interiore. Di qui le contraddizioni, le ostinazioni, la lotta esacerbata. Non siamo nel campo dei concetti, ma della vita, dell’esperienza umana. La drammaticità sta nella solitudine interiore, in quel dolore che nasce dalla fede, nella reale assenza di Dio che è il più acuto di tutti i tormenti. Giobbe arriva allo scontro frontale con il suo Dio finché vede crollare tutti gli schemi teologici che nutrivano la sua sicurezza e la sua fede. I suoi amici invece, affermando a priori la sua colpevolezza, si chiudono alle varie dimensioni teologiche del mistero cui rimanda la sua sofferenza, perché con il loro bagaglio di evidenze «vogliono salvare l’orizzonte mentale nel quale sono abituati a vivere» Windows Live Hotmail: 2GB di spazio per la tua posta. GRATIS! |
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