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    Occorre svegliarsi per accorgerci di Dio

     
    Verità di sé


    Lotta dura contro il natale tarocco. L'avvento ci permette di recuperare il senso autentico del Natale, di non lasciarci travolgere dall'onda melensa di emozioni che dovremmo dover vivere. Salviamo il Natale dall'approssimazione e dal (falso) buonismo per ricuperarne il senso teologico, scomodo ma salutare.
    Non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce e a commuoverci davanti a questo bambino ignudo. Siamo qui a digerire la più brutta figura della storia dell'umanità, che, peraltro, reitera tale atteggiamento.
    Dio è venuto, stanco di essere frainteso, esasperato dalle nostre proiezioni.
    Dio è venuto e si è raccontato in Gesù di Nazareth.
    Dio è venuto ma, ad accoglierlo, poca gente, semplice e dimessa, che farebbe poco "gossip" in questi (fragili) tempi mondani.

    Cristi
    Occorre svegliarsi per accorgerci di Dio, occorre riconoscere i profeti presenti in mezzo a noi e diventare consolatori dei troppi fratelli persi, occorre avere la fiducia incosciente di Maria di Nazareth (che abbiamo celebrato in settimana) per cambiare il nostro destino.
    Per vivere autenticamente il Natale, fatte tacere le tante cassandre che ci scoraggiano, superata la tentazione di un Natale senza Dio, dobbiamo imitare il Battista nella sua lucida auto-consapevolezza.
    Giovanni è il più grande tra i figli di donna, un profeta austero e coerente, energico e carismatico. Verso le sponde arse del mar Morto, giù nella depressione vicino a Gerico, Giovanni ha radunato un movimento eterogeneo di cercatori di Dio, di insoddisfatti bisognosi di senso.
    Non è tenero Giovanni, disilluso e acre, chiede un cambiamento radicale per poter incontrare il Messia di Dio. Quasi alla fine della sua breve ma intensa vita, Giovanni riceve la visita degli inviati del Sinedrio che si interrogano, loro, i detentori del potere religioso, di questo strano personaggio che non si spaventa neppure ddi fronte alle autorità religiose.
    Giovanni è chiaro: lui non è il Cristo.
    Potrebbe pensarlo, gli altri lo pensano di lui (bisognosi come siamo di Cristi).
    Potrebbe approfittarne, cedere alla più subdola delle tentazioni, quella del delirio di onnipotenza.
    No, dice Giovanni, lui non si prende per Dio. Anche lui, come i penitenti, ne è disperatamente alla ricerca...
    Giovanni ci ammonisce: solo riconoscendo il proprio limite, che è opportunità, non mortificazione, possiamo essere liberi di accogliere il Dio fragile che nasce. Solo riconoscendo che non abbiamo in noi tutte le risposte, possiamo metterci alla ricerca.

    Voce
    "Chi sei, allora?"
    Chi siamo, allora?
    La logica mondana dice: sei ciò che produci, sei ciò che appari, sei ciò che guadagni, sei ciò che guidi, sei ciò che conti. Giovanni sa che non è così, che è illusoria e menzognera questa logica, che, mai, siamo ciò che possediamo o facciamo.
    Giovanni ha pensato e ha capito. Il sole del deserto e la polvere che raschia la gola, gli occhi bruciati dalla luce e il corpo ormai piegato alla durezza delle scelte, lo hanno portato a capire chi è lui nel profondo. Un mistico? Un provocatore? Un guru?
    No, egli è voce.
    Voce, voce prestata ad una Parola, voce che amplifica un'idea non sua, voce, che fa riecheggiare un'intuizione di cui anch'egli è debitore.
    Poco, vero?
    O tutto?
    Ci immaginiamo sempre di essere dei grandi, di compiere (o scrivere) cose memorabili, di restare nella storia o, perlomeno, nella piccola storia delle persone che amiamo.
    Dio ci svela cosa siamo in profondità.
    Tu, amico lettore, cosa sei? Cosa dici di te stesso?
    Forse sei pazienza, o attesa, o sorriso, o perdono, o sogno, o inquietudine.
    Contrariamente alla falsa idea del cattolicesimo che mortifica e castra le ambizioni degli uomini ("Se Dio c'è io sono fregato", pensa Erode), il Vangelo ci svela un Dio che mi aiuta a cogliere la verità di me stesso.

    Gioie
    Non so come stiate arrivando a questo Natale: l'importante è che ci arriviate in maniera autentica.
    Forse non è un gran periodo, forse non siete affatto soddisfatti di voi e delle vostre scelte.
    Pazienza, Dio viene lo stesso, se avete il coraggio di invocarlo.
    Perciò state (stiamo) nella gioia, rallegriamoci sempre nel Signore, teniamo buone le cose che egli ci ha donato, gioiamo pienamente in questo Dio che non meritiamo e che si dona.
    Questo mite Dio che attendiamo e che già amiamo.

    Il mondo ha paura di tutto, fuorché del peccato.

    mons Angelo Comastri    


    L'Immacolata scuote dalla 'narcosi da peccato'      padre Raniero Cantalamessa

    Con il dogma dell'Immacolata Concezione la Chiesa cattolica afferma che Maria, per singolare privilegio di Dio e in vista dei meriti della morte di Cristo, è stata preservata dal contrarre la macchia del peccato originale ed è venuta all'esistenza già tutta santa. Quattro anni dopo essere stata definita dal papa Pio IX, questa verità fu confermata dalla Madonna stessa a Lourdes in una delle apparizioni a Bernardetta con le parole: "Io sono l'Immacolata Concezione. La festa dell'Immacolata ricorda all'umanità che c'è un sola sola cosa che inquina veramente l'uomo ed è il peccato. Un messaggio quanto mai urgente da riproporre. Il mondo ha perso il senso del peccato. Ci scherza come se fosse la cosa più innocente del mondo. Condisce con l'idea di peccato i suoi prodotti e i suoi spettacoli per renderli più attraenti. Parla del peccato, anche dei peccati più gravi, al vezzeggiativo: peccatucci, vizietti, passioncelle. L'espressione "peccato originale" viene usata nel linguaggio pubblicitario per indicare qualcosa di ben diverso dalla Bibbia: un peccato che conferisce un tocco di originalità a chi lo commette! Il mondo ha paura di tutto, fuorché del peccato. Ha paura dell'inquinamento atmosferico, dei "mali oscuri" del corpo, della guerra atomica, oggi del terrorismo; ma non ha paura della guerra a Dio che è l'Eterno, l'Onnipotente, l'Amore, mentre Gesù dice di non temere coloro che uccidono il corpo, ma di temere solo colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna (cf Lc 12, 4-5). Questa situazione "ambientale" esercita un influsso tremendo anche sui credenti che pure vogliono vivere secondo il Vangelo. Produce in essi un addormentamento delle coscienze, una specie di anestesia spirituale. Esiste una narcosi da peccato. Il popolo cristiano non riconosce più il suo vero nemico, il padrone che lo tiene schiavo, solo perché si tratta di una schiavitù dorata. Molti che parlano di peccato, hanno di esso un'idea del tutto inadeguata. Il peccato viene spersonalizzato e proiettato unicamente sulle strutture; si finisce con identificare il peccato con la posizione dei propri avversari politici o ideologici. Un'inchiesta su che cosa pensa la gente che sia il peccato darebbe dei risultati che probabilmente ci spaventerebbero. Anziché nel liberarsi dal peccato, tutto l'impegno è concentrato oggi nel liberarsi dal rimorso del peccato; anziché lottare contro il peccato, si lotta contro l'idea di peccato, sostituendola con quella assai diversa del "senso di colpa". Si fa quello che in ogni altro ambito è ritenuta la cosa peggiore di tutte e cioè negare il problema anziché risolverlo, ricacciare e seppellire il male nell'inconscio anziché rimuoverlo. Come chi crede di eliminare la morte, eliminando il pensiero della morte, o come chi si preoccupa di stroncare la febbre, senza curarsi della malattia, di cui essa è solo un provvidenziale sintomo rivelatore. San Giovanni diceva che se affermiamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e facciamo di Dio un bugiardo (cf 1 Gv 1, 8-10); Dio, infatti, dice il contrario, dice che abbiamo peccato. La Scrittura dice che Cristo "è morto per i nostri peccati" (cf 1 Cor 15, 3). Togli il peccato e hai vanificato la stessa redenzione di Cristo, hai distrutto il significato della sua morte. Cristo avrebbe lottato contro dei semplici mulini a vento; avrebbe versato il suo sangue per niente. Ma il dogma dell'Immacolata ci dice anche qualcosa di sommamente positivo: che Dio è più forte del peccato e che dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia (cf. Rom 5,20). Maria è il segno e la garanzia di questo. La Chiesa intera, dietro di lei, è chiamata a divenire "tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ef 5, 27). Un testo del concilio Vaticano II dice: "Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti" (LG, 65).


    Liberi di amare

     

     

     “Voi (…) siete stati chiamati a libertà” (Gal 5, 13)

    Negli anni 50 l’apostolo Paolo aveva visitato la regione della Galazia, al centro dell’Asia minore, l’attuale Turchia. Erano sorte comunità cristiane che avevano abbracciato la fede con grande entusiasmo. Paolo aveva rappresentato davanti ai loro occhi Gesù crocifisso, ed essi avevano ricevuto il battesimo che li aveva rivestiti di Cristo, comunicando loro la libertà dei figli di Dio. “Correvano bene” nella nuova via, come riconosce Paolo stesso.

    Poi, improvvisamente, cercano altrove la loro libertà. Paolo si stupisce che così presto abbiano voltato le spalle a Cristo. Di qui il pressante invito a ritrovare la libertà che Cristo aveva dato loro:

    “Voi (…) siete stati chiamati a libertà”

    A quale libertà siamo chiamati? Non possiamo già fare quanto vogliamo? “Non siamo mai stati schiavi di nessuno”, dicevano, ad esempio, i contemporanei di Gesù quando egli affermava che la verità da lui portata li avrebbe resi liberi. “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”, aveva risposto Gesù[1].

    C’è una schiavitù subdola, frutto del peccato, che attanaglia il cuore umano. Ne conosciamo bene le sue molteplici manifestazioni: il ripiegamento su noi stessi, l’attaccamento ai beni materiali, l’edonismo, l’orgoglio, l’ira…

    Da soli non saremo mai capaci di svincolarci fino in fondo da questa schiavitù. La libertà è dono di Gesù: ci ha liberato facendosi nostro servo e dando la vita per noi. Di qui l’invito ad essere coerenti con la libertà donataci.

    Essa “non è tanto la possibilità di scegliere fra il bene e il male, quanto di andare sempre più verso il bene”. Così Chiara Lubich parlando ai giovani. “Ho costatato – continua – che il bene libera, il male rende schiavi. Ora, per avere la libertà bisogna amare. Perché ciò che ci rende più schiavi è il nostro io. Quando invece si pensa sempre all’altro, o alla volontà di Dio nel fare i propri doveri, o al prossimo, non si pensa a se stessi e si è liberi da se stessi”.[2]

    “Voi (…) siete stati chiamati a libertà”

    Come vivere dunque questa Parola di vita? Ce lo indica Paolo stesso quando, subito dopo averci ricordato che siamo chiamati a libertà, spiega che questa consiste nel mettersi “a servizio gli uni degli altri”, “mediante la carità”, perché tutta la legge “trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso”[3].

    Si è liberi – ecco il paradosso dell’amore – quando per amore ci si pone a servizio degli altri, quando, contrastando le spinte egoistiche, ci si dimentica di noi stessi e si è attenti alle necessità degli altri.

    Siamo chiamati alla libertà dell’amore: siamo liberi di amare! Sì, “per avere la libertà bisogna amare”.

    “Voi (…) siete stati chiamati a libertà”.

    Il vescovo Francesco Saverio Nguyen Van Thuan, imprigionato per la sua fede, rimase in carcere 13 anni. Anche allora si sentiva libero perché gli restava sempre la possibilità di amare almeno i carcerieri.

    “Quando sono stato messo in isolamento – racconta – fui affidato a cinque guardie: a turno, due di loro erano sempre con me. I capi avevano detto loro: ‘Vi sostituiremo ogni due settimane con un altro gruppo, perché non siate ‘contaminati’ da questo pericoloso vescovo’. In seguito hanno deciso: ‘Non vi cambieremo più; altrimenti questo vescovo contaminerà tutti i poliziotti’.

    All’inizio le guardie non parlavano con me. Rispondevano solo sì e no. Era veramente triste (…). Evitavano di parlare con me.

    Una notte mi è venuto un pensiero: ‘Francesco, tu sei ancora molto ricco, hai l’amore di Cristo nel tuo cuore; amali come Gesù ti ha amato’.

    L’indomani ho cominciato a voler loro ancora più bene, ad amare Gesù in loro, sorridendo, scambiando con loro parole gentili. Ho cominciato a raccontare storie dei miei viaggi all’estero (…). Hanno voluto imparare le lingue straniere: il francese, l’inglese… Le mie guardie sono diventate miei scolari!”[4]

     

     

    [1] Cf Gv 8, 31-34.

    [2] Risposte alle domande dei giovani, Palaeur, Roma, 20 maggio 1995.

    [3] Cf Gal 5, 13-14.

    [4] Testimoni della speranza, Città Nuova, Roma, 2000, p. 98.

    Questo è l’amore di Dio che non ti lascia via d’uscita quando lo s’incontra


    Benedico il Signore che mi ha donato tutto ciò che possiedo.

     

    Ringrazio ogni persona che me Lo ha fatto incontrare sia quelli che lo volevano, sia quelli che non lo volevano, poiché misteriosi sono i sentieri per i quali l’Amante si aggira e spesso nascoste le vie che percorre per incontrare la Sua creatura preferita, l’uomo. Sì perché solo avendo un imparzialità sfacciata si può amare chi ti tratta così male e si serve di te solo quando ne sente il bisogno. Questo è l’amore di Dio che non ti lascia via d’uscita quando lo s’incontra. È la madre che ama anche quando la si odia e il padre che ti perdona anche quando non ti meriti il suo perdono, e colui che ti aspetta sveglio fino al giorno dopo, e fino all’altro ancora poiché non riesce a prendere sonno se tutti i suoi figli non sono tornati. È chi ti da un’altra possibilità ed un'altra ancora perché ti conosce fino in fondo e sa dove puoi arrivare anche quando non lo sai tu. Mi ha scelto per questo perché sono un peccatore, forse è proprio per questo che ha scelto l’uomo, perché se non lo avesse scelto sarebbe morto, ma Lui non voleva la sua morte poiché gli aveva donato la vita. Per questo ho paura quando mi allontano da Lui, ho paura di morire, e quante volte sono morto perché ho scelto il peccato, ma Lui mi ha resuscitato, qualche volta per un mio poverissimo atto di fede, dove nel buio della notte ho visto una luce lontana l'ho fatta entrare ed essa mi ha illuminato. Più volte per un atto di fede di altri, che mi hanno tirato su come un secchio che è tirato su da un pozzo, da solo non può salire anche se vede la luce, essa c’è sempre non ti lascia mai, anche quando non la vuoi vedere perché ti fa star male pensare che l’hai tradita, che hai cercato di spegnerla. Non si può spegnere quella luce non ha l’interruttore, non c’è peccato che gli resista, penso che anche se per tutta la vita uno costruisse un muro, senza mai fermarsi, nel punto di morte si accorgerebbe che il Signore si era seduto proprio dalla sua parte ed il muro diventerebbe inutile. Ogni volta che sono stato tirato su da questo pozzo per assurdo il Signore mi ha voluto a tirar su la corda di altri, che erano come me, perciò non preoccupatevi della vostra, ci sarà sempre qualcuno a tirare, al massimo ci penserà Lui, ma preoccupatevi di quella degli altri, così anche voi sarete salvi. Infine grazie ai preti che me Lo hanno fatto conoscere e me Lo hanno fatto entrare dentro, dentro al mio corpo, me Lo hanno fatto scoprire come abitante del tempio che è il mio corpo, Padre e Amico. Gli chiedo perdono perché spesso li ho trattati male, ma loro mi hanno confessato anche quello che non gli ho detto, e mi hanno dato da mangiare loro stessi anche quando non Lo volevo e non Lo meritavo. Vorrei essere un giorno come loro, uno strumento nelle sue mani, non perché me lo meriti, ma per sua grazia e solo se fosse la sua volontà, e vorrei poter gridare con tutti i fedeli sono un servo inutile.

      Pedro




    La colpa di far nascere un figlio "imperfetto"

    La settimana scorsa, nel silenzio quasi assoluto dei media italiani, si sono chiuse le Paralimpiadi. Eppure, proprio per il Paese che le ha ospitate, questa edizione merita qualche riflessione, allargabile anche alla situazione di casa nostra. Per poter accogliere gli atleti diversamente abili, la Cina ha fatto uno sforzo gigantesco a livello organizzativo ed economico. Così, ad esempio, grazie a quasi due milioni di dollari (con cui si sono abbassati lavandini, costruite rampe, aggiunti cartelli in braille e trasformati oltre 200 bagni in toilette accessibili) , l'aeroporto di Pechino è stato in grado di accogliere gli "esigenti" ospiti. Ben più complessa la questione sul piano culturale. Cogliendo nel segno, un lungo articolo di Maureen Fan comparso qualche giorno fa nella pagina degli esteri del Washington Post titolava «Beijing Welcomes The Disabled as China Never Has» (Pechino accoglie i disabili come la Cina non ha mai fatto). Nella sola Pechino si trovano quasi un milione di disabili che, come gli altri 83 milioni che vivono sparsi nel Paese, conducono un'esistenza di reclusi in casa. Il dileggio e lo scherno di cui sono oggetto, la totale mancanza di supporti (per strada, nei mezzi di trasporto e nei locali pubblici) nonché, più in generale, l'assenza di qualsiasi progetto di inserimento educativo e lavorativo, rendono tale condizione quasi obbligata. Per certi versi, però, nelle ultime generazioni, il problema sembra pressoché risolto: la politica del figlio unico ha fatto sì che oggi in Cina la nascita di bimbi disabili costituisca una rarità quasi assoluta. Così, una civiltà che per secoli si è costruita sul tradizionale rispetto per anziani e deboli, registra ora rifiuto e marginalizzazione. Basti pensare che prima delle Olimpiadi il manuale informativo ufficiale distribuito ai 100 mila volontari, in vista dell'evento definiva i disabili «ostinati, ribelli e introversi, con un forte senso di inferiorità». Non che, nella sostanza, le cose da noi vadano molto meglio. Se le leggi offrono un qualche aiuto, il disprezzo continua però a regnare pressoché indisturbato, come dimostrano le cronache quasi quotidiane che raccontano (sia pure marginalmente, quasi in nota) le violenze sessuali di cui sono oggetto bambine e giovani disabili un po' ovunque. Per anni la società ha fatto finta che i disabili non esistessero, e molto spesso, per le ragioni più diverse, sono stati innanzitutto i genitori a nascondere o ignorare i loro figli, rinchiudendoli in casa o in istituto (a prescindere dallo status sociale o economico: pensiamo alla drammatica storia del figlio minore di Arthur Miller, David, la cui esistenza è stata completamente negata dal famoso drammaturgo). A tale invisibilità la scrittrice americana Flannery O'Connor ha dato una precisa qualificazione: «L'atteggiamento sentimentale nei confronti dei bambini portatori di handicap, che implica il tentativo di tenere loro e la loro sofferenza lontani dagli occhi della gente, è paragonabile alla mentalità che ha portato ad alimentare il fumo nei forni crematori di Auschwitz». Le cose sembravano migliorate negli ultimi tempi. Recentemente, però, nel panorama già complesso, si è insinuato un ulteriore elemento, che sembra orientarci ad un nuovo atteggiamento verso la disabilità. Il pietistico sentimento nei confronti dei "poveri infelici" si sta trasformando in un giudizio di colpevolezza verso chi li ha messi al mondo. Data la panoplia di esami e di analisi che permettono di accertare la salute del nascituro durante la gravidanza, la diagnosi prenatale si è trasformata in un obbligo a cui non è moralmente lecito sottrarsi. La colpa massima diventa, così, quella di aver fatto nascere un figlio disabile quando esami, test e analisi ci avrebbero potuto "illuminare". È in nome di questa luce oscurata (drammatica rivisitazione della parabola evangelica) che in alcuni Paesi, come la Francia, figli "imperfetti" hanno trascinato in giudizio madri e medici che li hanno "lasciati" nascere. Generale è la condanna verso quelle madri incoscienti che rifiutano esami e analisi per sapere "come sta" il feto che portano in grembo. È così diventato una rarità l'essere contrari all'amniocentesi (ormai, scandalosamente, esame di routine) e a tutte le indagini che dovrebbero illuminare il ventre materno alla ricerca di gravi malattie e di inaccettabili imperfezioni. Mettiamo anche che un esame così invasivo non rischi di causare quel rischio che vorrebbe invece evitare, davvero possiamo rinunciare al tentativo di capire cosa sia un essere umano, cosa faccia di un essere un essere umano? Parallelamente, in forme eleganti e positive, si sta facendo strada l'idea che coloro che si prendono la responsabilità di far nascere un bambino handicappato debbano assumersi le conseguenze di tale scelta, in particolar modo quelle economiche. Costoro, cioè, non possono pretendere che la collettività, che ha fornito loro gli strumenti per evitare il danno, si faccia poi carico di una scelta personale. Da pena (per i figli) a colpa (dei genitori) dunque. Non si può certo dire che le nostre società si stiano evolvendo. Io posso solo ripensare alle parole di Ornella, mamma di due figli, Lisa (che è down) ed Enrico.«Quando i nostri figli nacquero, ormai una quarantina di anni fa, vedemmo nel bambino la nostra gioia e la nostra speranza, in Lisetta una fonte di preoccupazione. Oggi lei vive, sorridente e serena, in una casa famiglia, e quando torna da noi il week-end è fonte di gioia perché è una donna felice. Nostro figlio invece si è separato dalla moglie quando erano in attesa del loro terzo bimbo. Come nonni ci facciamo in quattro per questi nipotini che sono già infelici e depressi, a causa dei tremendi conflitti tra i loro genitori». E dire che ancora ci crediamo in grado di valutare cosa sarà un bene, e cosa invece un male.

    Giulia Galeotti  Avvenire 25 settembre 2008

    Giovani, andate controcorrente!

    http://www.pietrobarbera.it/file-bin/Pietro%20Barbera%20%20controcosrrente.jpg


    La capitale del “divertimentificio” starebbe diventando l’epicentro del “deprimentificio”: questa la sorte della nostra città, secondo un quotidiano locale di qualche giorno fa, in base alla escalation della vendita degli anti-depressivi, in sensibile aumento tra i giovani. Il fenomeno viene spiegato con il fatto che Rimini è “una città in cui bisogna apparire e, dovendo apparire, si genera una corsa ad un’apparenza che va sostenuta con il look, l’immagine e quant’altro”. È così: l’ansia di avere-potere-piacere genera un accanimento del desiderio che, a forza di volere sempre di più, si ritorce fatalmente in insoddisfazione e frustrazione, le tetre anticamere della depressione.
    Depressione: la chiamano il male oscuro, il tunnel dell’anima, l’epidemia del Terzo Millennio. Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità affermano che nel 2020 diventerà la seconda causa di disabilità nel mondo, esattamente come le malattie cardiovascolari. Intanto in Italia ne è colpita una persona su quattro; negli USA otto ragazzi su cento, al punto che si parla di Teen Depression. Anche da noi sono soprattutto i giovani a soffrire di depressione, dicono sociologi e psicologi che li hanno in cura. Mentre invece sarebbe proprio la generazione giovane a dover portare il fresco sorriso della vita in una società invecchiata troppo in fretta e avvitata su se stessa. Perché? quali pestiferi bacilli intossicano la vita delle nuove generazioni?
    Ma non vi ho convocato qui per invitarvi a riflettere direttamente su queste domande. Ne ricavo semplicemente l’input per chiedermi con voi: qual è il contributo più valido che voi giovani credenti potete dare a questa nostra società obesa e depressa? Anticipo la risposta: è la forza imbattibile della vostra gioia.



    1. Partiamo da s. Paolo. Nella lettera ai Romani scrive: “Lo Spirito di Cristo viene in aiuto alla nostra debolezza”. E il Papa, in occasione di questa XXIII GMG, ci ha rilanciato l’ultima promessa del Risorto ai discepoli. “Avrete forza dallo Spirito Santo”.
    Debolezza-forza: tra questi due estremi scorre tutta intera la più piccola e la più grande di tutte le storie: la storia di Gesù di Nazaret. Riandiamo all’inizio della sua vicenda pubblica. Appena ricevuto lo Spirito Santo nel battesimo al Giordano, Gesù si reca nel deserto dove è sottoposto all’incantesimo ammaliante di Satana. Il Tentatore gli prospetta un messianismo trionfalistico, fatto di prosperità terrena (trasformare le pietre in pane), un messianismo di audience guadagnata al prezzo stracciato di miracoli strabilianti (come lanciarsi dall’alto del tempio, in caduta libera, senza rete di protezione) fino a conquistare il dominio politico di tutte le nazioni. Ma Gesù ha detto di no alla facile abbondanza materiale, all’ambigua popolarità, all’ambizione del potere temporale, e ha detto di sì all’umile servizio, al dono di sé, alla croce.
    Come ha fatto Gesù a resistere al miraggio seducente dei miti correnti e ricorrenti del benessere, del dominio, del successo? La risposta è chiara: grazie alla forza dello Spirito Santo, che aveva appena ricevuto nel battesimo. Ma non solo il prologo nel deserto della Giudea: è tutta l’attività pubblica di Gesù ad essere animata e movimentata – dovremmo dire “dinamizzata” - dalla dynamis (= forza, potenza) dello Spirito Santo. L’evangelista Luca salda così l’episodio delle tentazioni nel deserto con i felici inizi della predicazione in Galilea: “Gesù ritornò in Galilea con la forza dello Spirito Santo” (Lc 4,14). E da allora in avanti tutto il cammino del giovane Messia ha avuto “per compagno inseparabile lo Spirito Santo” (s. Ireneo).

    2. Cari giovani, anche voi dovete lottare contro la subdola seduzione dei miti scintillanti che oggi stregano il cuore di molti.
    Il primo è il mito dell’edonismo, della esaltazione del libero godimento individuale, del piacere sempre e comunque, che svincola la sessualità da ogni norma morale oggettiva, riducendola spesso a gioco e consumo, e indulgendo con la complicità dei mezzi di comunicazione sociale a una sorta di idolatria dell’istinto. La rivoluzione sessuale aveva promesso di renderci più felici, più realizzati, più vivi. Ma questa felicità dov’è andata a finire? Di fatto si è verificata una scissione tra corporeità e affettività: il partner è diventato un semplice strumento del proprio appagamento momentaneo; la sessualità si è trasformata in tecnica. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: gravidanze in età sempre più acerba; rapporti di coppia sempre più brevi e irresponsabili; donne frustrate dall’impossibilità di esprimere la propria emotività; uomini che scorrazzano in un mondo che non gli chiede mai di diventare adulti. È questo che si voleva ottenere con la proclamata libertà sessuale? Il sesso “mordi e fuggi”? Questa non è cultura di amore e di vita; è la cultura del nulla: è cultura di morte. È l’aria ammorbante di una società, che s. Paolo definirebbe “senza cuore” (cfr Rm 1,31).

    Una seconda sfida è rappresentata dal mito dell’immagine. È una vera e propria sindrome della “vetrinite”: apparire per non morire. Si tratta di una patologia che fa strage tra gli adulti, ma anche tra i giovani. Ecco un sintomo attendibile: al primo incontro con una persona, se ne fa una “radiografia” istantanea in base alle griffes della borsa, della cinta o delle scarpe da tennis. Così, invece di essere malvisti, non si viene proprio visti, perché alla fine si è tutti uguali. 
    Ma non è triste ripetere le scelte della massa? Una quindicenne rispondeva tranciante: “I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in TV, loro sì esistono veramente e fanno quello che vogliono. Ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra vita sarà inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio il ragazzo moro o quell’altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci dei jeans uguali a quelli degli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”. Capite, amici: questa è la sottocultura televisiva, ma non è solo colpa della TV. Nelle parole disperate e stroncanti della ragazzina c’è l’eco del filosofo Nietszche: l’uomo o è un super-uomo o è un nulla. C’è l’eco anche di un altro pensatore, Sartre: l’uomo è ciò che fa, e dunque se non fa nulla di grande e di grandioso, non vale niente.
    La generazione delle nipotine di nonni educati al risparmio, dei figli dei padri cresciuti nel boom economico, sembra destinata dall’industria dei consumi a rimanere sola davanti alla musica malandrina di sirene che puntano solo a spolparli, e appare condannata a non pretendere dagli adulti nient’altro che mantenimento - abbigliamento - divertimento. Chi aiuterà i nostri giovanissimi a non lasciarsi inghiottire dalle sabbie mobili del nichilismo, di questa assenza di sogni e di ideali?

    Il terzo è il mito dello sballo. Anche questo è diventato uno status symbol: se al sabato sera non ti fai sette, otto drinks e superalcolici, se non ti rimbambisci con musica assordante che ti isola dagli altri che stanno a dieci centimetri dalla tua pelle, se non prolunghi l’uscita serale fino alla colazione del giorno dopo, allora vieni etichettato come quello che non sa divertirsi. Per non parlare della disinvoltura con cui si fa uso di droghe, dai “fumi” in su. Uno sballo, che rende spietatamente più soli e più tristi.
    Questo è il massimo di libertà che vi viene concesso da una società che si struttura attorno alla violenza, al denaro, al cinismo, alla brutalità: la libertà di eccitare a dismisura i desideri, di accelerare i tempi fino alla frenesia, di cancellare ogni pazienza, e di esaltare sempre e comunque una trasgressione senza scopi e senza scrupoli. Domanda: cos’è la libertà? è la possibilità di deprimersi nell’autonullificazione o è la capacità di esprimersi nel dono di sé? Meno di un mese fa, il Papa nell’udienza generale del mercoledì si chiedeva: qual è il massimo della libertà: è il dire “no” o il “dire “sì”? e rispondeva:

    “Solo nel ‘sì’ l’uomo diventa realmente se stesso; sono nella grande apertura del ‘sì’, nella unificazione della sua volontà con la volontà divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa ‘divino’. Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in se stesso; lo è uscendo da sé, è nel sì che diventa libero” (25 giugno 2008). 

    Certo, se la libertà è questa “capacità del sì”, nessun uomo nel cammino della vita può mai andare… in automatico!

    3. Cari ragazzi e ragazze, mi sono dilungato a descrivere una situazione in corso, che voi conoscete meglio di me, ma l’ho fatto apposta per ricavarne una domanda inevitabile, anche se retorica: ma è vita questa? E allora chi vi darà la forza per ribellarvi, per andare controcorrente, per vincere le seduzioni del Maligno? Il papa ci riconsegna oggi la promessa di Gesù risorto: “Avrete forza dallo Spirito Santo”. Ci domandiamo: ma in che modo lo Spirito Santo ci dona la sua forza per superare la nostra debolezza? Ecco la risposta: facendoci rivivere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”.
    Sì, è con la forza dello Spirito Santo che “Cristo non cercò di piacere a se stesso” (Rm 15,3); si donò a noi “mentre eravamo ancora peccatori” (Rm 5,6); “da ricco che era, si è fatto povero per noi” (2Cor 8,9); “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini; umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6ss). Se nel battesimo ci viene donato lo stesso Spirito di Cristo e nella cresima questo dono ci viene confermato, allora possiamo stare sereni: è lo stesso Spirito di Cristo che ci fa vivere con la forza di Cristo e secondo il suo stile.

    La tradizione monastica riassumerà questa vita di Cristo secondo lo Spirito in tre parole “povertà-castità-obbedienza”. Queste parole non valgono solo per frati e suore, sono nel DNA di ogni cristiano. È interessante notare che esse sono state riprese dalla regola di base di molte comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti. Ma se funziona per il recupero, non può funzionare anche per la prevenzione? In positivo, vorrei mostrare come la povertà sia la risposta alla sfida che viene dal mito dell’immagine; la castità al mito del piacere; l’obbedienza a quello della trasgressione e dello sballo. Però mi manca il tempo, ma forse più che tanti ragionamenti, basterebbe citare alcuni nomi di una litania di santi che, a dirli tutti, dovremmo stare qui fino a domani mattina. Permettetemi almeno di nominare Francesco e Chiara d’Assisi; Teresa di Gesù Bambino e madre Teresa di Calcutta; Alberto Marvelli e Sandra Sabattini; Giovanni Paolo II e come non citare lui, il nostro Don Oreste Benzi? 
    Guardando i loro volti, si vede in modo accecante che povertà, castità e obbedienza sono le corsie preferenziali per la vera felicità. È proprio così: non è vero che la povertà faccia godere di meno; piuttosto fa godere di più perché ti distacca dalla frenesia e dall’ingordigia incontentabile, che vuole sempre di più, come la bestia dantesca “che mai non empie la bramosa voglia / e dopo il pasto ha più fame che pria”. Non è vero che la castità faccia amare di meno, semmai ti fa amare di più, perché sana in radice la tua voglia malsana di possedere l’altro e di trattarlo secondo l’imperativo consumista: “usa e getta”. Non è vero che l’obbedienza ti rende più dipendente, ti rende anzi più libero, perché ti fa raggiungere la libertà più vera e più alta: non quella del tuo io dagli altri, ma quella dal tuo io per gli altri. 

    Carissimi giovani, non abbiate paura dello Spirito Santo! È lui la forza che vi fa dire come s. Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,25). Senza lo Spirito di Cristo, Dio diventa irreperibile; Cristo si riduce a un mito; il vangelo rimane un libro cellofanato; la Chiesa diventa una babele; la comunione una noiosa burocrazia; la missione una faticosa, inutile propaganda; la liturgia una nostalgica rievocazione; la preghiera uno sconsolato soliloquio. Ma in Lui e con Lui, Dio si rende palpabile; Cristo viene e si fa presente; la Chiesa è una pentecoste permanente… 
    E tu diventi sempre più tu, mano a mano che diventi copia conforme dell’originale più bello, Cristo Signore, il più bello tra i figli dell’uomo. 
    E noi non siamo più una somma di individui o un aggregato informe, ma diventiamo il suo Corpo vivente nella storia.
    Non ci resta allora che pregare: 

    “Vieni, Spirito Santo!
    Vieni con la tua forza in aiuto alla nostra debolezza.
    Donaci la tua luce per credere che la nostra piccola esistenza, 
    nonostante tutto, fa parte di un progetto d’amore più grande.
    Vieni, Spirito Santo!
    Nella Chiesa, corpo di Cristo, tu ci raduni nell’unità.
    Donaci il tuo amore per renderci costruttori di comunione e di fraternità, 
    per sanare il cuore amaro del mondo 
    con le opere della nonviolenza, della solidarietà, del perdono.
    Vieni, Spirito Santo!
    Nella fede liberaci dalla preoccupazione di pensare soltanto a noi stessi, 
    nella speranza rendici forti per non lasciarci paralizzare dalla paura di non riuscire, 
    nel tuo amore facci diventare umili e forti per amare.
    Vieni, Spirito Santo!
    Aiutaci tu a vivere la vita come vocazione, in dialogo con te. 
    Donaci un cuore grande per accogliere anche le vocazioni più impegnative.
    Vieni, Spirito Santo!
    Regalaci la certezza che il domani è già cominciato oggi, 
    con la fedeltà al vangelo di Gesù, nelle piccole e grandi scelte quotidiane.
    Vieni, Spirito Santo!”.

    +Francesco Lambiasi



       

    Vivere con speranza

    • Copertina di 'Muta il mio dolore in danza. Vivere con speranza i tempi della prova'Muta il mio dolore in danza. Vivere con speranza i tempi della prova
      Nouwen Henri J. San Paolo Edizioni (128 pagine - 2003)
      Questo libro profondamente rasserenante e al tempo stesso realistico, che raccoglie scritti inediti del celebre scrittore, conferenziere e sacerdote Henri Nouwen, non insegna come sopravvivere ai tempi difficili, i tempi della sofferenza e della prova, ma semplicemente suggerisce come vivere in pienezza anche durante e dopo di essi. Attingendo alla limpida, profonda fonte della sua esperienza di pastore d'anime, docente universitario e pensatore, Nouwen offre al lettore un conforto che non indulge mai in luoghi comuni. Sempre pragmatico e concreto, mai facilmente consolatorio o semplicistico...

    Da “Muta il mio dolore in danza” di H. Nowen

    La sofferenza ci aiuta a deporre le nostre pene in mani più capaci. In Cristo noi vediamo Dio che soffre –per noi- e che ci chiama a condividere il suo amore sofferente per un mondo dolente. Le piccole e anche le grandi, insopportabili sofferenze delle nostre vite sono intimamente connesse alle ben più grandi sofferenze di Cristo. Le nostre pene quotidiane sono saldamente ancorate alla pena più grande, e di conseguenza a una più grande speranza.

    Non è in nostro potere modificare la maggior parte delle circostanze della nostra vita.

    Siamo incessantemente chiamati a scoprire lo Spirito di Dio all’opera nelle nostre vite, dentro di noi, anche nei momenti più cupi. Siamo invitati a scegliere la vita. Una chiave per comprendere la sofferenza sta nel non ribellarci ai problemi e alle croci che la vita ci pone di fronte.
    Soffrire ci avvilisce; ci rammenta la nostra pochezza. Ma è proprio qui, in questo nostro strazio o avvilimento, o disagio, che il Danzatore ci invita a rialzarci e a muovere i primi passi. Perché è nella nostra sofferenza, e non a prescindere da essa, che Gesù penetra nel nostro sconforto, ci prende per mano, ci rialza dolcemente e ci invita alla danza.

    E danzando ci rendiamo conto che non siamo inchiodati al piccolo, angusto luogo del nostro dolore, che possiamo oltrepassarlo. Smettiamo di incentrare le nostre vite su noi stessi. Trasciniamo altri con noi, li invitiamo a unirsi alla più vasta danza che tutti ci accomuna. Impariamo a far posto agli altri, e all’Altro Misericordioso in mezzo a noi.

    La nostra gloria si cela nel nostro dolore, se permettiamo a Dio di portare il dono di sé nella nostra esperienza di dolore. Se ci volgiamo a Dio, anziché ribellarci alla nostra sofferenza, gli permettiamo di trasformarla in un bene più grande. E permettiamo ad altri di unirsi a noi e di scoprire quel bene con noi.

    Se sappiamo ravvisare la presenza di Dio nei momenti difficili, allora tutta la vita, non importa quanto apparentemente insignificante o difficile, può rivelarci che Dio opera incessantemente in mezzo a noi. Essere grati non significa rimuovere le ferite che ci portiamo dentro.

    Guarire è lasciare che lo Spirito Santo mi chiami a danzare, a credere nuovamente, anche tra le lacrime, che Dio orchestrerà e guiderà la mia vita.

    La chiamata a essere riconoscenti è una chiamata a confidare che ogni attimo della nostra esistenza possa essere rivendicato come la via della croce che conduce alla nuova vita.

    La gratitudine ci aiuterà in questa danza solo se sapremo coltivarla. Perché la gratitudine non è una semplice emozione o un atteggiamento naturale. Vivere con riconoscenza richiede esercizio. È necessario uno sforzo non indifferente per riabilitare tutto il mio passato e vederlo come il modo concreto con cui Dio mi ha condotto sin qui, a questo momento. Per farlo, infatti, devo affrontare non solo le ferite recenti, ma le passate esperienze di rifiuto, abbandono, fallimento o angoscia. Ai discepoli Gesù disse che benché fossero già intimamente legati a lui, come tralci a una vite, dovevano essere ancora potati per portare più frutto (Gv 15,1-5). Potare significa troncare, ri-formare, rimuovere ciò che sottrae vitalità.

    Le persone riconoscenti imparano a rendere grazie anche al ricordo dei momenti difficili e dolorosi della vita, perché hanno capito che la potatura non è mero castigo: è preparazione. Se la nostra gratitudine per il passato è soltanto parziale, anche la nostra speranza per il futuro non potrà mai essere piena. Ma il nostro abbandonarci al volere di Dio, alla sua mano che ci pota, non ci lascerà desolati, ma pieni di speranza per ciò che può avvenire in noi e per mezzo di noi.


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    Fermati sul monte

    Una Presenza più vicina



    L'amore di Dio che non è sempre un’alta esperienza di unità di tutta la
    creazione. Nella notte oscura l’amore di Dio si rivolge a noi in un modo che
    sembra ci sia negato. Nella notte Dio sembra venire contro di noi. Niente
    nell’amore è oscuro o distruttivo, Giovanni lo ribadisce, ma poiché, per ciò
    che noi siamo, abbiamo bisogno di purificazione, l’amore è sperimentato come
    oscuro. Giovanni dà a questo proposito una descrizione forte del momento
    nella vita in cui le consolazioni scompaiono e la preghiera è tutto, ma
    resta impossibile. Il desiderio è ancora presente ma è esausto e va in cerca
    di sollievo. Il teologo Karl Rahner commentava che tutte le sinfonie nella
    vita rimangono incomplete. In ogni relazione, in ogni possesso affiora
    sempre incompiutezza. Questa frustrazione del desiderio e la lusinga di
    qualcosa di più o al di là è il disagio causato dal continuo invito da parte
    di Dio ad una comunione profonda. Quando ciò che si desiderava sfuma, la
    persona entra in una specie di oscuramento. Lo psicologo Carl Jung osservava
    che non riusciamo a distinguere i simboli di Dio e i simboli di noi stessi.
    Quando l’individuo perde il simbolo di Dio, la personalità comincia a
    disintegrarsi. Questa condizione oscura rimane fin quando un nuovo simbolo
    di Dio emerge o si sviluppa una nuova relazione con un vecchio simbolo di
    Dio. Il consiglio di Giovanni della Croce durante queste crisi della vita è
    molto utile. Egli ci assicura che l’amore di Dio è comunque presente nella
    nostra vita ma non lo abbiamo ancora sperimentato come amore inizialmente; è
    necessario allora avere pazienza, fiducia e perseveranza. Questa attività
    amorosa di Dio ci libera dagli idoli e ci ristora nella salute dell’anima.
    Gli dèi stanno morendo nella notte e l’anima ha bisogno di sostenere un
    processo di afflizione. La strada sbagliata potrebbe risolvere o sanare la
    condizione artificialmente, o rinnegarla del tutto. Siamo chiamati ad
    affrontare la condizione, ad entrare in essa con pazienza, e là dove il
    cuore si strugge irrobustirsi per essere attenti all’arrivo dell’amore.
    Giovanni le chiama “attenzioni dell’amore” nell’oscurità; è il tempo di
    essere un orologio nella notte. La contemplazione è un’apertura all’amore
    trasformante di Dio, specialmente quando egli si avvicina in maniera
    camuffata. Un’esperienza intensa che Giovanni chiama notte dello spirito è
    simultaneamente la forte esperienza del nostro peccato, la finitezza della
    condizione umana, e la trascendenza di Dio che mai emerge. Mentre in questa
    condizione le parole sono senza significato, Giovanni scrive che è questo il
    tempo di “mettere la nostra bocca nella polvere”. Tutto ciò che si può fare
    è amare ciò che ci si presenta. In questo deserto il pellegrino continua il
    viaggio nella vita, consegnandosi solo alla guida di una vera fede biblica.
    Questa fede purificata è il contesto per una giusta relazione con Dio. Come
    per Teresa di Lisieux, scomparendo il pensiero del cielo, il pellegrino non
    desidera possedere l’oggetto della sua speranza, e rimette questa speranza
    in ciò che non possiede. La notte diventa un’esperienza illuminante e una
    vera guida, migliore del giorno. La fiamma che una volta bruciava ora si
    cauterizza e guarisce. L’assenza che lo conduce alla ricerca dell’Amato si è
    rivelata una Presenza compassionevole nascosta nel desiderio


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    Stare "dove è più folto dentro"...

    Fermati sul monte
     
    Stare "dove è più folto dentro"...

    La contemplazione è stata considerata da sempre come la forma più alta e
    profonda di preghiera, e allo stesso tempo si poneva quasi in competizione
    con l'attività. Nulla di più errato! Nella progressiva e continua
    trasformazione in Cristo operata in noi dallo Spirito, Dio ci attrae verso
    di sé in un cammino interiore che porta dalla periferia dispersiva della
    vita alla stanza più interna del nostro essere, dove Egli dimora e ci unisce
    a sé”. Potremmo definire la contemplazione come lo sguardo di Dio che passa
    nel nostro sguardo. Questa finestra di trascendenza che si apre sulla realtà
    delle cose crea delle voragini di contatto con il Mistero. La contemplazione
    dovrebbe essere la fonte profonda della compassione di Cristo per il nostro
    mondo che giunge nell'oggi attraverso la nostra umanità. È contemplativo
    allora colui che, condotto dallo Spirito nella povertà della sua precaria
    esistenza, impara ad attendere nella speranza la venuta del Signore e non si
    pone al di sopra o al di fuori del grido degli uomini, ma se ne fa carico:
    Vieni, Signore, a salvarci! La nostra vita contemplativa, vale a dire la
    nostra apertura a questo amore di Dio che viene a noi nel quotidiano
    esistere è il dono che siamo chiamati a dare agli altri. Il nostro primo
    compito è di spendere ciò che siamo nella relazione intima con Dio. Abitati
    dal suo Amore saremo presenza viva, pagine di vangelo lasciate ovunque,
    profumo di Cristo che naturalmente si espande dal mio cuore in profondo e
    perenne ascolto del Dio vivente. La storia del Diletto che viene incontro
    all’amata per attrarre il suo cuore all’unione profonda è una storia che si
    narra di continuo, il cuore ha un luogo dove andare e può con fiducia
    abbandonare la presa su ciò che passa. È nel deserto di Dio, "dove è più
    folto dentro”, (Giovanni della Croce, Cantico spirituale, strofa 36) che
    potrò incontrare le sofferenze del mondo e come un orologio nella notte
    resterò in attesa del suo ritorno nella vita di ciascuno. Qui è la fonte di
    ogni significato, negli spazi dello Spirito. Sarà necessario verificare la
    mia "statura" contemplativa: Mi sono realmente arreso al Mistero che è al
    centro della mia vita oppure continuo a lottare per rendere sicura in
    qualche modo la mia esistenza? Cerco il volto di Cristo nel volto delle
    persone che incontro? Il mio sguardo riconosce l’invito dell’amore
    trasformante di Dio che si avvicina a me nascosto negli eventi? Tra le
    persone con cui vivo come posso creare le condizioni per rendere il cuore un
    “cuore in ascolto”? Che i miei occhi, Signore, ti vedano... lì dove mi trovo
    a vivere la mia giornata... qui ed ora!

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    FERMATI SUL MONTE

    La fame del cuore

    La fame del nostro cuore ci spinge nel mondo alla ricerca del nutrimento. In
    molti modi noi chiediamo al mondo: “Hai visto colui che ha fatto il mio
    cuore, che ha causato questo mio sentire?” Il nostro cuore cerca se stesso,
    disperso nel paesaggio che vede. E chiede a ogni persona e a ogni possesso e
    a ogni attività di dirci di più circa il Mistero della nostra vita. Così
    avviene spesso che, affascinati dai messaggeri di Dio, l’anima li scambia
    per Dio. Noi prendiamo le buone cose di Dio e chiediamo loro di essere Dio,
    finché il cuore, stanco di questo cercare, brama il riposo e vorrebbe farsi
    una casa. Percorre i suoi desideri profondi attraverso relazioni, possessi,
    piani, attività, mete, per colmare la sua fame profonda, ma tutte le
    aspettative iniziano a sgretolarsi... Dio è l'unico cibo che nutre la fame
    del cuore! Sarà utile allora fermarmi a riflettere: 1. Quali sono le cose
    che hanno preso nella mia vita il posto di Dio? le cose che sono diventate
    parte della mia vita e senza le quali non so andare avanti? Sono ferito per
    essermi attaccato così strettamente a loro? 2. Ho costruito io
    inconsciamente il mio regno piuttosto che guardare al regno di Dio? Ho io,
    senza essermene reso conto, rimosso Dio dal centro della mia vita e messo al
    centro i miei nobili desideri, i miei profetici lavori, la mia capacità di
    comprensione degli eventi? Ho io lentamente negli anni dimenticato di
    chiedermi: Cosa Dio vuole da me? 3. Le passioni che mi hanno dato la spinta
    a compiere cose grandi dove sono? Sono state addomesticate e abbandonate?
    Sono io diventato troppo funzionario dei miei progetti piuttosto che
    discepolo della Vita? Certi malesseri, certe inquietudini non verranno forse
    dal nutrire la mia fame con cibi inadatti? Signore, sei tu il Pane del mio
    cuore. Che io abbia sempre fame di Te!


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    Fermati sul monte Nada parte seconda



    I profeti della porta accanto
    Nada... Nulla per possedere tutto.... Allora la nostra vocazione sarà forse
    quella di essere sospesi tra il cielo e la terra senza cercare supporto in
    altro luogo? Sì, è questo un modo abbastanza drammatico per dire che alla
    fine se la nostra fede, la nostra confidenza e fiducia in Dio sono l’unico
    supporto è perché Lui ci condurrà sicuramente al di là di tutte le nostre
    attese nella terra che desideriamo abitare: la felicità interiore. Siamo
    chiamati a esercitare un ministero di liberazione, a liberarci da tutti i
    modi che ci rendono schiavi di noi stessi e ci consegnano sempre agli idoli?
    La critica carmelitana è una sfida a non attaccarsi a niente, a non mettere
    niente al centro della propria vita altro che il Mistero che eleva la nostra
    vita. In questa purezza del cuore, una volta raggiunto lo spirito di Dio,
    noi siamo capaci di amare meglio gli altri e vivere saggiamente. La sfida
    carmelitana è di cooperare con l’amore di Dio, spesso oscuro, che sta dentro
    di noi. Questo continuo ascolto della venuta di Dio è il compito profetico
    per il Carmelo. Quale Dio dobbiamo seguire? Gli dèi delle nostre passioni?
    Gli dèi delle ideologie e delle pur limitate teologie? Gli dèi dei sistemi
    oppressivi economici e politici? Gli dèi di tutti gli “ismo” del nostro
    tempo? Oppure il nostro Dio, il Dio che ci trasforma, ci libera, ci eleva?
    Gli idoli del nostro tempo non sono altro che amori e possessi personali, ma
    specialmente sono gli idoli di potere, del prestigio, del controllo, e il
    dominio con cui si lascia gran parte del genere umano fuori del banchetto
    della vita. È povero chi ripone la sua speranza in Dio, è ricco chi pone
    tutta la sua fede nel denaro, nel potere, nel successo, nel buon nome...
    Oggi le iniquità degli idoli di “ismo” portano la maggioranza del mondo in
    una condizione di emarginazione. E si può chiamare felicità interiore tale
    emarginazione? Non andiamo a pensare ai grandi, ai lontani: anche in noi
    abita questa iniquità che ci emargina dal sentirci in comunione con ogni
    uomo che incontriamo, abita nella porta accanto che non è motivo per noi di
    profezia... Dio viene a noi, di continuo. Ma i nostri occhi riescono a
    vederlo?

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    Fermati sul monte

    LA VIA DEL NULLA 
     
    il disegno di San Giovanni

    Una montagna stilizzata come immagine del viaggio di trasformazione: è la
    montagna che Giovanni della Croce disegna per lasciare una mappa indicativa
    al nostro cammino. Sulla montagna egli disegna tre vie: le due vie esterne,
    una dei beni del mondo e una dei beni spirituali, non raggiungono la cima,
    si arrestano e si perdono prima. Soltanto la via centrale del nada raggiunge
    la vetta. In alto una scritta: “Per possedere tutto, non possedere niente”.
    La nostra umanità ci dice che siamo stati creati per possedere tutto,
    conoscere tutto, essere tutto. Eppure noi non arriveremo ad avere tutto, se
    pensiamo che una parte della creazione di Dio sia in grado di soddisfare
    questa nostra fame di TUTTO. L'invito allora a uscire dalla logica del
    possesso e ad entrare nella logica del dono altro non è che il segreto
    incoraggiamento a non cercare mai qualcosa per noi... Nel dono ci siamo per
    intero! Quanti nelle strade della vita cercano e "comprano" la gioia a qualunque
    prezzo finché il cuore,spinto da insaziabile desiderio, resta intrappolato e
    ferito. Non le consolazioni della terra, né le consolazioni dello spirito
    conducono alla vetta del monte che è Cristo! perché nell'uno e nell'altro
    sentiero si cerca comunque la soddisfazione di sé. L'unico sentiero che
    conduce a lui è quello del nada... Niente! Nessun vincolo che tenga
    prigioniero, neanche l'affetto più sacro perché se un affetto stringe e non
    lascia andare, come può chiamarsi amore? Nada... Libero da tutto e da tutti,
    sarò teneramente unito a tutto e a tutti nella misura in cui Cristo sarà il
    mio unico Bene e in Lui tutto sarà finalmente mio!



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    Fermati sul monte



    Distacco dal mondo: quale significato per noi oggi?
    Al Carmelo la parola "distacco" è pane quotidiano. Ma cosa si intende per
    distacco? Distanza? Rinuncia? Categorie queste sempre meditate come via
    privilegiata per raggiungere Dio. No! La tradizione carmelitana non evoca il
    distacco dal mondo. Essa evoca una giusta relazione con il mondo di Dio. Il
    coinvolgimento con il mondo è un ostacolo alla relazione con Dio? No! Al
    contrario! è nel mondo di Dio che Dio si incontra. I cuori che sono usciti
    dal mondo per cercare appagamento e nella loro ricerca si sono dispersi e
    frammentati hanno bisogno di sostare per capire. Inseguendo i desideri del
    suo cuore nei possessi e nelle relazioni che possono incontrare l’intensità
    di questi desideri,il cristiano inizia a fare esperienza di questo arresto
    che c’è nella vita. È una situazione di deterioramento per la quale il mondo
    e il cristiano sono attaccati così fortemente da avere una vita schiacciata
    al di là delle aspettative. Questo è il cristiano che si è conformato agli
    idoli, non trasformato in Dio. nto è la passione. Noi siamo venuti per
    realizzare ciò a cui siamo spinti in un modo o in un altro, eParlando di
    attaccamento forse è bene parlare di passioni. Soltanto la grazia di Dio può
    renderci liberi dalle nostre passioni. Uno potrebbe essere spinto a cose
    evidentemente distruttive, ma un altro potrebbe essere spinto a cose buone
    come la Chiesa, le pratiche religiose, la propria famiglia, o anche a Dio
    per essere Dio. Noi continuiamo a chiedere alla creazione di Dio ciò che
    soltanto Dio può dare. La nostra tradizione insiste che nada (niente),
    nessuna parte della creazione di Dio, può essere sostituita a Dio. Soltanto
    colui che è nada (non una cosa, ma ogni cosa) può essere cibo sufficiente
    alla nostra fame.


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    Fermati sul monte

    Desideri disordinati fanno un cuore schiavo
     


    Decidere quale Dio seguire... per farlo è necessario lottare continuamente
    con le forze della disintegrazione e frammentazione causate dal seguire i
    propri desideri disordinati sotto la maschera di una personale necessità.
    Avere un solo Dio e servirlo con tutto il cuore non è facile tra tutti gli
    dèi" che ci vengono offerti. Questa Presenza profonda nella nostra vita si
    incontra nel mondo attorno a noi, ovunque... come dice Teresa d’Avila:
    ”Lasciate parlare le creature al loro Creatore”. Nella nostra esuberanza
    invece noi chiediamo avidamente per noi più di ciò che è possibile e
    regolarmente gettiamo i desideri del nostro cuore in poche creature,
    chiedendo di essere noi stessi l’appagamento che cerchiamo: quasi fossimo
    increati, scegliamo qualcosa come bene e pensiamo di essere "DIO". Il cuore
    stanco del suo continuo peregrinare cerca di fermarsi e di costruire un'oasi
    rifugiandosi in essa e placandosi con dèi minori cercando qualche gioia,
    pace, identità, sicurezza o altre cose che allievino i suoi desideri. Questo
    breve periodo di sollievo nasconde un problema spirituale e anche un
    problema dello sviluppo umano della persona. Giovanni della Croce era
    convinto che quando un individuo centra o qualcosa o qualcuno al di fuori di
    Dio la personalità subisce una disfunzione. Tali “attaccamenti” creano una
    situazione di morte. A qualunque cosa o a chiunque io posso chiedere di
    essere il mio Dio, ma in ogni caso cresce l’appagamento del mio desiderio in
    quanto non può soddisfare l’aspettativa. L’idolo comincerà a sgretolarsi
    sotto tale pressione come io cerco di essere il mio “tutto”. E poiché non
    possiamo crescere oltre i nostri dèi un "dio" inferiore significa un essere
    umano inferiore. Ciò a cui io sono “attaccato” muore sotto il mio bisogno e
    io muoio con lui perché i miei desideri profondi non possono trovare niente
    e nessuno che gratifichi la loro intensità. Il dinamismo di questa
    trascendenza di sé con la propria umanità non può portare ad affermare di
    essere “arrivati” alla fine del viaggio. Dichiarando una vittoria prematura,
    appena ci attacchiamo agli idoli siamo ingaggiati in una non autentica
    trascendenza di noi. In altre parole il cuore non è ancora libero di sentire
    e seguire gli inviti dell’Amato. Questa schiavitù del cuore è il risultato
    del nostro desiderio disordinato. La soluzione, la liberazione del cuore è
    non acconsentire all’annichilimento del desiderio ma al suo ri-orientamento.


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    Fermati sul monte

     



    " Fuggisti dopo avermi ferito, ti cercai, ti eri involato!" (san Giovanni della Croce)

    I santi si avvicinarono alla fiamma del desiderio
    interiore scoprendola nel profondo della loro
    umanità e furono bruciati e purificati da essa nel
    loro incontro. Teresa d'Avila capì che era l'acqua
    offerta da Gesù alla donna samaritana, molto più
    fuoco che acqua, a far crescere il desiderio.
    "Quanto assetati diventiamo grazie a questa sete!" E
    Giovanni della Croce: "Dove ti nascondesti in
    gemiti lasciandomi, o Diletto? Come il cervo
    fuggisti, dopo avermi ferito; ti uscii dietro
    gridando: ti eri involato!". Qui è la nostra
    umanità, in questo svegliarsi in mezzo a una storia
    d'amore. Qualcuno ha toccato il nostro cuore, lo ha
    ferito e ci ha reso bramosi di appagamento. Chi ci
    ha fatto questo, e dove se n'è andato? Domande che
    accompagnano il viaggio di ogni essere umano, e
    muovono ogni passo... dal camminare carponi del
    bambino al pellegrinaggio del Papa in Terra Santa,
    dallo scrutare le stelle a posare i piedi sulla
    luna... ogni passo! I nostri desideri - dice
    Giovanni della Croce - sono simili a un bambino
    piccolo: quando poniamo loro attenzione, li
    plachiamo per un po', ma di lì a poco tornano e
    rumorosamente disturbano la pace della casa;
    oppure, i nostri desideri sono simili a un giorno
    con l'amato a lungo desiderato; ma il giorno si
    traduce in una grande delusione! Come non avvertire
    il nostro essere uomini in questa fame che ci
    divora? Fame di qualcosa di profondo che solo Dio è
    in grado di nutrire? Teresa di Lisieux trova i suoi
    desideri profondi catturati nell'immagine del cielo:
    domenica senza fine, rifugio eterno, eterna
    spiaggia. L'eterna spiaggia: espressione
    particolarmente evocativa a rappresentare il
    desiderio del cuore. Lei che aveva scelto di vivere
    tutto, di mangiare il pane dell'incredulità alla
    mensa dei peccatori, di essere una pallina da gioco
    nelle mani del Cristo bambino, anelava all'eterna
    spiaggia, nonostante la muraglia della notte si
    fosse alzata nella sua fede. L'eterna spiaggia:
    espressione di tutto ciò che possiamo desiderare e
    che non riusciamo talvolta a delineare al nostro
    sguardo interiore. Come ancora lei dice: "Io mi
    sentivo incapace a esprimere in un linguaggio umano
    i segreti del cielo, e dopo aver scritto pagina su
    pagina, mi resi conto che avevo appena cominciato.
    Gli orizzonti sono così vari e tante le sfumature di
    infinita varietà..." (SS.189). Ci capita di arrivare
    continuamente a una meta, affascinati da una
    promessa di appagamento, ma continuamente torniamo
    via delusi. Chissà che la spiaggia da noi trovata
    non sia un angolo nascosto di quel mare per noi
    ancora sconosciuto che si chiama Altrove? Usando
    l'immagine di Teresa, noi arriviamo a molte spiagge
    ma ogni volta ci rendiamo conto che non siamo giunti
    a quella "giusta". Se però le nostre labbra sanno di
    amaro, non sarà forse che il mare l'abbiamo trovato,
    ma per noi non è la spiaggia giusta perché
    aspettavamo il mare fosse dolce? Svegliamo il nostro
    uomo che si è assopito: l'acqua del mare non può
    essere che salata!! Siamo arrivati sull'eterna
    spiaggia dell'OGGI di Dio... le sue acque stanno
    toccando le nostre rive...


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    Fermati sul monte

    Un cuore anelante: il nostro desiderio di Dio
     



    Noi scegliamo tutto: “I nostri cuori sono senza riposo” scriveva sant’Agostino, e questa verità rimane fondamentale nella condizione umana. L’inquietudine umana, l’umano desiderio, la brama umana - nessuno di questi potrà mai essere definitivamente e pienamente soddisfatto. Il bambino inizia da piccolo ad esplorare l’ambiente che lo circonda con un’espressione di umana inquietudine; il viaggio di chi lascia per andare è animato dallo stesso desiderio. Noi siamo veramente pellegrini. Noi uomini non abbiamo mai abbastanza perché, dice s. Teresa di Lisieux, noi scegliamo tutto. E non avremo riposo finché non lo otterremo. Questa fame nel cuore umano dice che noi siamo fatti per cercare e ricercare, per bramare e desiderare ardentemente, finché il cuore trovi finalmente qualcosa o qualcuno che soddisfi la profondità del suo desiderio, finché il cuore trovi il nutrimento sufficiente per la sua fame. Noi chiamiamo questo cibo, questo appagamento, questa meta dell’umano desiderio: Dio. “Volevo vivere” , scriveva s. Teresa d’Avila, “ma non avevo nessuno che mi desse la vita…”. Nominandola o no, ogni essere umano vive questa ricerca. Ogni studente della nostra scuola, ogni membro della nostra parrocchia, ogni pellegrino del nostro santuario, ogni candidato del nostro seminario ha un’apertura al mistero trascendente che chiamiamo Dio. Man mano che il tempo passa il desiderio può essere camuffato, la fame temporaneamente soddisfatta, la brama soffocata, distratta, indebolita. Ma c’è e emergerà in una forma o in un’altra. Diamo nome a questa fame, parole al desiderio, e .pone la fine del viaggio in Dio. Il cuore umano avrà sempre bisogno di chiarificare i suoi desideri. Non possiamo soddisfare la nostra fame ma possiamo aiutare a trovare le parole per essa e sapere dove essa ci porta. Noi possiamo e dobbiamo farlo, nell’arte, nella poesia e nel canto, nel consigliare e nell’insegnare, o semplicemente ascoltando e comprendendo. E se le nostre parole fallissero, comunque avrebbero aiutato noi e le persone accanto a noi a capire che cosa è il desiderio. Un serio problema nella spiritualità oggi è l’ingenuità circa il desiderio o l’energia che ci guida. Il nostro Dio dona il desiderio spirituale, che si può esprimere in molti modi, inclusa l’energia creativa, erotica; è pericoloso per noi non orientarla attentamente. Noi siamo ingenui circa questo desiderio profondo dentro di noi e non siamo vigili ai suoi rischi. Se non c’è rispetto verso questa energia e i modi di accedervi e custodirne il contenuto, gran parte degli adulti vacillano nell’alienazione da questo ardore e spesso vivono nella depressione, oppure si lasciano consumare da esso e vivono in uno stato di passività. La depressione in tal senso è data dall’incapacità di cogliere la gioia innocente della vita, di sentire la vera gioia. La passività si riferisce alla nostra tendenza, ai tempi, a identificare con questo ardore, qualcosa di magico. “…Siamo generalmente così pieni di noi stessi che siamo una minaccia per le nostre famiglie, per i nostri amici, per le nostre comunità, per noi stessi”. Incapaci di usare questa energia, noi ci sentiamo morti dentro oppure siamo iper-attivi e senza pace.“La spiritualità è quindi trovare il giusto modo, le discipline, con cui accedere a questa energia e contenerla


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    Fermati sul monte

    1 Re 19,11


    Ora i miei occhi ti vedono!

    Concludiamo le nostre riflessioni su Giobbe. Finalmente si trova la giusta
    prospettiva. La vita dell’uomo non è legata a un riconoscimento da parte di
    Dio. La linea innocenza-benedizione e peccato-sofferenza si spezza. Si
    scindono le parti per ricominciare un discorso autentico sul rapporto
    dell’uomo con Dio. Il mistero del progetto divino sulla vita umana va al di
    là di una logica retributiva. I discorsi di Dio nel libro di Giobbe non sono
    una risposta alla sofferenza umana. Anzi si ribalta l’accusa: «Vuoi tu farmi
    apparire colpevole? Vuoi condannare me per giustificare te?» (40,8) Dio non
    deve la felicità all’innocenza dell’uomo, non si lascia chiudere in uno
    schema, non si muove in spazi indagabili, non si offre all’uomo come una
    realtà scontata da potersi tenere a bada. Addentrarsi nel mistero è
    pericoloso se non si ha una fede purificata. Come poi arriverà ad ammettere
    Giobbe: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono.
    Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere» (42,5-6).È
    illogico che a un comportamento retto dell’uomo Dio risponda con
    un’ingiustizia. Ma è altrettanto illogico che i progetti di Dio siano
    riconducibili a un do ut des. La vita è gratuità, l’uomo è chiamato ad
    essere timorato di Dio in cambio di nulla. Occorre accettare un Vivente
    sempre originale, che chiama a un profondo senso di umiltà e creaturalità.
    Le parole di Dio possono essere state diverse da quelle che Giobbe si
    aspettava, ma questo non ha alcuna importanza. La notte è passata perché Dio
    si è degnato di lasciarsi trovare da Giobbe in un incontro faccia a faccia
    che permette gli sia resa giustizia. E il verdetto di Dio su di lui non
    lascia ombre: Giobbe ha parlato giustamente (cfr 42,7). Dio, ignorando le
    bestemmie e le proteste, preferisce la fede nuda di Giobbe alla compassata
    religiosità dei suoi avvocati difensori teologi. Qui è la risposta di Dio
    alla sua angosciata ricerca. Dio rispetta Giobbe nella sua originalità e
    anche nella sua libertà di mettere in questione la giustizia divina. La
    relazione con Dio è la vera ricompensa dell’uomo. Che davvero possiamo
    scoprirne tutta la bellezza!

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    Fermati sul monte

    Un Dio avvolto di mistero...
    Giobbe sul mucchio di letame


    Il fatto che Giobbe non sia ebreo -viene da Uz- è significativo perché
    rivela un Dio libero di gloriarsi di un uomo che non appartiene al suo
    popolo, un uomo alieno dal male, un uomo di cui ha profonda stima davanti
    alla corte celeste: «Nessuno è come lui» (1,8). La fede iniziale di Giobbe
    è forte e poggia su un rapporto assodato: «Il Signore ha dato, il Signore ha
    tolto, sia benedetto il nome del Signore! In tutto questo Giobbe non peccò e
    non attribuì a Dio nulla di ingiusto» (1,21-22). «È anche notevole che egli
    non dia da se stesso nessuna interpretazione teologica alle sue sofferenze;
    si limita all’affermazione solenne che egli in queste sofferenze non può
    vedere nulla che debba mettere in dubbio il suo rapporto di fedeltà a Jahvè»
    (G. VON RAD). E anche quando la sventura continua a colpirlo nella sua
    persona non viene meno la sua accettazione serena: «Se da Dio accettiamo il
    bene, perché non dovremo accettare il male? E in tutto questo Giobbe non
    peccò» (2,10). Giobbe desidera e cerca in tutti i modi di dialogare con Dio
    e «Dio, sfidato, si trasforma in sfidante, facendo intuire all’uomo Giobbe
    che la logica del Signore è ben più autentica di quella limitata della
    creatura. Alla fine il male resta senza risposta, ma appare a Giobbe il
    volto di Dio, che nella creazione mostra le tracce del suo progetto
    trascendente, eppure affidabile e buono» (D. SCAIOLA). Attraverso i
    dialoghi si arriva a percepire Dio si fa conoscere in modo nuovo, un Dio
    difficile, avvolto di mistero e soprattutto imprevedibile. Dai discorsi si
    delinea un Dio che tiene alla sua libertà, un Dio quindi che non dà
    spiegazioni ma che instaura un rapporto di fiducia con l’uomo capace di non
    soccombere nella fede. Dio usa per rispondere a Giobbe una serie di
    affermazioni che hanno già insita la risposta in tono ironica per richiamare
    la sua attenzione a quanto ingenuo sia l’uomo quando immagina pronte
    soluzioni alle sue domande. «Non è la ragione dell’arbitrio quella che Dio
    pone sul banco, ma quella dell’unilateralità del giudizio umano al quale
    sfugge il senso del tutto. La fede chiama questo senso: Dio. Non si può
    spiegare, si può solo sperimentare»


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    Fermati sul monte

    Fermati sul monte

    Un'ansia mai sazia la ricerca di Dio...

    La ricerca di Giobbe è un’ansia mai sazia. Deve capire, non può subire.
    Accettare sì, ma con ragioni che valgano. Quel suo: «Verrei a sapere le
    parole che mi risponde e capirei che cosa mi deve dire» (23,5) è indice
    della lotta terribile che lo avvolge. «Giobbe si imbatte nel mistero di Dio.
    È costretto a perdere la fede o a credere in un Dio diverso ma in questo
    secondo caso Giobbe si vede obbligato a prendere le distanze da tutta una
    teologia che ha da sempre nutrito la sua vita e quella del suo popolo. Ecco,
    ormai chiari, i veri termini del dibattito». (B. MAGGIONI). Ciò che sta
    vivendo contiene un messaggio, ma egli non riesce a decifrarlo. Eppure è
    solo in questa chiarezza di motivazione al suo dolore che la pace potrà
    diventare il suo pane. «Egli adotta la realtà del male lasciandola nella sua
    forza di scandalo, nella sua provocazione bruta vanamente coperta dai veli
    retributivi» (G. RAVASI). Per questo non tollera gli amici che volendo
    salvare le certezze tradizionali restano nell’orizzonte mentale in cui sono
    abituati a vivere e invece di comprendere la sofferenza di Giobbe si mettono
    a fianco di Dio e pretendono di parlare in suo nome. Le parole taglienti di
    chi invece sta cercando disperatamente il volto di Dio riportano la vicenda
    al suo nucleo fondamentale: non servono all’uomo sentenze di cenere e difese
    di argilla (cfr 13,12), è necessario il coraggio della vita. È ingenuo
    pensare che tutto vada bene nel mondo perché Dio guida con giustizia ogni
    cosa ed è da atei pensare che bene e male sono il frutto del capriccio di
    Dio o del caos. Ostinarsi a credere nella bontà di Dio accettando la realtà
    così com’è non è una risposta, ma il giusto modo di porsi di fronte al
    problema. «Non tanto dunque: perché c’è il male?; quanto piuttosto: come
    vivere in una situazione di contraddizione?»


    Quale attrice a 31 anni ha già ottenuto 5 nomination agli oscar?

    L’uomo di fronte alla incomprensibilità del mistero

    Fermati sul monte!
    1 Re 19,11





    L’uomo di fronte alla incomprensibilità del mistero (19,1-29; 23,3-5)

    La sfida di Giobbe non è presunzione. Egli vive nel timore di Dio ed è
    cosciente del suo limite di fronte all’onnipotenza divina, ma consapevole
    della propria rettitudine, chiede a Dio una risposta alla sua disperazione.
    «Oh, potessi sapere dove trovarlo, potessi arrivare fino al suo trono!
    Esporrei davanti a lui la mia causa e avrei piene le labbra di ragioni» (23
    3-4). Il sentire di un Giobbe paziente e docile e di un Giobbe ribelle e
    inquieto di fronte al mistero è insito in ogni cuore umano. Il cambiamento
    di tono nell’evolversi dei testi -attribuibile ad autore e tempo diverso-
    vuol manifestare un modo nuovo di affrontare il problema della sofferenza.
    Essa è vista non più come una prova, bensì come una esperienza che permette
    di entrare nel mistero di Dio. Il Giobbe iniziale è un’immagine ideale,
    edulcorata; il Giobbe che segue è l’uomo della realtà: è in preda
    all’avversario, il satan; è l’uomo gettato nel mondo, al di là della siepe
    protetta, in una realtà complessa; è l’uomo capace di progettare la vita,
    non l’uomo della devozione (cfr M. Nobile, Teologia dell'Antico Testamento,
    LOGOS 8/1, LDC, Leumann TO 1998, p. 158). L’audacia critica di quest’uomo è
    mossa dal voler raggiungere il Signore ad ogni costo, la sua protesta è
    finalizzata alla conoscenza, animata dal desiderio di verità che non è
    pretesto per coprire le proprie mancanze. È una situazione concreta quella
    che Giobbe vive, una crisi interiore. Di qui le contraddizioni, le
    ostinazioni, la lotta esacerbata. Non siamo nel campo dei concetti, ma della
    vita, dell’esperienza umana. La drammaticità sta nella solitudine interiore,
    in quel dolore che nasce dalla fede, nella reale assenza di Dio che è il più
    acuto di tutti i tormenti. Giobbe arriva allo scontro frontale con il suo
    Dio finché vede crollare tutti gli schemi teologici che nutrivano la sua
    sicurezza e la sua fede. I suoi amici invece, affermando a priori la sua
    colpevolezza, si chiudono alle varie dimensioni teologiche del mistero cui
    rimanda la sua sofferenza, perché con il loro bagaglio di evidenze «vogliono
    salvare l’orizzonte mentale nel quale sono abituati a vivere»


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