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    La bellezza della Croce

    Il volto di Cristo nei Crocifissi riminesi del Trecento


    Mostra catechetica e didattica


    17 ottobre - 8 dicembre

    Rimini, Chiesa di Santa Croce, via A. Serpieri, 13



    Note Informative
    Orario di apertura: tutti i giorni dalle ore 15,30 alle 18,30.

    Eventuali visite per gruppi o scolaresche possono essere prenotate anche durante la mattinata.
    Per informazioni o prenotazioni di gruppi rivolgersi alla Segreteria Diocesana (tel. 0541.24244).

    Durante il periodo quaresimale (dal 9 Marzo al 10 Aprile 2009) la mostra sarà riallestita presso la Chiesa di Sant’Agostino.

    Mantieni quindi vivo il desiderio di sapere qual è la volontà di Dio su di te

    sulla VOCAZIONE…

    alcune puntualizzazioni

     

    Cerchiamo di infrangere il tabù che sta dietro la parola vocazione.

    Nella vocazione sta il senso della nostra vita. È vivendo in essa che possiamo raggiungere il massimo delle nostre potenzialità e della nostra capacità di dono. Nella realizzazione del progetto che Dio ha pensato per noi sta il segreto della felicità.

     

    La vocazione è una realtà molto ricca e complessa. Potrebbe essere rappresentata come punto di sintesi e d'equilibrio fra varie componenti. Espressione del dialogo tra la volontà di Dio e quella dell'uomo si realizza nell'incontro tra le ricchezze della persona e gli appelli che la vita fa a ciascuno, tra il proprio desiderio di libertà e il proprio senso di responsabilità, tra i bisogni dell'individuo e le attese della comunità, tra esperienza passata e progetto di sé. Tutto ciò fa della vocazione una realtà relazionale e dinamica che si sviluppa grazie alla capacità di autodeterminazione del soggetto.

    Essa muta al mutar delle situazioni pur seguendo un filo logico, provvidenzialmente tracciato, che diviene comprensibile all'individuo solo ad una lettura retrospettiva, profonda ed illuminata, della propria storia.

    La sofferenza di una vita senza senso

    La parola vocazione viene dal latino e significa chiamata. E Dio che chiama l'uomo: ad ogni persona affida una missione, un progetto da realizzare. All'individuo spetta il compito di rispondere all'appello di Dio. Solamente chi «centra la propria vocazione» realizza a pieno la sua vita spendendola per l'obiettivo per cui è stato creato.

    A questo proposito è interessante notare come l'etimologia della parola peccato in ebraico significhi proprio «sbagliare mira», «non centrare l'obiettivo», «camminare fuori strada»: in altre parole, essere fuori dal progetto di Dio.(…)

    Viceversa anche tu avrai potuto sperimentare quanto sia pacificante vivere accanto a persone che hanno centrato in pieno la loro vocazione, che con equilibrio sanno mettere a frutto le proprie potenzialità ed accettare i propri limiti. Sono individui profondamente in pace con se stessi e con gli altri perché «al proprio posto».

    Anche la psicologia, utilizzando la categoria della significatività, ci offre una riflessione assai interessante. Victor E. Frankl, psicoterapeuta viennese, afferma «Ogni epoca ha la sua nevrosi. In realtà, noi oggi non siamo di fronte, come ai tempi di Freud, ad una frustrazione sessuale, quanto piuttosto ad una frustrazione esistenziale. Il paziente di oggi soffre di un abissale sentimento di insignificanza, intimamente connesso a un senso di vuoto esistenziale».

    Chi non scopre il senso della propria vita o, in altre parole, la propria vocazione, è condannato alla frustrazione e al vuoto interiore. Un vuoto che si fa sempre più strada anche tra i giovani. I tentativi di fuga da questo sentimento sono vari (stressarsi in mille attività, ubriacarsi, drogarsi, stordirsi con la musica, fare sesso ecc.) ma tutti inefficaci.

    A tutti è data una vocazione da realizzare

    Non è facile parlare oggi ai giovani di vocazione a causa dei tanti preconcetti che nel tempo sono venuti a formarsi su questo tema. Per questo prima di entrare nel vivo dell'argomento sono obbligato a fare un lavoro previo per sgombrare il campo dai tanti pregiudizi.

    L'idea più pericolosa è che la vocazione non interessi tutti, ma solo alcuni: quelli che sono chiamati a diventare preti o suore. Fortunatamente il Concilio Vaticano II si è opposto a questo modo di pensare asserendo che tutti siamo chiamati, a tutti Dio affida una vocazione, tutti Dio chiama alla santità, alla radicalità evangelica. È in-teressante come Giovanni Paolo II, nell'enciclica sui laici (Christifi-deles laici, 16), parlando della vocazione di tutti alla santità, affermi che «questa è stata la consegna primaria affidata dal Concilio [...] alla Chiesa». Capisci, il Papa dice che la cosa più importante che ha detto il Concilio è che tutti siamo chiamati a farci santi.

    Tutti siamo chiamati alla santità

    Questo è il sogno che Dio nutre per ciascuno di noi. La santità, come abbiamo visto, non è un privilegio per i più belli o i più simpatici. Dio vuole tutti santi, anche te!

    Sei stato creato per questo. Questo stesso è il desiderio più profondo che portiamo dentro di noi. È il desiderio verso il quale è protesa la tua stessa natura. Come non puoi chiedere ad una mucca di darti del vino se è stata creata per fare il latte, così non puoi chiedere a te stesso una vita di compromessi se sei stato creato per la santità. Questa è l'unica via che può darti quella felicità alla quale aneli.

    Per tutto questo è opportuno vincere la paura di confrontarsi con essa. Occorre quindi fare chiarezza.

    Una premessa: Dio non gioca a nascondino!

    Occorre subito sfatare un'idea sbagliata secondo la quale scoprire la propria vocazione è veramente difficile. È vero, Dio non ti telefonerà per comunicarti quanto vuole da te. Per comprendere la tua vocazione hai bisogno di impegno e discernimento. Allo stesso modo, però, è ridicola l'idea di un Dio che giochi a nascondersi. Non è così!

    La vocazione prima di essere il nostro problema è quanto Dio stesso ci vuoi comunicare. Dio vuoi farci conoscere qual è il senso della nostra vita, molto di più di quanto noi stessi lo desideriamo.

    Così fa di tutto per comunicarcelo. Il problema non sta in Lui, ma in noi che non vogliamo ascoltarlo. Lo sappiamo benissimo: non c'è peggior sordo di chi non vuoi sentire!

    Mettiti allora in ricerca della tua vocazione animato da questa certezza: Dio vuoi parlarmi! Alla domanda se è difficile conoscere la propria vocazione, Giuseppe Lazzati, ha dato questa risposta: «Direi che in fondo non è difficile, se noi non complichiamo le cose, se cioè abbiamo volontà per conoscerla e la lealtà per riconoscerla» (1990).

    Mantieni quindi vivo il desiderio di sapere qual è la volontà di Dio su di te e non porre resistenza.


    L'enciclica sulla speranza commentata da due pensatori non credenti

    L'enciclica sulla speranza commentata da due pensatori non credenti

    Sono i professori Aldo Schiavone ed Ernesto Galli della Loggia, sulla prima pagina del giornale della Santa Sede. Papa Joseph Ratzinger li conosce e li ha letti. Risponderà?

    di Sandro Magister



    ROMA, 7 luglio 2008 – Per la seconda volta in tre mesi "L'Osservatore Romano", il quotidiano della Santa Sede, ha pubblicato in prima pagina dei commenti all'enciclica di Benedetto XVI "Spe salvi" scritti da pensatori non credenti.

    Il primo commento, pubblicato il 28 marzo, è del professor Aldo Schiavone (nella foto), presentato in calce all'articolo come “Direttore dell’Istituto Italiano di Scienze Umane”.

    Schiavone è uno dei più autorevoli studiosi di diritto romano e di storia e filosofia del diritto. Insegna all’Università di Firenze. Nel suo campo, in Italia, è un luminare come lo è in Germania il professor Ernst-Wolfgang Böckenförde, molto stimato da papa Joseph Ratzinger.

    Non è cattolico, anzi, non è credente in alcuna fede rivelata. Ma ha sempre prestato molta attenzione al fatto religioso.

    Il secondo commento, pubblicato il 28 giugno, è del professor Ernesto Galli della Loggia.

    Galli della Loggia è stato professore ordinario di storia dei partiti e movimenti politici all'Università di Perugia. Ha successivamente insegnato a Firenze all'Istituto Italiano di Scienze Umane diretto dal professor Schiavone. E dal 2005 insegna filosofia della storia presso la facoltà di filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, di cui è stato preside per due anni. Per l'editrice il Mulino dirige la collana "L'identità italiana", inaugurata da un suo volume con lo stesso titolo.

    Anche Galli della Loggia non è cattolico, anzi, si dice "privo della fede". Eppure afferma di riconoscere "quel 'di più' che la storia umana priva di Dio non riuscirà mai a colmare".

    Sia Schiavone che Galli della Loggia sono molto noti al pubblico colto italiano. Sono editorialisti dei due quotidiani laici più diffusi, il primo di "la Repubblica" e il secondo del "Corriere della Sera".

    Sia l'uno che l'altro sono da tempo interlocutori stimati, in Vaticano.

    Il 25 ottobre 2004 Galli della Loggia sostenne un dibattito pubblico su l'Occidente e le religioni con l'allora cardinale Ratzinger, dibattito promosso dalla Fondazione Gaetano Rebecchini e tenuto a Roma nello splendido Palazzo Colonna.

    Il 30 novembre 2007 sia lui che Schiavone hanno presentato e commentato in Vaticano, alla presenza del cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone, gli atti di un seminario del Pontificio Comitato di Scienze Storiche su “Storia del cristianesimo: bilanci e questioni aperte”.

    I loro commenti alla "Spe salvi" svolgono argomentazioni diverse. Ma convergono su un punto. Entrambi danno molto rilievo a quel passaggio dell'enciclica in cui Benedetto XVI auspica “un’autocritica dell’età moderna” e insieme “un’autocritica del cristianesimo moderno”.

    Sia l'uno che l'altro, però, ritengono che questa auspicata autocritica del cristianesimo sia lontana dall'essere compiuta.

    Per Galli della Loggia ad essa "non viene dato alcun seguito", né nell'enciclica nè in altri documenti papali.

    Per Schiavone la Chiesa si chiude troppo sulla difensiva. Continua a pensare a “un uomo che abbia da esser protetto da se stesso con il richiamo a presunti vincoli naturali”.

    Si può ipotizzare che Benedetto XVI abbia letto con interesse queste critiche così fuori dal comune sul "giornale del papa". E non è escluso che prima o poi non vi risponda.

    Ecco qui di seguito i due commenti alla "Spe salvi" apparsi su "L'Osservatore Romano", il primo il 28 marzo 2008, il secondo il 28 giugno 2008:


    1. Una nuova alleanza tra Chiesa e modernità laica

    di Aldo Schiavone


    La "Spe salvi" è un testo complesso e coinvolgente, scritto con grande maestria intrecciando una molteplicità di temi, da motivi più propriamente pastorali a riflessioni di ordine dottrinario e dogmatico. E insieme, è anche quel che si direbbe un saggio storico d'interpretazione, dedicato a misurarsi con nodi cruciali disposti su un arco temporale lunghissimo, dall'antichità romana al mondo contemporaneo.

    Il filo conduttore, annunciato come di consueto già nelle parole dell'incipit – una bellissima citazione paolina – è un serrato discorso sulla speranza, giustamente considerata come la connessione per eccellenza fra due piani fondamentali: l'orizzonte della storia e quello dell'escatologia.

    È una scelta forte, che tocca senza dubbio un nervo scoperto dei nostri giorni: quel che altrove (nel libro "Storia e destino") ho creduto di definire come la perdita del futuro, l'incapacità di attirare "dentro il presente il futuro", in modo che "le cose future si riversino in quelle presenti, e le presenti in quelle future", come adesso scrive suggestivamente il pontefice.

    Per lui, e non potrebbe essere altrimenti, l'aspetto escatologico della speranza – della speranza cristiana – si lega alla certezza "che il cielo non è vuoto", che "al di sopra di tutto c'è una volontà personale, c'è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore". È il punto di giunzione – insieme limpidissimo e tormentato – fra speranza e fede: e opportunamente Benedetto ricorda in proposito l'elaborazione teologica medievale che arriva a definire appunto la fede come "sostanza delle cose sperate".

    Ma l'uomo è anche storia, e la domanda capitale: "che cosa possiamo sperare?" – un dubbio che gli eventi del nostro tempo rendono insieme decisivo e carico d'angoscia – richiede perciò anche una risposta sul terreno della storicità, e non solo su quello dell'escatologia.

    Ed è a questo punto che l'interrogarsi di Benedetto sulla speranza – sulla sua forma storica, potremmo dire – si trasforma, inevitabilmente e con grande forza, in un discorso sulla modernità: sulla sua ragione, sulle sue conquiste e sui suoi fallimenti.

    La prospettiva è fortemente sintetica, ma mai superficiale, e l'uso che viene proposto in queste pagine di Kant, di Adorno, persino di Marx, è veloce e a volte discutibile, ma sempre pertinente. Seguirne tutti i passaggi sarebbe però ora troppo lungo e complesso, e mi guarderò dal farlo. Cercherò invece di tenermi stretto a quel che mi sembra il dispositivo essenziale e più potente del ragionamento del pontefice. Che si trova a mio avviso nell'affermazione che è oggi indispensabile "un'autocritica dell'età moderna" nella quale possa confluire anche "un'autocritica del cristianesimo moderno".

    Si tratta di una posizione di assoluto rilievo, che condivido pienamente. Sono del tutto convinto anch'io che i tempi – se sappiamo davvero interpretarli – siano maturi per una nuova alleanza fra cristianesimo e modernità laica, sulla base di una parallela revisione critica della loro storia, e che essa possa contribuire a quell'autentica rigenerazione dell'umano senza di cui il nostro futuro si riempie di ombre.

    Ma come lavorare a questo straordinario obiettivo comune? Benedetto accenna sobriamente ma con efficacia ai principali fallimenti ideologici e politici della modernità, che retrospettivamente ci appaiono in tutta la loro portata: l'idea troppo lineare, ingenua e materialistica di "progresso"; l'idea datata e inadeguata del comunismo come esito ultimo della rivoluzione francese, e come puro capovolgimento della base economica delle nostre società. Su tutto ciò non ci può essere ancora che concordanza. Ma la modernità non è solo questo: e Benedetto lo sa benissimo. Egli ne individua infatti correttamente il cuore nella capacità di instaurare un nuovo e rivoluzionario rapporto fra scienza e prassi – cioè fra conoscenza e tecnica trasformatrice.

    Ora, il punto è che questo intreccio fra scienza e tecnica – la potenza trasformatrice della tecnica – non sta solo andando "verso una padronanza sempre più grande della natura"; ma sta facendo molto, molto di più.

    Ci sta spingendo – dopo milioni di anni di storia della specie – verso lo sconvolgente punto di fuga oltre il quale la separazione, che finora ci ha dominati, fra storia della vita (nel senso delle nostre basi biologiche) e storia dell'intelligenza (umana) non avrà più ragione di essere. Un punto in cui le basi naturali della nostra esistenza smetteranno di essere un presupposto immodificabile dell'agire umano, e diventeranno un risultato storicamente determinato della nostra ragione, della nostra etica e della nostra cultura. Questo ricongiungimento – il passaggio, almeno potenziale, nel controllo evolutivo della specie dalla natura alla mente – non è lontano: il suo annuncio è già nelle cronache quotidiane.

    E allora io mi domando e mi permetto di chiedere sommessamente: ma la forma storica della nostra speranza non dipende anche da come si schiera la Chiesa di fronte all'annuncio di questa novità radicale? È essa davvero pronta ad accoglierla? O forse l'"autocritica" di cui parla il pontefice deve innanzitutto riguardare proprio questo aspetto?

    È vero, Benedetto ha ragione: la scienza – nessuna scienza – potrà mai "redimere" l'uomo: c'è bisogno di etica e di valori. Ma può modificare – e lo sta già facendo – in modo drastico la trama esistenziale dell'umano, il suo vissuto più profondo, le prospettive primarie di vita e di morte.

    Insomma, il rapporto storico tra modernità e speranza non può evitare di sciogliere questo nodo. Il superamento definitivo e completo dei confini biologici assegnatici finora dal nostro cammino evolutivo può essere integrato all'interno di una forma storica di speranza compatibile con la fede e con l'escatologia? Nella "somiglianza" dell'uomo con Dio – anch'essa richiamata dal pontefice – nell'infinito cui questo abissale paragone allude, può essere incluso il progetto di un umano finalmente libero dai propri vincoli naturali, e completamente padrone del suo destino "storico"?

    In altri termini, quel che viene qui in questione è l'irrompere e l'installarsi dell'infinito entro la storicità del finito. Anche questo, come Benedetto sa bene, è un tema cruciale della modernità, ben riflesso in alcuni grandi luoghi della filosofia classica tedesca. E credo proprio che il significato della transizione rivoluzionaria che stiamo attraversando, che chiama la Chiesa ad assumersi responsabilità enormi, sia tutto qui: aver reso effettivo, diretto e determinante innanzi agli occhi di tutti quello che la modernità aveva solo lasciato intravedere ai suoi filosofi. Che cioè l'infinito come assenza di confini materiali alla possibilità del fare, come caduta di ogni determinazione obbligata da una barriera esterna a noi ("omnis determinatio est negatio") sta entrando stabilmente nel mondo degli uomini, e sempre di più dovremo imparare ad averlo accanto, e, se posso dir così, a padroneggiarlo. Con l'aiuto di Dio, starei per dire: ma non oso e mi fermo.

    Certo, io non ho alcuna autorità per sostenerlo, ma non riesco a sottrarmi all'idea che un Dio d'amore – come quello che Benedetto ci invita a pensare – non abbia bisogno di un uomo in scacco, di un uomo prigioniero della sua materialità biologica, di un uomo che abbia da esser protetto da se stesso con il richiamo a presunti vincoli "naturali", ma abbia scelto per amore di avere accanto un uomo totalmente libero, e totalmente libero, a sua volta, di sceglierLo.

    Non mi nascondo che mettersi in questo vento – arrivare cioè a immaginare un nuovo rapporto fra storia ed escatologia, dove l'infinito non stia solo dal lato della seconda, perché di questo in fondo si tratta – imporrebbe grandi cambiamenti nel magistero e nella dislocazione mondana della Chiesa. Ma davvero, se non ora, quando? Le energie vi sono. E c'è la speranza. Forse, occorre solo un po' più di profezia, senza rinunciare alla dottrina.

    __________


    2. Quel di più che la storia umana non riesce a colmare

    di Ernesto Galli della Loggia


    Il passato e il presente; l'Occidente e la sua tradizione culturale da un lato, la modernità dall'altro: è tra questi due poli che sembra muoversi la riflessione che Benedetto XVI ha fin qui consegnato ai suoi interventi di maggior impegno, in particolare a entrambe le sue encicliche. Una riflessione il cui contenuto vero non è poi altro che il destino del cristianesimo.

    Solo se l'Occidente, infatti, l'antico teatro geografico e storico che primo accolse il messaggio proveniente da Gerusalemme per farne anima e forma della sua cultura, intenderà tutta la profondità del rapporto con le proprie origini cristiane, solo a questa condizione – sembra pensare il papa – la religione della Croce potrà reggere la sfida lanciatale dai tempi nuovi, continuando a tenere il suo animo fermo all'antica promessa del non praevalebunt.

    Da qui la spinta a ripercorrere in qualche modo l'intero arco della vicenda cristiana, a ripercorrere le molte vie attraverso cui essa non solo ha plasmato l'Occidente dopo essersi mischiata alle sue radici classiche, ma, contrariamente a una convinzione diffusa, ha anche preparato e perfino favorito l'avvento della modernità.

    L'obiettivo ambiziosissimo è quello niente di meno, come si legge, di "un'autocritica dell'età moderna in dialogo col cristianesimo" nella quale peraltro "confluisca anche un'autocritica del cristianesimo moderno", cioè – se capisco bene – di una sorta di "nuovo inizio" segnato da quello che appare il vero obiettivo di questo pontificato: la riconciliazione tra religione e modernità.

    Nel procedere in questa direzione mi sembra che il papa operi una svolta decisiva non tanto rispetto al Concilio Vaticano II in quanto tale, ma certamente rispetto alla "vulgata" che ne è circolata largamente negli anni seguenti.

    Benedetto XVI, infatti, sembra porre al centro dell'attenzione – si badi bene: all'attenzione non politica, ma teologica – della Chiesa non più genericamente il "mondo", bensì l'Occidente, il problema dell'Occidente. Di conserva egli individua con sicurezza i termini teoricamente cruciali per il discorso cristiano sulla modernità non più, come aveva fatto il Vaticano II, nella "giustizia", nella "pace" e nell'autodeterminazione individuale e collettiva, ma nella "ragione" e nella "scienza" (la seconda, in specie, sostanzialmente assente nella tematizzazione conciliare).

    Tutto ciò è ben visibile nell'ultima enciclica del papa. Se con la "Deus caritas est" Joseph Ratzinger aveva esplorato alcuni dei mutamenti rivoluzionari introdotti dal messaggio evangelico nel mondo dell'"intimità morale", in particolare nei rapporti con l'altro, tra quei due "altri" per antonomasia che sono l'uomo e la donna, con la "Spe salvi" egli concentra la propria attenzione su un aspetto altrettanto decisivo di quella che Benedetto Croce chiamò la "rivoluzione cristiana" che è all'origine del mondo moderno: vale a dire il rapporto assolutamente nuovo rispetto alla dimensione del futuro che quella rivoluzione significò per le culture in cui ebbe modo di affermarsi.

    Con ciò l'analisi di Benedetto XVI prende il taglio, che in questa enciclica è propriamente suo (ma che già si affacciava in quella precedente), di una declinazione della prospettiva teologica che tende continuamente a configurarsi come filosofia della storia. Anzi meglio, per chi come me guarda queste cose dall'esterno: a porre la religione cristiana come l'origine prima della storia quale dimensione tipica del pensiero occidentale.

    Se infatti – come l'enciclica non si stanca di sottolineare facendone il proprio asse – la fede cristiana è per l'essenza speranza, cioè fede in un futuro ("i cristiani hanno un futuro"; "la loro vita non finisce nel vuoto"); se essa – come scrive icasticamente il papa – ha "attirato dentro il presente il futuro", e lo ha fatto – egli aggiunge – avendo in mente il futuro non di questo o quel singolo ma dell'intera comunità dei credenti, ebbene, come non vedere proprio in ciò, allora, la premessa per quella più generale tensione al domani e all'oltre che ha segnato così intimamente tutta quanta la nostra civiltà?

    Ma per l'appunto in questa tensione sta l'origine dell'idea che l'oggi prepara il domani, che il senso di quanto accade oggi è in questa preparazione, e quindi che la vicenda umana nel suo complesso, possedendo una direzione, un fine, possiede anche un senso, un significato.

    Sta insomma qui l'origine, per dirla con una sola parola, dell'idea di storia. E per conseguenza della frattura di cui si sostanzia la modernità: dal momento che è proprio nell'ambito della "speranza", del "futuro", del significato della storia – lungo un percorso che dall'attesa del Paradiso ha condotto all'attesa del progresso – che si è sviluppato forse il principale momento di laicizzazione della mentalità collettiva moderna.

    Lo scritto di papa Ratzinger – mai come in questo caso assolutamente suo: a un certo punto si legge un "io sono convinto" del tutto inusuale per il testo di un'enciclica – è per una buona parte la ricognizione nel campo della storia delle idee delle cause che hanno portato all'espulsione della speranza cristiana dal mondo a opera specialmente del binomio scienza-libertà. Per ribadire naturalmente che però né la scienza, né le sempre parziali realizzazioni politiche della libertà saranno mai in grado di soddisfare il bisogno di giustizia e di amore che si agita in ogni essere umano e che è invece la sostanza della speranza cristiana, garantita da Dio ai credenti: "solo Dio può creare la giustizia", così come solo l'amore può bilanciare la cupa "sofferenza dei secoli".

    Anche chi è privo della fede, come me, non fa fatica a convenire sull'esistenza di questo irreparabile "di più" che la storia umana priva di Dio non riuscirà mai a colmare.

    Ma questo accordo – che non ha né vuole avere nulla di formale, e del resto dovrebbe essere nella sostanza quasi scontato – non può mettere a tacere un'osservazione critica che investe l'insieme dell'analisi dell'enciclica, pure così convincente in molti passaggi: perché la storia dell'Occidente cristiano è andata così? Perché essa sembra concludersi con uno scacco della religione che pure l'ha così intimamente forgiata?

    La risposta sta forse in quella che a un certo punto – l'ho già ricordato – l'enciclica stessa chiama la necessaria "autocritica del cristianesimo moderno": indicazione alla quale però non viene dato alcun seguito.

    Mi domando se sia lecito aspettarsi da Benedetto XVI ciò che avremmo senz'altro chiesto al professor Ratzinger. Non lo so. Ma sono certo che se mai in un domani il pontefice volesse far sentire la sua voce per rispondere a questo interrogativo, quella voce susciterebbe forse un'eco non destinata a spegnersi nel tempo.

    Nuove Strade

    Nel panorama più strettamente “vocazionale”, occorre ripensare  un “sensus ecclesiae” che faccia della parrocchia una “casa” abitabile con scelte “missionarie” più coraggiose.

     

    Un ri-pensamento di presenza e di servizio dei presbiteri nel territorio. Nei corridoi delle Domus Mariae si sono visti volti giovani di presbiteri, religiosi, religiose e laici impegnati nella pastorale vocazionale della propria diocesi o nella propria congregazione, inviati dal vescovo e dal superiore religioso. Presbiteri chiamati a svolgere tale incarico anche da pochissimo tempo. Da essi, e anche dai veterani, è emerso un interrogativo: cosa voglia dire fare pastorale vocazionale. Si tratta della punta di un iceberg che chiede di rivisitare l’orizzonte non solo dell’ambito tipicamente vocazionale, ma della pastorale nel suo insieme. Se manca il senso del sentirsi chiesa, difficilmente vi saranno giovani che si consacrano totalmente a Dio. Se manca la chiesa, mancheranno sempre le vocazioni. La nota Cei dopo il convegno di Verona così afferma: «Tutte le vocazioni e i ministeri, anche se in modi diversi, sono chiamati a testimoniare la speranza cristiana in mezzo ad una società in rapido cambiamento. Da questa varietà nell’unità scaturisce il segno vivo di una comunità che si mostra come una cosa sola perché il mondo creda».[1] Nella domanda, non affatto scontata, si cela il desiderio di come narrare la fede cristiana nel mondo moderno. Ad essere in crisi non sono i giovani e, tanto meno, la chiamata da parte di Dio, semmai è l’immagine di uomo e di donna che sta crescendo e maturando nelle giovani generazioni. Nel chiedersi cosa voglia dire fare pastorale vocazionale da parte degli “addetti ai lavori”, si constata che è in atto un scollamento nel pensare la chiesa e nel pensarsi chiesa. Sono le statistiche sociologiche a dirci che il numero dei preti nel prossimo ventennio sarà notevolmente in calo; anche da questo dato si dovrebbe iniziare a rivedere le modalità e i criteri nell’annuncio del Vangelo all’uomo moderno. Già le giovani chiese in terra di missione ci stanno inviando campanelli d’allarme nel farci comprendere che il futuro dei sacerdoti fidei donum, per esempio, dovrà necessariamente integrarsi con figure di laici e di coppie di sposi che si fanno garanti dell’annuncio cristiano. In casa nostra, si prospettano parrocchie con équipes composte da preti e da laici che, con compiti specifici e rispettosi delle proprie ministerialità, si adoperano dentro un territorio ampio che va oltre la singola parrocchia.

     

    Formazione di laici, seminaristi, giovani preti con scelte missionarie in parrocchia e in diocesi. Le agende dei vescovi sono sempre più piene di delegazioni di parrocchie senza più il parroco, che rivendicano la presenza di un pastore. A loro il vescovo, il più delle volte suo malgrado, non sa cosa dire, con l’amarezza nel cuore. Il ripensamento della presenza di presbiteri in un territorio si impone sempre più alla scelta diocesana. Diversi preti posseggono ancora la mentalità del pensare “solo” alla propria parrocchia, quando invece si fa sempre più pressante uno sguardo ecclesiale d’insieme. È vero: le unità pastorali non nascono con il righello e la matita, ma da cuori che si appassionano insieme e da tavole per la mensa che si nutrono sempre di più di preti “viciniori. Ai seminaristi e ai giovani preti, togliendoli da ogni illusione e da ogni delusione, va detto che lo scenario che si prospetta quanto al futuro ministero presbiterale è questo. Buona cosa, pertanto, quando un vescovo incontra e dialoga regolarmente con i propri seminaristi (non solo nell’imminenza dell’ordinazione) e, soprattutto, con il clero giovane della sua diocesi per farsi raccontare quale immagine di ministero sognano per verificarla con la realtà.

    Prendendo a prestito l’immagine dal mondo missionario, potremmo dire che la missione ai lontani in senso geografico chiede di rivedere la ricchezza di presbiteri in un territorio concentrato delle nostre diocesi. L’età avanzata del clero e le malattie di parroci da tempo in azione sono segnali da leggere non solo con la lente della perdita, ma anche con la lente di scelte missionarie in casa propria”, senza timore di cambiare rotta di fronte alla navigazione pastorale del “si è fatto sempre così”. Ma al “così non può più essere” ci si dovrà abituare ben presto.

     

    Le strutture della parrocchia: non solo incontri, ma anche casa abitabile”. Un elemento che è stato ribadito al convegno nazionale è quello della parrocchia e della sua capillarità territoriale (che fa invidia a molte altre realtà aggregative e non). In ogni caso, si continua a pensare e a condurre la parrocchia   come una volta, coltivando “quelli che vengono” (visione centripeta), invece di ri-pensarla come una grande agorà dove ognuno si possa sentire a casa nel senso profondo del termine (visione centrifuga). Per andare al concreto: i non pochi locali (alcune parrocchie a dire il vero scarseggiano in tal senso) usati per gli incontri, per le catechesi e per loratorio perché non si investono in luoghi di accoglienza per i giovani  della parrocchia; luoghi di vita comune insieme al presbitero, trasformando la parrocchia in una casa abitabile, superando la logica da ufficio” che tante volte traspare?

    Mons. Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente del COP, ha ribadito ciò che aveva già espresso alla Gmg di Colonia: «Più senso di famiglia nelle strutture della parrocchia». È vero: i “campi scuola parrocchiali non bastano più.

    A questo punto, una domanda sorge spontanea da parte del parroco: con tutto quello che c’è da fare oggi in parrocchia, come si può pensare ad una cosa del genere? È proprio qui lo snodo: è  il “tutto quel che c’è da fare” che va ripensato in modo intelligente, evitando così nel parroco esaurimenti personali, sguardi incattiviti verso tutto e tutti e ogni sorta di pessimismo e di sconforto.

    La gente è molto più lungimirante del clero stesso, sapendo intravedere vie e forme che, a volte, non sono conosciute perché non è stata data loro la possibilità di esprimerle o di porle in atto. C’è bisogno di maggiore fiducia del clero nei confronti della gente, come ci deve essere più fiducia del vescovo verso i suoi preti; occorre più sinergia tra gli operatori pastorali di una stessa parrocchia, evitando di sprecare energie nel giocare quali battitori liberi e non gregari gli uni insieme agli altri.

     

    Seminari e centri diocesani vocazioni: natura e identità

    Un ultimo elemento è il ruolo e la finalità dei CDV. Un nutrito gruppo di direttori ha raccontato come il loro essere direttori della pastorale vocazionale coincida con l’essere rettori dei seminari diocesani. Diversi di loro, nel discernimento con il vescovo, stanno valutando la necessità di ripensare tale modalità per evitare di istituzionalizzare un servizio diocesano chiamato ad accompagnare le diverse forme di consacrazione rispetto ad una realtà come quella del seminario. Oggi il mondo giovanile ha fiuto per capire l’intenzione di una chiesa nei loro confronti e il servizio che si cerca loro di offrire; è bene che ciò venga fatto a più occhi e attraverso una diversità di esperienze pastorali. Non si deve aver fretta di imporre le mani, ma nel contempo non si deve indugiare sulle occasioni di grazia che la provvidenza suggerisce, senza aver timore di esplicitare al giovane la domanda vocazionale.

    Il lavoro e la proposta vocazionale devono incoraggiare le diocesi ad osare percorsi di vita comune, con ottica vocazionale, come servizio alla vita del giovane; si tratta di sostenere parroci e vicari parrocchiali nel testimoniare in modo sereno e autentico la propria vocazione, facendosi loro stessi accompagnatori vocazionali di quei giovani che si rendono disponibili ad un percorso vocazionale (delegare tutto questo processo solo al CDV vuol dire che in casa propria ci si è arresi; e la propria vocazione di prete, specie se giovane, non comunica più nulla).   

    L’esperienza dice che ai giovani più si chiede e più essi danno. Pertanto, non bisogna temere di mettere loro in mano la Scrittura e di intraprendere cammini “forti” di discernimento vocazionale e contemporaneamente far vivere loro la parrocchia come luogo di discernimento. Occorre iniziare a creare dei ponti reali tra la famiglia  e la parrocchia, accorciando sempre di più quel divario tra la vita personale e quella pubblica del giovane. Non si ci si deve lasciar prendere da alcuno scoraggiamento,  nell’edificare la chiesa, in quanto le vocazioni sono come alcuni frutti interrati: esistono già e vanno portati alla luce. Ai numerosi animatori ed educatori che da tempo (forse troppo) si muovono in parrocchia come tuttofare è giunto il momento di chiedere molto di più. Anche perché, non dimentichiamo, Dio chiede tutto.

     

    don Giacomo Ruggeri

    direttore CDV  di Fano

     
    L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi,

    ma nell'avere nuovi occhi.



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    Altre Info sulle Guerre

    17 marzo 2007
     
    I media italiani e il nuovo governo di unità nazionale palestinese.

    Ecco come i quotidiani italiani riportano la notizia del voto di fiducia al nuovo governo di unità nazionale palestinese: Clicca

     

    Pubblico una parte del programma del nuovo governo palestinese di unità nazionale articolato in 8 punti. La parte evidenziata in rosso è quella che ha fatto scatenare le reazioni israeliane e gli articoli allarmanti dei quotidiani italiani ad esse allineate - che ho riportato sopra. Clicca

     

    E mentre Israele accusa... il popolo palestinese di terrorismo:
    Le forze di occupazione israeliane hanno assaltato nuovamente la città di Nablus con numerosi mezzi militari sparando alla cieca. Hanno invaso il campo profughi di  'Ain Beit Al-Ma'a, a ovest della città, e hatto irruzione nelle abitazioni alla ricerca di combattenti della resistenza. Clicca
     


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    Fanta-archeologia, pubblicità e incassi

     




    GERUSALEMME, martedì, 27 febbraio 2007 (ZENIT.org).- L’annunciata scoperta della tomba di Gesù è un fenomeno “tra fanta-archeologia, pubblicità e incassi”, spiega lo Studium Franciscanum Biblicum di Gerusalemme.

    La Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologiche ha fornito questo commento dopo che James Cameron, regista del film “Titanic”, ha presentato il documentario “The Lost Tomb of Jesus”, realizzato in collaborazione con Simcha Jacobovici.

    Il centro di ricerca, dopo aver riportato in un comunicato il parere di tutti gli archeologi israeliani che si sono pronunciati contro il presunto ritrovamento, conclude: “Attendiamo con ansia di sapere a quando la vendita delle preziosissime reliquie e presso quale casa d’asta newyorkese si terrà”.


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    40 Giorni

    40 giorni.
    Ogni giorno hai fame di qualcosa. E a tutti i costi tenti di saziarti. Di
    sicuro non sempre sei soddisfatto... qualche volta mangi la prima cosa che
    ti capita, qualche volta ti arrangi con quello che ti offrono, altre volte
    pur cercando non trovi ciò che ti piacerebbe... Fame...
    Da quale fame sei preso in questo periodo? Di quali cibi spesso fai
    indigestione?
    In questa settimana potremmo cercare di individuare quali morsi della fame
    ci fanno più penare. E quale digiuno si richiede al nostro vivere.
    Per imparare a nutrirci della volontà del Padre, proviamo a seguire un menu
    particolare per ogni settimana della nostra Quaresima.
    un caro saluto e buon cammino sr teresa della + o.carm.


    MENU della I settimana di Quaresima

    Colazione ogni mattina leggi una pagina del vangelo di Luca

    Pranzo

    Primo piatto: non dire di no a chi ti chiede qualcosa che ti costa
    Pietanza: fai un gesto di cortesia a chi reputi estraneo
    Contorno: dedica dieci minuti alla lettura di un testo spirituale

    Metà mattina-pomeriggio: poni maggiore attenzione alle persone
    che ami

    Cena: partecipa all'Eucaristia



    Vieni a conoscere Doretta, la ricercatrice (quasi) perfetta

    Sulla storia di Valentina costretta ad abortire

    From: "Maternita Difficile" <maternita.difficile@apg23.org>
    To: ". Vitanascente" <vitanascente@apg23.org>
    Subject: Don Oreste su Valentina costretta ad abortire
    Date: Sun, 18 Feb 2007 21:49:49 +0100

    UFFICO STAMPA.

    ASSOCIAZIONE “COMUNITA’ PAPA GIOVANNI XXIII”

    Sulla storia di Valentina costretta ad abortire così come riportato dai giornali don Oreste Benzi ha rilasciato dalla Tanzania, in cui si trova, la seguente dichiarazione: In ogni occasione in questi giorni si sta invocando di non usare la violenza. Ma quale violenza è più grave di quella di un genitore che fa abortire la figlia? Non esiste violenza più grave che massacrare una creatura indifesa che chiede solo di poter vivere e nascere. Di fronte a questi delitti lo Stato tace e pensa solo ad inventare nuovi diritti che diritti non sono e a chi li ha per natura li toglie. Questo è uno dei segni più terribili della decadenza della nostra società. Come ha potuto un giudice non accorgersi del dramma di una creatura obbligata ad abortire il figlio contro la sua volontà, di una dramma così intenso che appena eseguita la violenza su di lei e il suoi bambino ha minacciato di togliersi la vita? Se si fosse messo in ascolto della ragazza forse avrebbe potuto cogliere il suo desiderio di maternità e tutelare lei e il bambino dalle pressioni della madre. Gli stessi assistenti sociali e i medici, che hanno per legge il dovere di tutelare la maternità e la vita fin dal suo inizio art 1 L 194/78), perché non hanno protetto queste creature? L’ideologia della libertà della donna fa si che la mamma incinta venga sempre più spesso lasciata sola e che operatori sociali, medici e giudici, con grande ipocrisia, accolgano, con apparente calore e tenerezza, queste donne, lavandosi poi le mani dei loro problemi e del loro bambino, offrendo su un piatto d’argento la soluzione più veloce. Solo pochi giorni fa abbiamo incontrato una donna che, dopo aver scelto di salvare la propria creatura quando era già in ospedale, è stata poi chiamata a casa dal medico e convinta a tornare per l’aborto. Come diceva Martin Luter King: Non temo la cattiveria dei malvagi ma il silenzio degli onesti. Ora si vuole allontanare Valentina dai suoi affetti e metterla in una struttura di accoglienza. Noi della Comunità Papa Giovanni XXIII ci rendiamo fin da ora disponibili ad accogliere Valentina in una delle nostre famiglie, dove possa riassaporare il valore della vita con un papà e una mamma e dei nuovi fratelli che le vorranno bene per il tempo necessario.

    Presidente Dell’Associazione Papa Giovanni XXIII Don Oreste Benzi



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    L'affetto entra nel codice. Per la prima volta

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    Stranezze da ddl
    L'affetto entra nel codice. Per la prima volta

     



    del prof. Giuseppe Dalla Torre
    Presidente UGCI

    La strategia che è sotto certe polemiche sembra voler distorcere il
    dibattito sui Dico nella trita contrapposizione tra cattolici e
    laici, antico vizio italico, sviandolo dall'oggetto principale.

    Occorre invece non cadere nella trappola, ribadire che non si tratta
    di una "questione cattolica" e riportare il tema sui corretti binari
    di una valutazione razionale.

    E' proprio alla luce della ragione che deve essere valutato, nelle
    sue finalità, nell'insieme e nei dettagli il discusso Disegno di legge.
    Per esempio partendo dallo stesso incipit del testo, vale a dire da
    quel comma 1 dell'articolo 1 dove si individuano i destinatari del
    provvedimento in due persone maggiorenni e capaci, anche dello
    stesso sesso, "unite da reciproci vincoli affettivi".

    Il riferimento ai "vincoli affettivi", infatti, se letto con gli
    occhi del giurista risulta assai poco chiaro, anzi del tutto
    ambiguo. Innanzitutto perché gli affetti, che attengono alla sfera
    dei sentimenti, sfuggono al diritto: non possono essere rilevati,
    quantificati, soppesati, quindi regolamentati.

    Non è un caso che l'intera disciplina civilistica del matrimonio -
    ed è tutto dire - ignori totalmente l'elemento affettivo,
    limitandosi a precisare che dal matrimonio derivano obblighi (e
    reciprocamente diritti) concreti e verificabili, quali la fedeltà,
    l'assistenza materiale e morale, la collaborazione nell'interesse
    della famiglia, la coabitazione (art. 143).
    Ed anche per ciò che attiene ai figli, il diritto non dice che i
    genitori hanno il dovere di amare i figli, limitandosi molto più
    concretamente a precisare che il matrimonio impone ai coniugi
    l'obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli (art. 147):
    obbligo il cui soddisfacimento è possibile controllare,
    ad esempio dal giudice.

    Insomma: il Disegno di legge introduce nell'ordinamento un elemento,
    l'affetto, che natura sua esula dalla dimensione giuridica; un
    elemento che il diritto non ha mai disciplinato
    perché non è in grado di disciplinare.

    Più gravi le conseguenze se per "vincoli affettivi"
    si volessero intendere rapporti sessuali.
    A parte l'irragionevolezza di non dire pane al pane e vino al vino,
    o di voler dare rilievo pubblico ad una dimensione per sua natura
    intima e privata, rimane il fatto che se così dovesse intendersi la
    norma indicata, la conseguenza sarebbe quella di introdurre la
    legittimazione dell'incesto nel nostro ordinamento.
    Già: perché il testo del Disegno di legge esclude dal ricorso ai
    Dico i soli consanguinei in linea retta,
    permettendolo quindi tra fratelli e sorelle, o tra zii e nipoti.
    D'altra parte troppi e troppo forti indizi fanno dedurre che
    l'espressione "vincoli affettivi"
    voglia alludere nient'altro che ai rapporti sessuali.

    Che senso avrebbe altrimenti la preoccupata sollecitudine del
    legislatore di escludere i consanguinei in linea retta entro il
    secondo grado (e, specularmente, gli affini) dai Dico?
    Che senso avrebbe, più ancora, la puntigliosa sottolineatura che i
    Dico riguardano due persone "anche dello stesso sesso"?
    Se così non fosse, nell'un caso e nell'altro si tratterebbe,
    infatti, di precisazioni normative inutiliter datae: date inutilmente.
    Ma anche le disposizioni date inutilmente non sono,
    dal punto di vista giuridico, ragionevoli.
    Per questo, torniamo alla ragione


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    E........BERTONE



    ROMA, 15 febbraio 2007 – “Stiamo pensando a un rilancio della comunicazione della Chiesa”, rispose sicuro il cardinale Tarcisio Bertone al giornalista che l’interpellava via radio.

    Era stato lui, il cardinale, a telefonare in diretta all'ascoltatissima trasmissione “Prima Pagina”, la mattina di martedì 6 febbraio. E parlò di tutto, di quando giocava a calcio, del sogno di una squadra del Vaticano alle Olimpiadi di Pechino, di Franz Beckenbauer riavvicinatosi alla Chiesa grazie al papa tedesco.

    Da quando è segretario di stato, l’estroverso e loquace cardinale Bertone si impegna parecchio sulla frontiera dei media. Ma con risultati deludenti, finora.

    Due giorni dopo quella diretta radiofonica, ad esempio, Bertone si è molto arrabbiato per come il quotidiano “La Stampa” ha raccontato la guerra di successione alla presidenza della conferenza episcopale italiana, al posto del cardinale Camillo Ruini. Ha reagito con una doppia smentita su due particolari del racconto.

    Ma il solo effetto è stato di rafforzare l’idea che guerra c’è. E che in mezzo c’è lui, il cardinale segretario di stato.

    * * *
    Eppure, tra dicembre e gennaio, Bertone era già uscito male da un’altra guerra di successione ecclesiastica, questa volta in Polonia, per la cattedra di arcivescovo di Varsavia.

    Sul candidato vincente, Stanislaw Wielgus, pesava l’ombra di aver collaborato con i servizi segreti del regime comunista. Ma né il nunzio vaticano in Polonia, Józef Kowalczyk, nè il suo diretto superiore a Roma, Bertone, s’erano spesi a indagare seriamente sul suo passato e a mettere sull’avviso il papa. A loro bastò che Wielgus avesse giurato in segreto davanti al nunzio, il 2 dicembre, di non aver mai fatto nulla contro la Chiesa pur avendo agito per anni con il ruolo di spia.

    Quattro giorni dopo Benedetto XVI ufficializzò la nomina. Il 21 dicembre la riconfermò solennemente. Salvo poi vedere i documenti nel frattempo venuti alla luce e capire che Wielgus aveva mentito persino a lui, al papa.

    A Benedetto XVI, lasciato solo da una curia negligente, non rimase che troncare in extremis, con la spada delle dimissioni imposte a Wielgus il 6 gennaio, una nomina nata male e finita malissimo.

    * * *
    In Italia, la guerra della successione a Ruini ha tutt’altra storia, non ancora conclusa. Ma anche qui la segreteria di stato ne è stata e ne è l’epicentro, non importa chi ne sia il titolare.

    Un anno fa, quando in carica era il cardinale Angelo Sodano e veniva a scadere il terzo quinquennio di Ruini presidente della CEI, l’allora nunzio vaticano in Italia, Paolo Romeo, d’intesa con Sodano, spedì una lettera ai 226 vescovi italiani per chiedere loro, sotto segreto pontificio, di indicare chi volessero come successore.

    Il guaio era che Benedetto XVI, al quale spetta in quanto papa e primate d’Italia la nomina del presidente della CEI, non intendeva affatto procedere subito all’avvicendamento.

    E così, quando il 14 febbraio dell’anno scorso la lettera di Romeo apparve sulla stampa, il papa, molto contrariato, dispose il giorno stesso la riconferma in carica di Ruini “donec aliter provideatur”, fino a quando non si fosse provveduto altrimenti. E affrettò i tempi del congedo di Sodano.

    * * *
    Bertone, già braccio destro di Joseph Ratzinger alla congregazione per la dottrina della fede, entrò in carica come nuovo segretario di stato il 15 settembre. E un mese dopo Benedetto XVI, parlando agli stati generali della Chiesa italiana riuniti a Verona, avrebbe fatto capire che tra lui e il cardinale Ruini c’era sintonia piena: una sintonia che sarebbe dovuta proseguire anche con il successore.

    All’inizio dell’autunno, dunque, tutto pareva pronto per un avvicendamento pacifico, sollecitato dallo stesso Ruini.

    Nuovo presidente della CEI sarebbe stato il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, amico di Ratzinger fin dai primi anni Settanta, quando assieme furono tra i fondatori della rivista internazionale di teologia “Communio”.

    Scola non ha la chiarezza cristallina di un Ratzinger né l’argomentare inesorabile di un Ruini, ma questo limite è per lui anche un vantaggio. La fumosa formula “meticciato di civiltà” che egli ama contrapporre al deprecato “clash of civilizations” gli ha guadagnato consensi in campo progressista. Così come la rivista plurilingue “Oasis” da lui creata a Venezia, che è andato a presentare lo scorso gennaio anche a Washington e New York, gli dà fama di “liberal” multiculturalista, a dispetto della sua provenienza da Comunione e Liberazione.

    Al fianco di Scola neopresidente sarebbe rimasto come segretario della CEI il vescovo Giuseppe Betori, ruiniano di ferro, confermato dal papa la scorsa primavera per un altro quinquennio.

    E in più avrebbe proseguito la sua ascesa il vero astro emergente dell’episcopato italiano, Cataldo Naro, vescovo-teologo di Monreale, in procinto d’essere promosso a Palermo e nel giro di pochi anni, da cardinale, prevedibile numero uno della CEI.

    Senonché a fine settembre, negli stessi giorni, Naro morì per cedimento dell’aorta e Betori dovette essere operato per un aneurisma cerebrale. L’avvicendamento al vertice della CEI fu rinviato e, anzi, tutto tornò in discussione.

    * * *
    È qui che Bertone entra in campo. Egli per la conferenza episcopale italiana vorrebbe un ruolo e un assetto diversi, con la presidenza affidata non a un cardinale ma a un vescovo di medio livello, come già avviene in altre nazioni.

    Prima conseguenza: la linea non sarebbe più dettata principalmente da un leader con autorità e capacità d’azione piene e indiscusse, ma sarebbe elaborata con procedura più “collegiale”.

    Altra conseguenza: spetterebbe al papa e alla segreteria di stato fissare i principi dotrinali e definirne l’impatto politico, mentre alla CEI toccherebbe un ruolo meno definitorio, meno interventista e più “pastorale”.

    Sui principi “innegoziabili” della vita e della famiglia Bertone non è un agnellino, è persino più intransigente di un Ruini. Ma da quando, attorno a Natale, questo suo proposito di rivoluzionare la CEI cominciò a trapelare, il nutrito esercito degli avversari del cardinale Ruini, sia dentro la Chiesa che nei palazzi politici, assegnò il segretario di stato al proprio schieramento.

    Bertone aveva in mente tutt’altro. Intanto, però, passo dopo passo, costruiva una propria squadra di fedelissimi, tutti provenienti come lui dal Canavese e dalla diocesi di Ivrea.

    Come nuovo nunzio in Italia, al posto di Romeo promosso a Palermo, insediò Giuseppe Bertello. E per la segreteria della CEI, al posto del convalescente Betori (in realtà ripresosi benissimo), caldeggiò la nomina dell’attuale vescovo di Ivrea, Arrigo Miglio.

    Per la presidenza, a far da contrappeso geografico, propose invece un uomo del Sud, il cappuccino Benigno Papa, arcivescovo di Taranto e vicepresidente della CEI per il meridione.

    A metà gennaio Bertone era sicuro d’aver convinto il papa della bontà delle nomine da lui proposte. E in effetti non gli era stato difficile far breccia. Da cardinale, Ratzinger si era espresso più volte in termini critici nei confronti delle conferenze episcopali.

    Vedeva in esse delle “strutture burocratiche” che soffocano l’autorità propria di ogni vescovo, che producono una mole di documenti “smorti e appiattiti” perché frutto di interminabili mediazioni al ribasso. Sostenendo questo, Ratzinger aveva in mente soprattutto due potenti conferenze episcopali, quella della Germania e quella degli Stati Uniti, entrambe controllate da vescovi e cardinali progressisti. Mentre al contrario, in Italia, egli ha sempre guardato con favore l’affermarsi della leadership di Ruini, tanto più, dopo la sua nomina a papa, per l’audace battaglia condotta in difesa della vita nascente e poi, in queste ultime settimane, in difesa della famiglia fondata sul matrimonio. Ma, suggerendo la sua ricetta per il dopo Ruini, Bertone aveva avuto cura di tranquillizzare Benedetto XVI: la CEI non ne sarebbe uscita indebolita, ma più forte, con tutti i vescovi più responsabilizzati.

    * * *
    Così il 2 febbraio, quando il cardinale Ruini si recò in udienza dal papa alla vigilia di volare in Turchia a dir messa nella chiesa di Trebisonda dove un anno prima era stato martirizzato don Andrea Santoro, scoprì che quanto si sussurrava era vero ed era vicinissimo ad essere attuato.

    In breve: Benigno Papa presidente, Miglio segretario, Betori rimosso, Scola fuori gioco.

    Contro quest’ultimo era arrivata a Benedetto XVI anche una lettera del cardinale Severino Poletto, arcivescovo di Torino e pupillo del cardinale Sodano. La nomina di Scola a presidente, avvertiva Poletto a nome di altri vescovi del Piemonte, avrebbe diviso invece che unito la CEI.

    Naturalmente Benedetto XVI prese nota delle controargomentazioni di Ruini, contro quella che sarebbe apparsa di fatto una sconfessione pubblica della sua presidenza e una decapitazione della CEI in un momento cruciale, e tornò a incontrarlo dopo il suo ritorno dalla Turchia.

    Ma nei giorni successivi la stampa nazionale diede per fatta l’operazione Bertone. Anzi, nel tripudio degli antiruiniani, prese a circolare l’idea di un’intesa politica tra il segretario di stato e il capo del governo di sinistra, il cattolico Romano Prodi: con l’offerta di una presidenza della CEI meno interventista, in cambio di un addomesticamento della legge sulle unioni di fatto proposta dallo stesso governo.

    Basta però seguire, giorno dopo giorno, il crescendo martellante delle prese di posizione di Benedetto XVI e di Ruini a difesa dell’”unicità irripetibile” della famiglia per capire come la storia andrà a finire.

    Per la presidenza della CEI è di nuovo in corsa Scola, o comunque il titolare di una diocesi cardinalizia. Come segretario resterà Betori.

    Quanto a Bertone e agli altri prelati di curia, predicherà loro gli esercizi spirituali, per tutta la prima settimana di Quaresima, il superbattagliero cardinale Giacomo Biffi. Chiamato da Benedetto XVI.


    Vieni a conoscere Doretta, la ricercatrice (quasi) perfetta

    DICO..............o non DICO questo è il dilemma

    Leopoldo Elia: la Chiesa sbaglia, mai così intransigenti con un governo

    Il costituzionalista cattolico: tentano di imporre un' egemonia culturale. Ruini segua Moro: battersi nella società, non alle Camere

    «Forse sarò troppo drastico. Ma preferisco parlar chiaro oggi, piuttosto che pentirmi domani per aver taciuto». Leopoldo Elia, principe dei costituzionalisti cattolici, parla con voce sommessa e sorriso mite, ma dice cose insolitamente dure. «È dal Risorgimento che la Chiesa non teneva un atteggiamento tanto intransigente nei confronti di un governo italiano. Persino sull' aborto, un tema ben più delicato e drammatico delle coppie di fatto, si trovò una linea di compromesso, individuando una fase preliminare di riflessione per la donna. Oggi la Chiesa italiana, avvezza ai privilegi concordatari, è abituata a esercitare non l' auctoritas di cui parla il professor Mirabelli sull' Osservatore Romano, ma una potestas indiretta del tutto anacronistica. Non voglio fare processi alle intenzioni, ma qui sembra di assistere a un tentativo di imporre un' egemonia culturale, a un progetto più ambizioso del gentilonismo. Nel 1913 i cattolici si alleavano con i liberali in chiave difensiva, per evitare il divorzio e la morte della scuola privata. Ora pare che la Chiesa voglia fare del nostro Paese l' eccezione d' Europa: l' Italia cattolica dove non valgono le leggi in vigore in tutti gli altri Paesi cattolici». Deve costare sofferenza al professore dire che il conflitto è davvero grave, al punto da vanificare qualsiasi paragone con il passato recente. «Divorzio e aborto toccavano davvero a fondo il matrimonio e il diritto alla vita. Oggi ascolto controversie che si immiseriscono nella dichiarazione anagrafica; quasi si dovessero scrivere le leggi sotto dettatura. E poi non è vero che il referendum sul divorzio fu imposto alla Dc dal Papa. Al più gli si può rimproverare di non aver esercitato una "moral suasion" più efficace sui promotori del referendum. Fanfani lo appoggiò perché credeva di stravincere: non aveva capito l' evoluzione della società intuita invece da Dossetti, che già nel 1957 aveva teorizzato come nel Paese non esistesse più una maggioranza cattolica. E, dopo la sconfitta, Moro invitò a difendere "principi e valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale". Ruini e il suo successore farebbero bene a seguire l' idea di Moro: la Chiesa si batta nella società, non in Parlamento o nelle urne. Concorra alla sintesi di cui ha parlato Napolitano, collabori con lo Stato per restituire ai giovani la preferenza per il matrimonio. Una cosa è certa: molti cattolici italiani chiedono alla loro Chiesa generosità e lungimiranza. Ad esempio sarebbe meglio rinunciare a istituzioni anacronistiche, che sono sparite ovunque tranne che in Italia, come gli effetti civili della giurisdizione ecclesiastica, amministrata dalla Sacra Rota come dai tribunali regionali ecclesiastici: relitti del passato, che non esistono più nemmeno nei concordati con la Lituania e la Lettonia». Torna a risuonare il «non possumus» di Pio IX, ed Elia ne denuncia l' anacronismo: «Quello era uno scontro epocale. Finiva dopo secoli il potere temporale dei Papi. Le conseguenze durarono per decenni. La questione di oggi ha dimensioni non paragonabili a quella. Ma il grado di drammaticità di uno scontro dipende non solo dalla gravità del problema, ma anche dalla tensione impressa dalle parti. Per fortuna Prodi si è comportato in modo fermo e sereno. Il documento dei 60 parlamentari della Margherita si inscrive nella tradizione migliore dei cattolici democratici. E Rosy Bindi ha fatto in Parlamento un discorso molto aperto. So che sta soffrendo: non meritava di essere trattata così. Lei ha offerto il dialogo; le hanno chiuso la porta in faccia». Elia evoca «la presa di posizione nella Costituente di De Gasperi, Dossetti e Moro a favore della revisione del Concordato». Il rifiuto di De Gasperi all' alleanza con monarchici e fascisti alle amministrative di Roma. E il pronunciamento dell' Osservatore romano contro i cattolici comunisti, «da non confondere con la successiva scomunica del ' 49. Quel piccolo gruppo ne uscì sfaldato: Rodano e Ossicini rimasero nel Pci, Felice Balbo e Scassellati ne uscirono». Ma quella, sostiene il professore, non fu un' operazione reazionaria: «Il "partito romano" di monsignor Ronca si augurava che sorgesse un movimento cattolico di sinistra, per giustificare la nascita di un partito cattolico di destra, da affidare a Gedda». Invece la Dc salvò l' unità politica dei cattolici; e non fu mai necessario un «documento impegnativo» per i fedeli come quello annunciato da Ruini. «Non era mai accaduto - dice Elia -. I parlamentari cattolici devono farsi carico dell' intero Paese, dell' evoluzione sociale della nazione intera. Non possono, per obbedienza alla dottrina cattolica del diritto naturale, rifiutare di offrire ai cittadini italiani di ogni fede e credenza quel che si offre in gran parte d' Europa. Perché la Chiesa spagnola ha reagito con misura alla proposta sulle unioni di fatto contenuta nel programma del popolare Aznar, mentre quella italiana spinge alle barricate in Parlamento? Perché una reazione così diversa da quella del tutto corretta delle conferenze episcopali francese e tedesca? Pare quasi si manifesti la volontà di mantenere un' eccezione italiana. Forse perché Roma è la sede di Pietro, perché abbiamo avuto lo Stato pontificio, la Controriforma, una lunga tradizione di legami tra trono e altare; fatto sta che la Chiesa italiana non accetta di europeizzarsi». La degenerazione dei costumi, dice Elia, «non si combatte squalificando tutto come relativismo etico. Qui i principi supremi non c' entrano: nei Dico non vedo nessuna collisione con l' articolo 29. Siamo oltre o prima della famiglia prevista dalla Costituzione, che è davvero di "una unicità irripetibile", secondo la formula di Benedetto XVI. Semmai, il comportamento della Chiesa rischia di andare oltre il Concordato e lo stesso articolo 7 della Carta, là dove prevede che Stato e Chiesa sono sovrani e indipendenti ognuno nel proprio ordine: l' ordine temporale separato da quello spirituale». Non solo il Papa e i vescovi hanno ovviamente il diritto di parlare; «hanno il diritto di esigere dai fedeli una condotta conforme ai loro insegnamenti. Ma non hanno il diritto di ricorrere a leggi - o di imporre di non fare una legge - per vincolare i non credenti. Per loro sarebbe un' inaccettabile discriminazione. E poi la Chiesa italiana deve sfuggire alla tentazione di approfittare della debolezza degli uomini politici e della loro mancanza di senso dello Stato, allorché corrono a genuflettersi per ottenere il consenso della minoranza cattolica». Con Wojtyla sarebbe cambiato qualcosa? «Giovanni Paolo II ha avuto per un periodo abbastanza lungo contatti con la destra italiana. Forse il suo grande prestigio e la sua grande ascendenza ci avrebbero risparmiato un contrasto così aspro. Ma è probabile che alla fine si sarebbe comunque arrivati alla collisione». 

    di Cazzullo Aldo
    Corriere della Sera 13 febbraio 2007


    2)

    L'ex capo dello Stato: se la Chiesa proclamasse un obbligo di scelta distruggerebbe il cattolicesimo parlamentare

    L'altolà di Scalfaro a Ruini.
    "Sulla legge nessuna imposizione"

    Un altolà senza sfumature al cardinale Ruini, se davvero vuole imbrigliare nei precetti della Chiesa la libertà di decisione politica sui DICO, un tempo noti come Pacs. Oscar Luigi Scalfaro, presidente emerito della Repubblica e padre nobile del centrosinistra, non è contrario alla mediazione Bindi-Pollastrini, e teme la "distruzione" del cattolicesimo parlamentare se la Cei dovesse lanciare diktat a chi riconosce il suo magistero. In sessant'anni - dice - questo non è mai accaduto. Prima di correre certe avventure Ruini dovrebbe avviare "un ampio esame" dentro l'assemblea dei vescovi.
    Presidente Scalfaro, il Parlamento aspetta di sapere quale forma assumerà il "non possumus" di Ruini sulle unioni di fatto. Che cosa succederebbe se la Cei o il Papa avanzassero richieste "vincolanti" per i politici cattolici?
    "La Chiesa, pure nella fermezza dei suoi principi, non ha mai compiuto in sessant'anni interventi che ponessero a un bivio obbligato i parlamentari cattolici. Io confido che interventi del genere non ci saranno. Se dovessero invece avvenire, distruggerebbero la possibilità stessa di una presenza dei cattolici in Parlamento in condizioni di dignità e libertà, quella libertà che consente l'assunzione individuale delle responsabilità. Ma a chi serve, oggi e domani, un gruppo di parlamentari che si limitano a eseguire gli ordini? Certo non alla Chiesa. Sarebbero una inutile pattuglia, e l'effetto sarebbe una crescita di laicismo esasperato".
    Il centrosinistra non drammatizza troppo l'iperattivismo vaticano? E' vero che è stato l'Avvenire a citare Pio IX, ma dall'altra parte si invoca il Risorgimento, si tracciano scenari foschi, si ipotizza, come anche lei fa, il naufragio del cattolicesimo politico. Eppure gli scontri tra l'etica cattolica e quella laica, condivisi e alimentati dalla Chiesa, in Parlamento e fuori non sono mancati. Gli anni Settanta, il divorzio, l'aborto, i referendum. Grandi asprezze, ma alla fine siamo tutti qui, comprese le leggi soggette ad anatema.
    "Vede, io sono nella vita politica da 61 anni, dalla Costituente. È vero, abbiamo attraversato come parlamentari cattolici momenti faticosi, difficili, prese di posizione delicate. Ma già dall'Assemblea costituente fu preminente in tutti la ricerca di un denominatore comune sui temi dei diritti e della dignità delle persone. Ne nacque un documento d'eccezione, la Carta, del quale dobbiamo ringraziare i grandi nomi che resero un tale servizio al popolo italiano: penso, nel mondo cattolico, a De Gasperi, a La Pira, a Dossetti, più tardi a Aldo Moro e a tantissimi altri rappresentanti del popolo. Il grande tema per noi cattolici era fare sintesi fra diritti e doveri del cittadino e diritti e doveri del cristiano, portare nella politica il pensiero filosofico che anima i principi cristiani sempre con grande rispetto per le impostazioni altrui. L'articolo 67 della Costituzione stabilisce che ogni membro del parlamento rappresenta la nazione e esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Al tempo del divorzio e dell'aborto, che lei cita, in entrambi i casi il partito mi diede incarico di parlare ufficialmente a nome del gruppo democristiano. Non dimentico, e ne ringrazio la Provvidenza, che nell'uno e nell'altro caso ebbi ascolto ampio, proprio dagli avversari politici: non condivido le tue tesi - mi fu detto - ma apprezzo lo sforzo di dialogare. Dopo la sconfitta sul divorzio qualcuno in assoluta buona fede sostenne che non potevamo collaborare a formulare gli articoli della legge perché così facendo avremmo aiutato un istituto che contestavamo. Ma giustamente vinse la tesi che quando cade l'affermazione di un principio rimane sempre il dovere di lottare per il male minore".
    Insomma, lei sostiene che la capacità di ascolto reciproca non è venuta mai meno, nemmeno quando lo scontro era al massimo della tensione.
    "Non solo. C'è anche un altro insegnamento. La chiarezza delle posizioni della Chiesa, e il risultato del referendum che diede ragione alle tesi contrarie a quelle sostenute da noi cattolici, non impedirono che tanti cattolici si servissero poi dell'istituto del divorzio. Ne è prova che da anni all'interno della gerarchia ecclesiastica si discute sull'ammissibilità dei divorziati ai sacramenti".
    L'invito al pragmatismo, per tornare a Ruini, onestamente oggi non sembra avere grandi chance. La grandinata vaticana - da Avvenire a Sir, dall'Osservatore allo stesso Ratzinger - non lascia grandi margini alla mediazione.
    "La profonda devozione e ubbidienza alla chiesa madre e maestra - e mi piace ricordare che fu la saggezza di Giovanni XXIII, oggi beato, a dare nella sua enciclica questa preminenza alla maternità della Chiesa - mi fa confidare che il richiamo che è stato annunziato, e che manifesta un diritto e anche un dovere della Chiesa di dire il suo pensiero, non abbia la forma di una imposizione".
    Il fronte dei sessanta parlamentari della Margherita che difendono i Dico non ha un gran futuro, se l'intervento di Ruini dovesse trasformarsi in un vero e proprio precetto. Non crede?
    "Un atteggiamento rigido della Chiesa sfascerebbe tutto. Ne sono convinto".
    Lei, pur da senatore a vita, è un uomo del centrosinistra: quale potrebbe essere una contromisura per far prevalere la moderazione?
    "Posizioni da parte della Chiesa che portassero a conseguenze tanto pesanti, così come non si sono verificate neanche quando furono compromessi l'indissolubilità del matrimonio e il diritto alla vita, richiederebbero a mio avviso un ampio esame nell'Assemblea dei vescovi italiani, la Cei".
    Nel merito della legge, come giudica la soluzione Dico "inventata" da Bindi e Pollastrini?
    "Mi piace ricordare che quando il presidente del consiglio Romano Prodi annunziò nella formulazione del programma il desiderio di riconoscere dei diritti e dei doveri a ciascun cittadino, affermò espressamente che con quel programma prendeva l'impegno di non toccare o turbare l'istituto del matrimonio così come previsto dalla Costituzione. Mi pare giusto non fare processi alle intenzioni. Le proposte di legge che sono state presentate da posizioni a mio avviso non accettabili sono giunte con non poca fatica (quanto intensa quella del ministro Bindi!), in questo necessario dialogo tra impostazioni diverse, a un testo che come tutti i testi è indubbiamente migliorabile ma che certamente non prevede - per essere chiari - il matrimonio fra gli omosessuali o una formula mascherata ma simile. Si tratta di dare eventuali, maggiori garanzie? Se ne può discutere, rimanendo chiaro un punto: se al dunque si fosse richiesti di un voto esplicito che preveda di fatto il matrimonio per gli omosessuali, allora, senza bisogno di disturbare la dottrina della chiesa cattolica, è chiaro che un voto a favore non si può dare perché in contrasto con una realtà di storia dell'umanità, che prevede per il matrimonio un maschio e una femmina".
    Il matrimonio gay, per la verità, sembra essere un simbolo e uno spauracchio, anche se di prima fila. Quel che la Chiesa sembra temere nella sostanza è che il riconoscimento delle unioni civili, innanzitutto eterosessuali, sgretoli la famiglia "naturale" su cui si fonda la sua dottrina.
    "È vero, c'è chi obietta che aprendo una seconda strada si dà ai cittadini con troppa facilità la possibilità di un'altra scelta. La preoccupazione della Chiesa è più che condivisibile. Ma il problema vero è rafforzare nei cattolici la fede, in modo che sappiano scegliere secondo i principi nei quali credono. Più che allo Stato, al quale si chiede di impedire una duplice strada che consentirebbe gli abusi, il tema è affidato alla evangelizzazione e alla formazione dei fedeli. Lo Stato deve pensare a tutti e, pur non tramutando speranze, desideri e sogni in diritti deve, se esistano basi certe per individuare quei diritti, riconoscerli dove e quando ci sono".

    di VITTORIO RAGONE
    (La Repubblica 15 febbraio 2007)


    3)

    Battaglia su laicità e libertà
    Cattolici di sinistra ai vescovi: non battetevi per le idee della Chiesa. Ma c’è un controappello

    APPELLO AI VESCOVI ITALIANI
    La Chiesa italiana, malgrado sia ricca di tante energie e fermenti, sta subendo un’immeritata involuzione. L’annunciato intervento della Presidenza della Conferenza episcopale, che imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare il progetto di legge su “diritti delle convivenze” è di inaudita gravità. Con un atto di questa natura l’Italia ricadrebbe nella deprecata condizione di conflitto tra la condizione di credente e quella di cittadino. Condizione insorta dopo l’unificazione del paese e il “non expedit” della Santa Sede e superata definitivamente solo con gli accordi concordatari.
    Denunciamo con dolore, ma con fermezza, questo rischio e supplichiamo i Pastori di prenderne coscienza e di evitare tanta sciagura, che porterebbe la nostra Chiesa e il nostro Paese fuori dalla storia. Si può pensare che il progetto di legge in discussione non sia ottimale, ma è anche indispensabile distinguere tra ciò che per i credenti è obbligo, non solo di coscienza ma anche canonico, e quanto deve essere regolato dallo Stato laico per tutti i cittadini.
    Invitiamo la Conferenza episcopale a equilibrare le sue prese di posizione e i parlamentari cattolici a restare fedeli al loro obbligo costituzionale di legislatori per tutti.
    Giuseppe Alberigo - Bologna, Alberto Melloni - Bologna, Gian Carlo Jocteau - Torino, Maria Serena Piretti - Bologna, Stefano Sciuto - Torino, Ugo Perone - Vercelli, Corrado Truffelli - Parma, Vittorio Bellavite – Milano [Presidente di NOI SIAMO CHIESA], Maria Serena Piretti - Bologna, Raniero La Valle - Roma, Ettore Masina - Roma, Angelina Nicora - Bologna, Giuseppe Ruggieri - Catania

    CONTROAPPELLO AI VESCOVI ITALIANI
    Noi laici e cattolici italiani chiediamo ai vescovi di mantenere chiara e libera la loro impostazione di dottrina e di cultura morale in tema di legislazione familiare. Riteniamo ingiusta ogni forma di intimidazione intellettuale contro l’autonomia del pensiero religioso. Consideriamo decisivo, per arricchire il pluralismo di valori della società italiana, che la religione occupi uno spazio pubblico nella vita della comunità. Giudichiamo improprio, e sintomo di un uso politico della sfera religiosa, l’appello dei cattolici democratici affinché la Chiesa italiana rinunci a un suo atto di magistero, che la libera coscienza di laici e cattolici, compresi i parlamentari della Repubblica, potrà valutare serenamente e in piena libertà.
    Il nuovo Concordato del 1984 affida alla Chiesa italiana, che non è più espressione di una “religione di stato”, un ruolo indipendente di testimonianza civile, politica e morale che è pienamente compatibile con la funzione laica e sovrana nel suo ordine dello stato. La cultura di questo paese deve liberarsi delle pastoie politiciste di un pensiero illiberale e veteroconcordatario che intende censurare con argomenti obliqui la libertà religiosa e la sua funzione sociale.
    Sergio Ricossa - Torino, Marta Sordi - Milano, Francesco D’Agostino - Roma, Vittorio Mathieu - Torino, Giuliano Ferrara - Roma, Lucetta Scaraffia - Roma, Giovanni Maria Vian - Roma, Ubaldo Casotto - Roma, Antonio Socci - Siena, Nicoletta Tiliacos - Roma, Eugenia Roccella - Roma, Sergio Soave - Milano, Luigi Amicone – Milano

    Il Foglio (15/02/2007)


    4)

    I cattolici di Dio e quelli delle poltrone

    di ANTONIO SOCCI

    Il ministro Rosy Bindi, già vicepresidente dell'Azione Cattolica, oggi chiamata "Rosy nel pugno", per difendere i suoi DICO ha sparato così contro Benedetto XVI e il cardinale Ruini: «Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio». Padre Livio Fanzaga, dai microfoni di Radio Maria, ha risposto: «Noi ameremmo che i politici non si occupassero solo delle proprie poltrone». Ormai siamo alla resa dei conti dentro al mondo cattolico. Da una parte i cattolici del popolo come Savino Pezzotta che conosce le difficoltà delle famiglie a tirare avanti e far crescere i figli (anche per colpa delle politiche del governo). Pezzotta ieri ha sparato a zero - da Avvenire - sui DICO e in difesa della libertà di parola della Chiesa. Dall'altra parte ci sono i cattolici del potere, culturalmente subalterni alla Sinistra, come Oscar Luigi Scalfaro che ieri sulla Repubblica - si è lanciato anche lui all'attacco del Papa e del cardinal Ruini. Il peggior presidente della nostra storia repubblicana vuole insegnare a Benedetto XVI a fare il papa e a Ruini a fare il presidente della Cei. Scalfaro evoca Giovanni XXIII per contrapporlo al pontefice vivente e intima alla Cei di non fare "una imposizione" (si riferisce alla "Nota" sui DICO che è stata annunciata da Ruini), ma di comportarsi come papa Roncalli con l'enciclica "Mater et Magistra".
    I SEDICENTI RONCALLIANI
    Scalfaro - come al solito superficiale neanche l'ha letta quella enciclica giovannea. Altrimenti avrebbe trovato lì esattamente le stesse posizioni della Chiesa di oggi. Anzi, sembra quasi il "manifesto" a cui si attengono Benedetto XVI e Ruini. Con buona pace dei professori Alberigo, Melloni e compagni che si dichiarano "roncalliani" e hanno appena lanciato un appello perché la Chiesa si auto-imbavagli sui DICO. Innanzitutto Giovanni XXIII afferma che «la Chiesa è portatrice e banditrice di una concezione sempre attuale della convivenza» e «il sommo Pontefice ribadisce il diritto e il dovere della Chiesa di portare il suo insostituibile contributo alla felice soluzione degli urgenti, gravissimi problemi sociali che angustiano la famiglia umana». Quindi c'è la denuncia del «processo di disintegrazione della famiglia». Papa Giovanni - con Pio XII - «rivendica alla Chiesa la inoppugnabile competenza di giudicare se le basi di un dato ordinamento sociale siano in accordo con l'ordine immutabile che Dio creatore e redentore ha manifestato per mez zo del diritto naturale e della rivelazione... e coglie l'occasione per dare ulteriori principi direttivi morali» sui "valori fondamentali della vita sociale" fra cui c'è "la famiglia". A proposito della quale, il papa afferma: «Dobbiamo proclamare solennemente che la vita umana va trasmessa attraverso la famiglia, fondata sul matrimonio uno e indissolubile, elevato, per i cristiani, alla dignità di sacramento». Non manca un altro "affondo" di Roncalli che oggi, i sedicenti "roncalliani", definerebbero integralista: «La vita umana è sacra: fin dal suo affiorare impegna direttamente l'azione creatrice di Dio. Violando le sue leggi, si offende la sua divina maestà, si degrada se stessi e l'umanità e si svigorisce altresì la stessa comunità di cui si è membri». E, con toni "ruiniani", aggiunge: «L'ordine morale non si regge che in Dio: scisso da Dio si disintegra. L'uomo infatti non è solo un organismo materiale, ma è anche spirito dotato di pensiero e di libertà. Esige quindi un ordine etico-religioso, il quale incide più di ogni valore materiale sugli indirizzi e le soluzioni da dare ai problemi della vita individuale ed associata».
    PAPA GIOVANNI COME RUINI
    Papa Giovanni spiega pure «l'uomo staccato da Dio diventa disumano con se stesso e con i suoi simili, perché l'ordinato rapporto di convivenza presuppone l'ordinato rapporto della coscienza personale con Dio, fonte di verità, di giustizia e di amore». Sembrano parole di Ratzinger e Ruini, ma è papa Giovanni: «Resta sempre che l'aspetto più sinistramente tipicodell'epoca moderna sta nell'assurdo tentativo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento sul quale soltanto può reggere». Come se non bastasse, sempre nella "Mater et Magistra", Giovanni XXIII ribadisce che «tra comunismo e cristianesimo l'opposizione è radicale, e non è da ammettersi in alcun modo che i cattolici aderiscano al socialismo moderato». Diranno - Scalfaro, la Bindi, Alberigo e compagni - che tuttavia questi pronunciamenti non sono come «l'annunciato intervento della Cei» che - a loro dire «imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare» i Dico. In realtà non c'è proprio nessuna imposizione, ma solo il giudizio della Chiesa che è impegnativo per chi vuole dirsi - davanti agli elettori - cattolico. D'altronde lo stesso Giovanni XXIII - che Scalfaro, Alberigo e compagni additano ad esempio fece un intervento sulla politica ben più pesante di quello annunciato da Ruini. Gli storici hanno rimosso questo fatto. La disinformazione ha fatto il resto, come appariva chiaro ieri sulla Stampa dove Lietta Tornabuoni evocava la «scomunica verso i comunisti» del 1949 e aggiungeva: «Ben presto la scomunica venne dimenticata». Le cose non andarono affatto così perché, dieci anni dopo, proprio papa Giovanni aggravò e di molto quella scomunica.
    Ecco i fatti. Con un "Decretum contra communismum", approvato da Pio XII, il S. Uffizio, nel luglio 1949, dichiarava che non era lecito a un cattolico "iscriversi al partito comunista o sostenerlo". Con un giudizio particolarmente attuale il S. Uffizio affermava: «I capi comunisti, sebbene a volte sostengano a parole di non essere contrari alla Religione, di fatto sia nella dottrina sia nelle azioni si dimostrano ostili a Dio, alla vera Religione e alla Chiesa di Cristo». Dunque ai cattolici che li sostengono fu negato l'accesso ai sacramenti: «I cristiani che professano la dottrina comunista materialista e anticristiana, e soprattutto coloro che la difendono e la propagano, incorrono ipso facto nella scomunica riservata alla Sede Apostolica, in quanto apostati della fede cattolica».
    Dieci anni più tardi - nell'aprile 1959, era papa Giovanni XXIII - lo stesso S.Uffizio aggravò questo pronunciamento: «Non è lecito ai cittadini cattolici dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano». In data 2 aprile Giovanni XXIII approvò tale pronunciamento e ne dispose la pubblicazione. Siccome non risulta che questi pronunciamenti siano stati rinnegati, sarebbe interessante sapere se non rientrino in questa fattispecie anche coloro che hanno votato partiti oggi alleati di partiti comunisti (fra i quali spiccano diversi vescovi). Lo stesso progetto del "Partito democratico" - con cui la sinistra dc si suiciderebbe definitivamente, sciogliendosi nell'ex Pci - uscirebbe a pezzi da un tale giudizio dottrinale.
    L'ARTICOLO 29
    Se si rispettano queste direttive di papa Giovanni i cattolici non possono che contrapporsi ai partiti comunisti e pure ai partiti che vi si alleano. In ogni caso è evidente che l'"anatema" di papa Giovanni fu ben più forte e solenne della "Nota" annunciata da Ruini. Peraltro oggi la Chiesa, nel contestare i DICO, non fa che richiamare l'articolo 29 della Costituzione (che riconosce "i diritti famiglia come società naturale fondata sul matrimonio") e così mette in scacco non solo la Sinistra, ma tutti quei cattolici dossettiani (e pure Scalfaro) che negli anni passati - in polemica col centrodestra hanno sacralizzato la Costituzione, dichiarandola perfetta e immodificabile. Mentre oggi la cestinano.
    www.antoniosocci.it

    LIBERO 16 febbraio 2007



    Sai cosa è successo oggi?

    il rischio di tagliare il ramo su cui siamo seduti


    Società ipocrita se indebolisce la famiglia
    «Attenti, quindi, alla scelta di legalizzare le unioni di  fatto: c'è il rischio di tagliare il ramo su cui siamo seduti»
    di Luciano Monari


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    Il motivo per cui non riusciamo ad accettare i pacs, o similia, come nuova figura giuridica non è etico, ma politico. Non diciamo: le convivenze sono contro la morale cattolica e quindi siamo contrari a riconoscerle giuridicamente. Diciamo invece: le convivenze sono rischiose per il bene
    della società e per questo siamo contrari a una loro legalizzazione. Perché riteniamo che un riconoscimento giuridico delle convivenze sia contrario al bene della società italiana? Perché un tale riconoscimento diminuisce e deforma la posizione della famiglia nel sistema sociale. Il ragionamento procede in questo modo: la famiglia svolge una funzione preziosa e delicata nella costruzione del benessere della società. Qualsiasi scelta che indebolisca questa funzione è pericolosa e va soppesata con attenzione. Ora, la scelta di legalizzare le unioni di fatto colloca la famiglia in una condizione di oggettiva debolezza. Attenti, quindi; c'è il rischio di tagliare il ramo su cui
    siamo seduti.Vediamo se il ragionamento fila. La famiglia risponde, nella nostra società, a una funzione primaria: quella della procreazione, del mantenimento e della fondamentale educazione dei figli. Naturalmente, la famiglia svolge anche altre funzioni a livello affettivo, culturale o economico; ma questa (quella della generazione e dell'educazione dei figli) è una funzione squisitamente sociale che la famiglia svolge; dal modo in cui questa funzione viene svolta dipende in gran parte il benessere della società e il suo stesso futuro. Chi si sposa assume dei doveri e delle responsabilità che non sono affatto leggeri ma che permettono alla famiglia di svolgere il suo compito nella società. Questo è il motivo per cui la legge chiede una certa stabilità della famiglia: riconosce il divorzio, certo, ma lo ratifica solo dopo la verifica di alcune condizioni poste dal legislatore. Lo Stato cerca di rendere stabile la famiglia non per motivi etici ma perché riconosce che il proprio benessere dipende (anche) dal buon funzionamento dell'istituto familiare. Già ora la famiglia è evidentemente in crisi e questa crisi è pagata a caro prezzo dalla società. Se i figli crescono più insicuri e aggressivi è perché non hanno alle spalle la sicurezza affettiva e sociale della loro famiglia. Il disagio è notevole: anzitutto per loro, i figli, ma anche per la società nel suo complesso. Non è mai stato facile, nel mondo moderno, superare la crisi dell'adolescenza, imparare ad accettare se stessi, entrare in rapporto fiducioso e leale, di collaborazione con gli altri. Ma questo passaggio diventa ancora più difficile se un ragazzo non si sente sicuro affettivamente: se teme che i suoi genitori si possano dividere, se immagina di dover fare la spola tra un genitore e l'altro, se non sa quale atteggiamento tenere nei confronti di ciascuno e non è sicuro dell'atteggiamento dei genitori nei suoi confronti. È un prezzo altissimo che i giovani sono costretti a pagare. Non è certamente estraneo a questa situazione il fatto che i  giovani - ci dicono - vedono il futuro più con timore che con speranza. E non è solo per la precarietà del lavoro; è per la precarietà affettiva che non dà loro che poche, incerte speranze di essere veramente accettati e amati per sempre. La sofferenza che si paga per questa situazione è anzitutto personale, ma è anche sociale perché questa insicurezza genera paura e sospetto, quindi diffidenza e aggressività; rende i rapporti con gli altri problematici, non sereni; rischia di far percepire la presenza degli altri come un pericolo anziché come una ricchezza. Ora, se si delinea una figura giuridica dei pacs (o similia) inevitabilmente si lede la posizione che la famiglia ha oggi nel sistema giuridico italiano. Famiglia e pacs sono alternativi (o. o.) e questa alternativa viene proposta ai giovani. Più o meno così: «Hai davanti a te la vita: scegli liberamente se vuoi impegnarti nel vincolo familiare o se vuoi unirti senza impegno col tuo partner; per me, società, questa scelta è indifferente; ti tratterò nello stesso modo qualunque strada tu preferisca». Una simile alternativa è socialmente distruttiva perché contiene surrettiziamente un ragionamento del tipo: «Se non sei sciocco, scegli i pacs: avrai le stesse garanzie della famiglia e non dovrai subirne i vincoli».Se la società considera la famiglia un bene per la società (e cioè concretamente un "meglio") deve evidentemente favorirla; se non la favorisce, deve sapere che ne pagherà il prezzo. È un prezzo il cui pagamento sembra lontano nel tempo, e soprattutto è un prezzo che pagheranno gli altri (i figli e i figli dei figli); perciò appare preferibile, dal punto di vista personale, scegliere in questa direzione. Ma non possiamo illuderci che questo possa avvenire senza delle conseguenze sociali, cioè senza delle reali sofferenze.


    Una delle leggi dell'economia dice che la moneta peggiore
    caccia la migliore; non so se esista una analoga legge della
    sociologia per cui l'istituzione più facile (i pacs)
    caccerebbe quella più difficile (la famiglia).
    Ma sembra logico e, in ogni modo, non vorrei dover
    verificare il funzionamento di questa legge.

    Obiezione: di fatto esistono numerose convivenze e non si
    può fare a meno di prenderne atto.
    Queste convivenze non sono famiglie ma svolgono pure alcune
    funzioni sociali (sostegno reciproco, integrazione
    affettiva, a volte anche la procreazione).
    Dobbiamo far finta di niente?
    O il bene della società suggerisce che anche a queste unioni
    vengano garantite alcune protezioni sociali?
    Se il problema è quello di offrire certe garanzie anche a
    chi non se la sente di costituire una famiglia, la strada
    esiste ed è quella del diritto della persona.
    Si possono fare leggi che garantiscano alle persone questo o
    quel diritto che si ritiene necessario (o utile) per loro.
    Per esempio: ai genitori non sposati si riconoscono
    diritti-doveri analoghi a quelli che hanno i genitori
    sposati; o casi simili.
    Ma costituire per questo una nuova figura giuridica (unione
    libera di adulti) non è necessario.
    E se lo si ritiene necessario non è per garantire certi
    diritti (che possono essere garantiti altrimenti) ma proprio
    perché si vuole collocare accanto alla famiglia una figura
    giuridica alternativa.

    Certo, è possibile scegliere qualsiasi alternativa.
    Ma essendo ben consapevoli degli effetti che le nostre
    scelte hanno.
    Sarebbe stupido pensare che una scelta, quale che sia, non
    abbia conseguenze.
    E a me sembra evidente che una diminuzione del primato della
    famiglia porterebbe (forse) a un accentuarsi del problema
    demografico, ma (certo) a un aggravarsi della crisi
    educativa delle nuove generazioni.
    Rischiamo di essere una società ipocrita, che si scandalizza
    per gli effetti delle sue scelte ma non vuole confessare di
    avere provocato essa stessa questi effetti e non accetta di
    mettere in discussione le sue scelte.

    Un proverbio vecchio insegnava che «non si può volere la
    botte piena e la moglie ubriaca».
    Traduzione: non si può volere una vita personale libera da
    ogni vincolo e nello stesso tempo sperare che la società sia
    ordinata e solidale; non si può volere la sicurezza che
    viene dal senso di responsabilità di ciascuno e nello stesso
    tempo pretendere la licenza che viene dal non volere vincolo
    alcuno.



    Jean Vanier: chi cura le persone depresse deve affrontare le proprie miserie

    Jean Vanier: chi cura le persone depresse deve affrontare le proprie miserie

    Intervista al fondatore della Comunità dell' "Arca", per persone con handicap mentali

    ROMA, martedì, 13 febbraio 2007 (ZENIT.org).- "Quando si è alla presenza di una persona che soffre di depressione, ci si sente, si diventa molto poveri. Il punto è: come comportarci con la persona in questione con le nostre miserie ed il nostro elemento di depressione di fronte alla depressione".

    E’ quanto afferma Jean Vanier, fondatore di Arche, una Comunità formata da 130 centri diffusi in 34 Paesi in tutto il mondo, che accoglie persone portatrici di handicap mentali e co-fondatore di Foi et Lumière in una intervista rilasciata a ZENIT.

    "La depressione non è una malattia vergognosa da nascondere a se stessi e agli altri… Le ferite del cuore sono delle realtà della vita da cui nessuno è esente", scrive Jean Vanier nella sua opera intitolata "La depressione. Il cammino di guarigione", pubblicata in Italia presso la casa editrice "Elledici" (2000, pagg. 48, Euro 3,62).

    La depressione è una piaga della società odierna. Come affrontarla? Come liberare le persone depresse dalla loro condizione? E’ un tema di cui lei parla volentieri?

    Jean Vanier: Bisogna parlare della depressione, e parlarne come della più umana e più reale delle cose. La questione è sapere dove si pongono i propri valori. E la grande questione è che se si pongono questi valori unicamente nella riuscita, nella forza, etc, si sta trascurando una parte di se stessi, una parte che è il bambino, che è la donna più fragile, che è una persona vulnerabile. Uscire dalla depressione significa trovare delle persone che ti vogliono bene non perché tu sei potente e perché hai avuto successo, ma per te stesso, con la tua fragilità.

    Questo possiamo dirlo a noi stessi o alla persona depressa, ma come interiorizzarlo veramente da una parte e dall’altra?

    Jean Vanier: Ci troviamo davanti ad un problema immenso. Non sono solo delle medicine che possono aiutare le persone. Le medicine possono attenuare le angosce, ma la grande questione è: "Voglio scoprire ciò che significa essere umano?". L’essere umano è nato piccolo e morirà piccolo. Siamo noi pronti ad accogliere la nostra fragilità come essa è veramente? Ci troviamo in una società che rifiuta questo dato di fatto. Si rifiutano i deboli, si vogliono scartare gli anziani, si vogliono scartare i portatori di handicap e si vogliono scartare le nostre fragilità. E allora, come aiutare le persone a ritrovare il significato di "essere umano"?

    Si può percepire la depressione come un handicap mentale?

    Jean Vanier: Non è assolutamente un handicap mentale. Una persona depressa è ciò che chiamerei un "handicappato dell’affanno". La depressione è una malattia dell’affanno, dell’energia. Da qualche parte l’energia viene bloccata. Ed è questo blocco del respiro che causa purtroppo ogni tipo di angoscia, ogni genere di elementi al proprio interno che si vuole calmare. Allora il pericolo è nascondere la testa davanti alla televisione, assumere alcool, droga, cercare qualcosa di nuovo anziché cercare dentro se stessi. E questo è il dramma!

    Ma il problema della persona depressa è appunto quello di non riuscire ad entrare dentro se stessa e di tendere a cercare all’esterno le risposte al proprio malessere….

    Jean Vanier: Certamente. Quindi occorre che qualcuno le vada incontro. Ma occorre che essa stessa senta il bisogno di cambiare un po’ la sua vita, poiché i blocchi dell’energia appaiono in quanto ci si getta in un campo, ad esempio, il successo, dimenticando un’altra parte di se stessi. L’essere umano è complesso. Bisogna avere sia la capacità, sia il cuore, sono necessarie le relazioni con le persone. Ma in queste relazioni non si tratta di cercare di dominarle, ma di essere in comunione con loro. Vi è una parte di spiritualità, che è un moto interno che mi aiuterà a vivere e a scoprire che posso fare buone cose con la mia vita. Vi è una questione di fede che tocca tutte le questioni della morte, del fallimento, etc. E molto spesso le persone hanno cancellato qualcosa. Allora bisogna aiutarle a cercare nel loro intimo più profondo. Ma il fatto importante è che non bisogna che siano in troppi a voler cambiare le persone. Vi devono essere delle persone che le accettano come esse sono. Quando si vuole cambiare le persone, invece di amarle come esse sono, si corre sempre il rischio di un rifiuto da parte loro.

    Quindi, come imparare ad amare queste persone? Come aiutarle nel loro affanno?

    Jean Vanier; La vera domanda da porsi è come aiutare queste persone nella nostra povertà, poiché l’affanno è una mancanza di forza. Ci si trova poveri. E quando si è di fronte ad una persona depressa, si diventa poveri noi stessi. Il punto è: come accogliere l’altro, come egli è, con le nostre miserie ed il nostro elemento di depressione di fronte alla depressione.

    Ritenete che ognuno sia in grado di accompagnare una persona depressa verso la sua liberazione?

    Jean Vanier: Siamo tutti soggetti alla depressione. Siamo tutti in grado di entrare nel mondo della disperazione. Bernanos dice che per trovare la speranza è necessario scendere negli abissi della disperazione. Ma per accompagnare è necessario fare attenzione, poiché quando si parla di accompagnamento, vi è una specie di desiderio di cambiare l’altra persona. Bisogna amare le persone nella loro depressione. E’ il modo migliore per aiutarli ad uscirne. Quindi, la prima cosa da fare per aiutare una persona è iniziare a cambiare noi stessi.

    Il benessere psichico dei malati è la vostra preoccupazione quotidiana. Come giudicate tutto ciò che si fa oggi sul piano medico, ma anche sul piano sociale, per aiutare le persone che soffrono di depressione?

    Jean Vanier: Per me si tratta di vivere nella mia comunità con persone che attraversano alti e bassi. Ad esempio, qui abbiamo appena accolto una giovane di 22 anni che non ha famiglia, ha un handicap mentale ed è stata maltrattata da una balia. E’ appena arrivata ed è entrata in una fase di leggera depressione, poiché uno dei miei assistenti al quale era molto affezionata, se ne sta andando via. Come agire in modo giusto con lei, non obbligarla a cambiare, ma accettarla com’è? E’ una giovane donna che ha un bisogno immenso di trovare ciò che non ha mai avuto. Occorrerà del tempo, quindi non devo sprecare molto tempo nel chiedermi ciò che accade intorno. E’ necessario che io stesso cerchi oggi di sentirmi impotente davanti ad una giovane donna come lei, ed aiutarla, nonostante tutto, standole vicino.

    San Valentino cede volentieri il passo a questi due giganti della fede

    VS

    Anche se oggi fioccheranno i baci e le carezze, gli innamorati si rassegnino: san Valentino cede volentieri il passo a questi due giganti della fede, fratelli di sangue ed evangelizzatori dell'Est europeo: Cirillo e Metodio; se è bello pensare che un vescovo italiano perso nelle pieghe della storia sia diventato patrono degli innamorati – pare – per quel suo gesto tutto paterno di pagare la dote alle ragazze povere da maritare prima di primavera, è ancora più bello pensare che l'Europa si tenga unita grazie alla predicazione del vangelo. Popoli diversi, con storie diverse, si sono trovati uniti intorno allo stesso vangelo, pur con sensibilità diverse; e a questa unità da ritrovare fa riferimento la festa di oggi, per dire a voce chiara che l'Europa non può essere solo un progetto economico, per quanto efficace, ma un sogno costruito attorno all'uomo secondo i valori del vangelo che hanno permeato le scelte di quasi duemila anni di civiltà. Valori del vangelo che hanno dato origine alle dichiarazioni sui diritti dell'uomo (peraltro spesso negati dalla stessa Chiesa in continua conversione) e attorno ai quali davvero la nuova Europa può riunirsi. Affidiamo a questi santi, che hanno evangelizzato popoli lontani dal vangelo, con grande attenzione alla cultura e al rispetto delle culture – ancora oggi i popoli russi usano l'alfabeto inventato da Cirillo per tradurre la Bibbia – la costruzione della nostra Europa: possiamo riscoprire le radici comuni che hanno reso grande la nostra civiltà.

    Attraverso la predicazione di Cirillo e Metodio e la preghiera di Benedetto da Norcia, patroni d'Europa, il tuo vangelo ha raggiunto popoli diversi aprendoli al Regno; che il sogno di una nuova Europa unita, Signore, non scordi mai le radici che l'hanno resa grande civiltà.



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    La “grammatica morale” alla base della Bioetica

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    Il caso Welby, la fecondazione assistita, l’aborto, l’eutanasia….Ma come si fa a distinguere se un atto è bioeticamente buono o cattivo?
    E come fa un medico a decidere su basi bioetiche?
    Quale metro di giudizio può essere utilizzato? E quale è quello giusto?



    C.S. Roma

    L’insistenza nel tentativo di mettere all’ordine del giorno sempre più “novità” in campo bioetico ha provocato tra la gente una specie di allergia, ovvero di sensibilità accresciuta e talora fastidiosa al veder sorgere l’ennesimo agguato alla vita umana e alla sua dignità. C’è ovviamente il rischio che, novità dopo novità, ci si abitui tristemente, o che non si sappia cosa dire, dato il polverone mediatico a senso unico che sapientemente accompagna le innovazioni. Cerchiamo dunque di trovare una bussola nel mare della bioetica. Sembra un pianeta astruso, ma forse non lo è come pensiamo.

    Fare un’amniocentesi, concepire un bambino, dare un antitumorale sono comportamenti usuali, ma sono anche delle chiare scelte in campo bioetico. Scegliere se smettere di fumare in gravidanza o accettare una trasfusione sono fondamentali scelte bioetiche. Già: la bioetica non è un campo per specialisti o filosofi, ma riguarda quello che facciamo quotidianamente nel campo della salute, e che dovrebbe avere alla base una scelta importante. Dico “dovrebbe” perché il primo problema è già nella parola “scelta”, dato che la capacità di giudicare è spesso così atrofizzata, che si salta questo elementare esercizio della ragione e non si giudicano le azioni.

    Badiamo bene: giudicare non significa condannare, ma paragonare quello che vorremmo fare con ciò che al profondo ci sostituisce: il desiderio di bellezza, giustizia, verità. Giudicare è dunque la base della vita quotidiana, a meno che non pensiamo di poterne fare a meno; e quanto collabora la società attuale a farci credere di poterne fare a meno! La base della vita sociale sembra essere la separazione tra pensiero e azione al punto che, sentendo l’inutilità della seconda, si finisce col rinunciare al primo. O si segue quanto diceva l’illuminista Immanuel Kant: “pensare ma obbedire”. Videogiochi, spot pubblicitari, pensiero “politicamente corretto” ci insegnano quasi fin dalla culla a limitare l’azione del pensiero, dunque le scelte di etica.

    Eppure, dare un giudizio è fondamentale quantomeno per due motivi: primo, perché vogliamo capire e non “subire”; secondo, per il semplice fatto che “ci siamo”: è troppo intrinseco alla natura dell’uomo (ma non a quella del leone o della rondine) cercare di lasciare un’impronta, di dire “io” guardando lo spettacolo di un tramonto o un bambino che nasce, che sottrarsi a questo impulso è quasi contronaura. Non intendo certo nascondere che questo “io” va pronunciato con timore e tremore, con ansia generata dallo stupore, nell’umiltà di scoprirsi una parte limitata del creato: senza senso della misura dire “io” è volersi appropriare della natura che non ci appartiene. Ma dirlo e cercare di essere utili, di migliorare lo stato attuale di sé e della realtà è intrinsecamente umano.

    Ma c’è un secondo problema: supponiamo di aver capito che dare un giudizio è importante: quale sarà il nostro metro? Già: molti usano la parola “bioetica” ma intendono questa come “la cosa più arguta che mi viene in mente” senza rendersi conto che invece stanno usando delle categorie che non sanno gestire o che stanno scimmiottando quello che la mattina hanno appreso dal giornale letto al bar. Oppure, si parla di bioetica non confrontando tutto (ma proprio tutto fino in fondo) con le categorie di bellezza ecc. suddette, cioè con ciò che al fondo ci costituisce; ma confrontandolo con una certa “smania di possesso”. Insomma: anche se non lo sappiamo, noi stiamo usando un determinato “metro” per misurare le azioni, e questo metro può essere quello sbagliato, un po’ come misurare il peso dell’acqua col termometro.

    Mi spiego meglio: un bambino che mangia un gelato, magari senza riflettere, si pone la domanda appena lo ha assaggiato: “Mi piace?”; difficilmente si chiederà se mangiarlo lo fa diventare potente o gli darà fascino. Questo atteggiamento è giusto: magari è parziale, ma usa uno strumento consono: misura il sapore per capire l’oggetto che mangia; questo atteggiamento va perdendosi man mano che si cresce, e in un certo senso è bene: sottrarsi all’istinto si deve, a condizione, però, che all’istinto si assommi la ragione e non la paura. Che, mangiando un gelato, oltre al giudizio sul gusto entri anche quello sulle calorie in eccesso è un buon ragionare; un po’ meno buono è se invece il giudizio per prenderlo è “Cosa penseranno gli altri se mi vedono?” oppure: “Lo mangio anche se non mi piace, perché ho dei soldi e non so come spenderli”. Cosa c’entri la paura è presto detto: la paura è nascosta dietro ogni azione che non si faccia per affermare la bontà di ciò che abbiamo intorno, ma per ripararsi da esso.

    Usando un paradosso, bisogna rammaricarsi che oggi certe azioni (aborto, fecondazione in vitro) non vengano propagandate per egoismo, ma per paura: infatti l’egoismo almeno ha dietro di sé un “io” detto male, storto, alterato, ma almeno un “io” c’è; dietro le azioni dettate dalla paura, invece, non c’è più nessuno, la persona è fuggita, è rimasta solo la reattività e l’istinto. Oggi non ci si cura più dell’oggetto di cui parliamo (“il feto è una persona?” “Nascere da fecondazione in vitro porta rischi?” “l’eutanasia è fatta nell’interesse di terzi invece che del malato?”), ma solo se quello che facciamo è una nostra decisione e non contrasta con la legge. Punto e basta. Insomma, non si ragiona con la categoria del vero/falso, buono/cattivo, giusto/ingiusto, che anzi si dice contenere delle contrapposizioni false. Chi ragiona con questi metri viene bollato come “fanatico” o “bacchettone”.

    Ma se non ci resta più la possibilità di confrontare le nostre esigenze vere e profonde con la realtà, ci rimane solo di confrontare la realtà con il nostro potere. Già: il potere, il mio potere sulle cose, resta il solo metro. Si chiama “autonomia” (legge-fatta-da-se-stessi), e nacque anni fa per sottolineare un principio buono: il medico non può decidere sul paziente senza il suo consenso. Ma portò un frutto cattivo: su quello che io gestisco, io sono il solo arbitro: anche se la mia decisione è contro la mia stessa vita (rifiutare una trasfusione, rifiutare un’amputazione di un arto per salvare la vita), voi non dovete interferire, anzi, se interferite seppur per salvarmi da morte, commettete un abuso, un’ingerenza, un’infamia.

    E la burla finale è che, poiché in realtà noi non “gestiamo” proprio un bel nulla della vita pubblica, del pubblico dominio (tutto è governato da leggi proliferate per arginare proprio la nostra smania di essere), l’unica cosa che ci resta da gestire è proprio il nostro povero corpo… e su di esso ci affanniamo nell’ansia di affermare (solo là) la nostra esistenza. Bioingegnerie, figli in età inconcepibile, chirurgia estetica estrema, doping sono solo alcuni esempi. In poche parole: siamo soli.

    Parlando di bioetica, dunque, dobbiamo sapere che una sfida ci attende, perché davvero non vogliamo restare e vivere da soli, né vogliamo che ciò avvenga per i nostri figli; la sfida è la seguente: o “con il nostro cuore” o “con il nostro potere”. Scegliere da che parte stare non è un’opzione ma un obbligo culturale e un obbligo di vita. Non è una scelta solo per intellettuali, o per santi monaci, ma riguarda tutti: altrimenti, come poter aprir bocca di fronte ad un dramma che riguarda la nostra vita o quella dei nostri cari? O come poter guardare in faccia i nostri figli nell’era della sottomissione di tutto al capriccio o al denaro, in cui siamo una minoranza silenziata e spesso perseguitata? Vi sembra una scelta indifferente? Evidentemente no, così come non sono indifferenti le conseguenze. Ma paradossalmente potremmo dire che le conseguenze sono meno gravi del metodo, perché dal peccato (o errore che si voglia) ci si può emendare; da uno sguardo di sé che annichilisce le proprie domande, forse è troppo tardi per liberarsi.

    Ecco cos’è al fondo la bioetica: confrontare tutto il campo della medicina e della biologia con l’amore alla verità, giustizia e bellezza scritte nel nostro profondo, e non con i pre-giudizi o col nulla del relativismo etico. E non fidarsi di coloro che dicono che queste esigenze sono soggettive, che non esiste un DNA etico, quello che il Papa chiama una “grammatica morale”: il nostro cuore è scritto con questa grammatica, è fatto ad immagine di un Creatore che vi ha inciso dentro ragione e libertà, proprio ad immagine delle Sue. E attende solo che noi le usiamo e lasciamo che attraverso di esse ci possa fare uomini felici.

    [I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]



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    Fermati sul monte n. 113

    Fermati sul monte!


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    Protagonisti di relazioni piacevoli e durature

    Nella relazione ritroviamo la premura di Dio per l’uomo. Centro e fine della creazione, la creatura umana è investita di attenzione e di potenzialità, resa capace di realizzare il progetto inaudito di un amore senza limiti...L’identità individuale, nel comunicarsi e nel donarsi, non si cancella. E questo vale sempre. Ogni relazione comporta un’indipendenza e una donazione, una autonomia e un’integrazione perché possa esserci armonia nella diversità
    unità nella distinzione. Cercare continuamente questo equilibrio tra
    individualità e comunione totale è il compito di ogni uomo in rapporto all’altro. Legati e necessari l’uno all’altro, gli uomini sono chiamati ad essere felici nella propria nudità cioè nella propria realtà creaturale, custodi di un amore che li rende necessari l’uno all’altro, interdipendenti, non onnipotenti. Questa serenità e pace con Dio non può mancare nel momento in cui i confini esistenziali non sono più visti come limiti, ma spazi aperti all’universalità della chiamata originaria, fedeli ad essere immagini di amore donato. L’amore creativo di Dio fa sì che l’uomo sia soggetto attivo della sua vita. Le potenzialità di crescita di cui è dotato rendono positiva la sua esistenza e gli conferiscono la più alta dignità nel creato.
    Il suo passare attraverso la storia quindi non è mai passivo e automatico. Egli è protagonista della sua vita, continuamente spinto ad andare oltre i confini spazio-temporali per costituirsi nella sua libertà; questa dimensione di trascendenza gli partecipa la prerogativa divina della creatività, pur restando egli limitato per la sua condizione materiale nel mondo. L’essere immagine di Dio, proprio di ogni essere umano, da caratteristica naturale diventa realtà storica quando la persona opera scelte di fedeltà alla sua dignità. La storicità è pertanto una struttura trascendentale dell’uomo e lo apre a un grande impegno: progettare e
    realizzare la propria esistenza nel suo oggi. E quando l'uomo non opera secondo la sua dignità? Più che pagine di storia scrive cronaca... cronaca nera, cronaca rosa, cronaca, niente altro che cronaca... Impegno per la settimana: vivere giorni di amore perché siano pane per tutti e diventare protagonisti di relazioni piacevoli e durature.

    sr teresa della + o.carm.


    www.januacoeli.it



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    BIOETICA E LEGGE NATURA

    Due nuovi documenti in cantiere: su bioetica e legge naturale
    Li sta preparando la congregazione per la dottrina della fede. È lo "stile Ratzinger" che continua, spiega il segretario del dicastero vaticano, l'arcivescovo Angelo Amato

    di Sandro Magister



    ROMA, 5 febbraio 2007 – Vita nascente e legge naturale: su questi due temi la congregazione vaticana per la dottrina della fede ha in preparazione due nuovi documenti. L'ha annunciato in un'intervista al quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire", il segretario della congregazione, l'arcivescovo Angelo Amato.

    Il primo dei due nuovi documenti, quello sulla vita nascente, sarà nel solco dell'istruzione "Donum Vitae" pubblicata nel 1987 dall'allora prefetto della congregazione, il cardinale Joseph Ratzinger.

    Dice a questo proposito Amato:

    "Questa 'Donum Vitae due' non è concepita per abolire la precedente, ma per affrontare le varie questione bioetiche e biotecnologiche che si pongono oggi e che all'epoca erano ancora impensabili. La Donum Vitae conserva tutto il suo valore e per certi versi è profetica. Il problema è che nonostante abbia vent'anni è ancora scarsamente sconosciuta. La questione quindi non è, ad esempio, una revisione della dottrina morale riguardo la liceità del profilattico, che non mi sembra all'ordine del giorno, quanto invece nuove sfide per certi versi ben più gravi e disgregatrici dell'identità della persona umana, come quella del concepito che viene considerato come prodotto biologico e non come essere umano. Come afferma la Donum Vitae, 'l'essere umano è da rispettare – come una persona – fin dal primo istante della sua esistenza' ('Viventi humano – uti persona – observantia debetur inde a primo eius vitae momento'). E questa considerazione dovuta all'embrione umano è 'un principio antropologico non negoziabile'".

    Amato precisa inoltre:

    “Lo studio di argomenti così delicati è di competenza della nostra congregazione, che poi sottopone i suoi lavori al papa. E quindi le opinioni su questi temi provenienti da altre pur rispettabili istituzioni o personalità ecclesiastiche non possono avere quella autorevolezza che a volte i mass media sembrano voler riconoscere".

    Tra le opinioni di personalità ecclesiastiche cui Amato fa riferimento ci sono in particolare quelle espresse dal cardinale Carlo Maria Martini nel "Dialogo sulla vita" da lui pubblicato sul settimanale "L'espresso" nell'aprile del 2006, riguardanti proprio i temi della "Donum Vitae". Così come le opinioni formulate dallo stesso cardinale in materia di eutanasia lo scorso 21 gennaio sul quotidiano "Il Sole 24 Ore", una settimana prima di questa intervista di Amato ad "Avvenire". Entrambi gli interventi del cardinale Martini si distaccano in più punti dall'insegnamento ufficiale della Chiesa.

    * * *
    Il secondo nuovo documento, quello sulla legge naturale, sarà invece una prima assoluta. In più occasioni Benedetto XVI ha indicato come fondamento della comune convivenza tra tutti gli uomini i principi morali impressi nel cuore di ogni uomo e "scanditi in modo inconfondibile dalla voce sommessa ma chiara della coscienza". Ma nemmeno da prefetto della congregazione per la dottrina della fede vi aveva dedicato un documento specifico.

    Spiega Amato:

    "Un cattolico, ad esempio, non può dare il proprio consenso ad una legislazione che introduce il matrimonio tra due persone dello stesso sesso; è contro la rivelazione biblica e contro la stessa legge naturale. [...] Il papa la cita spesso nelle sue catechesi. E la nostra congregazione sta preparando qualcosa sull'argomento e a tal fine ha già consultato tutte le università cattoliche. Le risposte sono molto incoraggianti da tutto il mondo, anche da parte di quegli atenei che vengono considerati più 'difficili'. La legge naturale è importantissima anche perché, tra l'altro, può essere l'unico fondamento per un fruttuoso dialogo inter-religioso".

    * * *
    Amato ha rilasciato questa intervista in occasione della pubblicazione di un grosso volume che raccoglie i 105 documenti emessi dalla congregazione per la dottrina della fede nei quarant'anni che intercorrono dal 1965 a oggi.

    La richiesta di ripubblicare in un solo volume tutti questi testi – spiega Amato nell'intervista e nell'introduzione al volume – è venuta da "molti vescovi, cardinali e teologi" di tutto il mondo.

    I testi sono quasi tutti nella versione originale latina, oppure in quella italiana. Ma per leggere i più importanti nelle diverse lingue basta accedere alla sezione internet della congregazione per la dottrina della fede, nel sito web del Vaticano.

    Le prime 200 pagine del volume raccolgono i documenti emessi dalla congregazione quando ne erano prefetti i cardinali Alfredo Ottaviani e Franjo Seper. Le successive 400 pagine raccolgono invece i testi di quand'era prefetto Ratzinger, molto più ampi e numerosi. A giudizio di Amato è possibile parlare di uno "stile Ratzinger" nella congregazione:

    "Con lui si è cercato da una parte di ampliare e articolare le motivazioni a giustificazione delle verità di fede contestate, e dall'altra si è voluto proporre orientamenti sicuri per le molteplici sfide della cultura contemporanea".

    Solo una parte minore degli interventi della congregazione riguarda dei teologi entrati in collisione con il magistero della Chiesa. In quarant'anni sono stati oggetto di provvedimenti alcune opere dei seguenti undici teologi: Hans Küng, Jacques Pohier, Edward Schillebeeckx, Leonardo Boff, Charles Curran, Tissa Balasuriya, Anthony de Mello, Reinhard Messner, Jacques Dupuis, Marciano Vidal, Roger Haight.

    Molto più qualificanti il lavoro della congregazione nell'era Ratzinger sono stati, invece, documenti quali le due istruzioni sulla teologia della liberazione del 1984 e del 1986, l'istruzione "Donum Vitae" del 1987 sulla vita naascente e la procreazione, l'istruzione "Donum Veritatis" del 1990 sul rapporto tra teologi e magistero, la lettera "Communionis Notio" del 1992 sul rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali, la dichiarazione "Dominus Iesus" del 2000 sul cristianesimo rispetto alle altre religioni, la nota dottrinale sui cattolici nella vita politica del 2002, la nota del 2003 sulla legalizzazione delle unioni tra persone dello stesso sesso, la lettera del 2004 sulla donna.

    Alcuni di questi documenti – ad esempio quelli sulla teologia della liberazione e la "Dominus Iesus" – all'epoca della loro pubblicazione furono oggetto di dure critiche anche da parte di membri della gerarchia. Altri – come la nota del 2002 sui cattolici nella vita politica – furono ignorati o sottovalutati.

    Quest'ultimo documento si rivela invece oggi di stringente attualità. I principi "fondamentali e irrinunciabili" ivi richiamati – e costantemente ripresi da Benedetto XVI nella sua predicazione – sono sempre più al centro delle controversie etico-politiche che dividono i vari paesi su aborto, eutanasia, embrione, famiglia, educazione... In Italia, ad esempio, proprio in questi giorni sono in elaborazione una legge sul "testamento biologico" e un'altra che riguarda le coppie di fatto, con la Chiesa energicamente impegnata sia contro l'eutanasia sia in difesa della famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra un uomo e una donna.

    Osserva Amato nell'intervista ad "Avvenire":

    "Molti politici cattolici chiedono chiarimenti di questo tipo di argomenti. Che poi vogliano o riescano ad agire di conseguenza è un'altra questione. I politici cattolici comunque dovrebbero sempre ricordare che non dovrebbero mai dare il loro consenso all'introduzione di leggi che contrastino con i principi morali, mentre nel caso che leggi di questo tipo siano già in vigore allora possono limitarsi a cercare di attenuarne la portata".

    Il futuro documento sulla legge naturale si prefigge di spiegare che difendendo tali principi fondamentali la Chiesa non obbedisce solo alla rivelazione divina, ma difende ogni uomo in quanto tale.

    __________


    Il libro:

    Congregatio pro Doctrina Fidei, "Documenta inde a Concilio Vaticano Secundo Expleto Edita (1966-2005), Libreria Editrice Vaticana, 2006, pp. 665, euro 40,00.

    __________


    L'intervista integrale dell'arcivescovo Angelo Amato, segretario della congregazione per la dottrina della fede, ad "Avvenire" del 28 gennaio 2007:

    > Una "Donum Vitae" due: allo studio un documento sulla bioetica

    __________


    I documenti della congregazione per la dottrina della fede in varie lingue, nel sito web del Vaticano:

    > Congregazione per la dottrina della fede


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    Grande Pavel

    Florkind36 Tutto passa, ma tutto rimane.     Questa è la mia sensazione più profonda: che niente si perde completamente, niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche parte.

    Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo.  Così pure le grandi imprese, anche se tutti le avessero dimenticate, in qualche maniera rimangono e danno i loro frutti.   Perciò, se anche ci dispiace per il passato, abbiamo però la viva sensazione della sua eternità.   

    Al passato non abbiamo detto addio per sempre, ma solo per breve tempo. Mi sembra che tutti gli uomini, di qualunque convinzione siano, nel profondo dell'anima abbiano in realtà questa stessa impressione. Senza questo, la vita diventerebbe insensata e vuota.

    Pavel Florenskij  (n. in Azerbaijan nel 1882, morto fucilato nei pressi di Leningrado l'8 dicembre 1937).

    Pacs

    Famiglia e Vita


    PACS sì e PACS no

     interessante riflessione scritta dal Vescovo di Alba, monsignor Sebastiano Dho.

    * * *


    RISPETTO PER LE PERSONE e RISPETTO PER LE FAMIGLIE

    Da tempo magari a fasi alterne, si sta discutendo anche animatamente a diversi livelli circa l’ipotesi di riconoscere con apposita legge le coppie di fatto sia etero che omosessuali. Diciamo subito che non è per nulla facile riuscire a capire bene ciò che s’intende di preciso, tante sono le proposte e soprattutto le interpretazioni in merito, spesso non certamente disinteressate. Nel tentativo di fare un tantino di chiarezza ci sembra che siano necessarie due premesse e tre puntualizzazioni. Innanzitutto, in questa sede intendiamo cercare ed indicare una valutazione etica oggettiva dei grandi valori in questione e non ovviamente giudicare, tanto meno condannare le persone eventualmente implicate in situazioni molto dolorose comunque e spesso sofferte.

    Così pure, seconda premessa, non ci interessa più di tanto da quali forze politiche siano sostenute le varie proposte positive o negative, sovente trasversali, sapendo bene quanto sia difficile sceverare in modo sicuro le vere motivazioni delle prese di posizione, vista la scarsa coerenza non solo di vita personale ma pure di politica familiare di parecchi paladini di valori oggettivamente validi. Non prendiamo poi neppure in considerazione la ragione tanto citata circa il "dovere" di aggiornare le leggi italiane a quelle di altri stati, quasi che la morale cambiasse con i meridiani o i paralleli.

    1. Il matrimonio e la famiglia per i cristiani seri

    A scanso di ogni possibile equivoco, anche se dovrebbe essere superfluo il ricordarlo, per i credenti cristiani seri (è bene notare l’aggettivo qualificativo!), l’unica forma di unione coniugale non solo lecita ma ben più positivamente santificante e testimoniale tra un uomo ed una donna (anche questo oggi va precisato), è ovviamente il matrimonio sacramento, vale a dire quello celebrato non tanto "in chiesa" edificio, ma "nella Chiesa" comunità dei discepoli di Cristo, da persone che non solo credono genericamente in qualcosa, ma più esattamente in Cristo Gesù, e non solo ma pure nella Chiesa, in cui appunto si celebrano i sacramenti. Non è scontato questo aspetto, neppure tra i praticanti che la nostra fede è ecclesiale, non legata ad un luogo sacro fosse pure bello, artistico e carico di pathos, ma ad una comunità. Anni fa in Giappone era diventato moda da parte di non battezzati richiedere le chiese cristiane "a noleggio" per celebrare i loro matrimoni, ovviamente non sacramento, semplicemente perché il luogo era suggestivo. Si trattava evidentemente di matrimoni, sì celebrati "in chiesa" ma non "nella Chiesa".

    Tra parentesi viene forte la tentazione, di citare le domande, meglio, spesso le pretese, da parte di persone per nulla legate alle nostre comunità, addirittura anche dalla Germania, Svizzera, Inghilterra, di venire a celebrare i matrimoni in alcune chiese delle nostre belle Langhe, solo perché vicine a rinomati ristoranti, quasi che le nostre parrocchie dovessero fungere da succursali degli stessi. Dunque per i cristiani veri, la realtà matrimonio-famiglia ha una volto ben preciso e non soggetto a mutazioni per nessuna ragione al mondo; qualunque possa essere o divenire la legislazione civile in proposito, nulla cambia per gli sposi credenti. Così è stato per la legge sul divorzio, così ancora più grave, quella sull’aborto, così dovrà essere, mettendo le mani avanti, su eventuali Pacs o simili. Ciò che è legale non per questo è automaticamente lecito moralmente. A costo di ripeterci, ricordiamo l’affermazione lapidaria più volte citata in merito ad altre delicate situazioni: "Nessuna legge umana può liberare le nostre coscienze". Deve pure esistere e rendersi visibile quella che E. Bianchi definisce "la differenza cristiana". Altrimenti i martiri antichi e moderni sarebbero semplicemente degli sciocchi che non sanno adeguarsi.

    2. Il matrimonio e famiglia per i cittadini italiani

    Messo doverosamente in chiaro il primo aspetto della questione assai complessa e spesso resa ancor più pasticciata ad arte o meno, è necessario chiederci: ma per i cittadini italiani, cristiani o no, (attenti! i cristiani però sono pur essi cittadini a pieno titolo, con pari diritti e doveri di tutti gli altri, compreso quello di contribuire democraticamente a fare leggi sagge e giuste, non in forza della fede ma della ragione comune), il matrimonio semplicemente civile, prescindendo quindi da ogni dimensione religiosa, ha o no, una sua configurazione e dignità precisa con rispettivi diritti e doveri per gli sposi, i figli e tutti gli altri aspetti concernenti la famiglia? La risposta non ammette dubbi: basta citare anche solo l’art 29 della Costituzione, tuttora, grazie a Dio, tutta in vigore. Il testo brevissimo frutto della sapienza giuridica di secoli, se non di millenni, ed inserito nella nostra Magna Carta, ad opera di costituenti, anche di ideologie diverse, ma tutti ben consci delle loro responsabilità, con un alto senso dello Stato e del bene comune, oggi difficilmente riscontrabile, recita: "La repubblica italiana riconosce i diritti della famiglia, come società naturale, fondata sul matrimonio".

    Dunque in una riga è detto tutto o quasi tutto, l’essenziale. Intanto la Repubblica non crea ma riconosce i diritti della famiglia, perciò questa precede lo Stato e non viceversa, perché esiste come prima piccola ma vera società, per cui giustamente la società grande non può non prenderne atto. Su che cosa si fondi poi la famiglia chiamiamola naturale, è altrettanto dichiarato con estrema chiarezza "fondata sul matrimonio", dunque su un ‘istituzione ben precisa collaudata da millenni di storia sia pure con qualche accezione diversa ma sempre come fatto pubblico, celebrato e riconosciuto. Qualcuno di questi tempi fa notare che la Costituzione parlando di matrimonio non ha precisato tra uomo e donna e non altrimenti.

    L’obiezione apparentemente suadente si ritorce fin troppo facilmente; per i Costituenti, e ripetiamo di ogni estrazione non solo cattolica, era talmente pacifico come frutto di coscienza comune ed universale che il matrimonio semplicemente umano fosse concepibile quale fonte di comunione interpersonale e di vita unicamente in chiave eterosessuale che non hanno pensato minimamente ad esplicitarlo. Tralasciando ogni altra considerazione in merito, già possiamo dedurre una conseguenza molto seria. Pare che stando anche solo a questo testo fondamentale, ogni eventuale legislazione che pretendesse di equiparare o esplicitamente o surrettiziamente il matrimonio e relativa famiglia così chiaramente delineati ad altre forme di unioni volutamente non conformi a quelle istituite attualmente, sarebbe esposta come minimo a giudizio di incostituzionalità avanti l’Alta Corte, come già hanno detto e scritto illustri giuristi di diversa scuola.

    3. Situazioni di fatto, convivenze non ufficializzate

    Precisato quanto sopra sia a livello ecclesiale che civile, rimane il problema che il legislatore non può ignorare: esistono coppie o comunque persone che di fatto, per ragioni svariate non hanno voluto o potuto formalizzare giuridicamente il loro legame e che a volte da molti anni condividono la loro vita in qualche modo, dal punto di vista affettivo ed anche terra terra, come abitazione e sostegno reciproco, con figli o senza, in ogni caso un rapporto non riducibile semplicemente ad una dipendenza qualunque tipo lavoro.

    Prescindendo qui da ogni aspetto a ragione o torto, in buona o cattiva fede, molto enfatizzato sia per il numero di questi casi sia per motivazioni spesso discutibili, compresa la facile strumentalizzazione ideologica e politica, occorre evidentemente trovare una qualche risposta a situazioni a volte decisamente incresciose che possono provocare sofferenze ed addirittura ingiustizie. Ora senza entrare in merito ai dettagli particolari delle possibili soluzioni che sono tante e cambiano continuamente sia come titolazioni delle eventuali misure legislative sia soprattutto come contenuti, pare che comunque si debba tenere quali punti fermi almeno questi due:

    - sembra equo che tenendo conto delle realtà in atto si provveda a tutelare, attenti bene per non equivocare!, non le coppie come tali, tipo matrimonio vero e proprio, ma le persone come singole implicate in queste situazioni, ad esempio per quanto riguarda assistenza reciproca ed altri rapporti quali abitazione comune ed anche patrimoniali fiduciari; quello che deve restare fermo in modo inequivocabile nella sostanza e nella forma anche a livello di termini ufficiali, come già detto in precedenza, è che in nessun modo né diretto o indiretto si parli di matrimonio e di famiglia, quelli veri istituzionalizzati; oltre tutto non sarebbe giusto poiché chi celebra il matrimonio secondo le norme comuni acquista dei diritti ma pure contrae dei doveri che le cosiddette coppie di fatto non si assumono.

    - lo Stato che in qualche modo deve pure tenere conto di tutte le situazioni anche quelle anomale, non può però trascurare il suo compito primario e doveroso, quello di sostenere ben più di quanto ha fatto sinora, i matrimoni e le famiglie regolari, specie quelle deboli, povere in difficoltà di ogni genere a cominciare dalla scuola e dalla casa, come chiaramente e perentoriamente gli impone sempre la Costituzione stessa negli art. 30,31,37.

    I cristiani poi, i laici in primo piano oltre che a dire i giusti no a pretese forme di matrimonio e famiglia chiaramente non accettabili, devono sentirsi fortemente impegnati ad offrire una testimonianza di vita in questi ambiti decisamente coerente ed insieme a cooperare come cittadini a difendere il pieno rispetto di ogni persona ma pure quello delle famiglie vere.

    +Sebastiano Dho, vescovo

    Una posizione in contro tendenza

    MILANO

    Kevin Harris ha 53 anni, è un discografico che lavora nel capoluogo
    lombardo dagli anni '80, sposato da sette anni con Suzanne. Nulla di
    strano, se non avesse rivelato il suo passato di transessuale. Ha
    cercato di raccontarlo alla trasmissione "Il Bivio", andata in onda
    giovedì sera su Italia 1 e dedicata al caso di due gemelli
    transessuali.

    Kevin partecipava perché lo avevano invitato, ma "durante la
    registrazione, quando ho esordito dicendo che ero cristiano, si è
    alzato un coro di proteste. L'on. Vladimir Luxuria è partito in
    quarta, mi ha interrotto e ha preteso di avere la parola. E intanto,
    a me, sono venuti a togliere il microfono, fisicamente".

    Pensa che l'abbiano censurata perché non era allineato alle
    posizioni di Luxuria?

    "Io la considero solo ignoranza, non mi sento offeso. Lo giudico un
    comportamento infantile".

    Ma non dare spazio alle opinioni diverse non è certo una prova di
    tolleranza.

    "Quello non era un dibattito: era una storia già montata".

    Se le hanno impedito di raccontare la sua storia in tv, le ridiamo
    noi la voce…

    "Abitavo nel Sud della Nuova Zelanda, a Invercargill. Dall'età di 6
    fino a 46 anni ho cercato la mia femminilità, travestendomi con
    abiti da donna. Ero già pronto, in lista d'attesa, per sottopormi
    all'intervento chirurgico per cambiare sesso, come un transessuale
    anche se non sono mai stato gay. Ma ero cristiano e continuavo ad
    andare in chiesa".

    Ci andava vestito da donna?

    "No, nessuno era al corrente del mio problema. La mia trasformazione
    a quell'epoca avveniva soltanto in privato. Io stesso non sapevo che
    si potesse cambiare. La mia frustrazione era troppa e pensavo non ci
    fosse un'alternativa per risolvere la mia situazione, tranne quella
    di diventare una donna. In quel momento Dio ha steso la mano e mi ha
    salvato con il programma di Living Waters. Ho smesso di assumere gli
    ormoni femminili, ma ci sono volute 20 settimane di corso per
    ricostruire la mia identità. Poi nel 2000 mi sono sposato e con mia
    moglie siamo diventati missionari".

    Missionari?

    "Non potevo negare il potere che Dio ha avuto su di me. Dovevo
    diventare un leader e aiutare gli altri".

    E sua moglie? Conosceva già la sua storia?

    "Fino a quando, in Nuova Zelanda, abbiamo partecipato insieme al
    corso di Living Waters, nessuno era al corrente della mia
    condizione. Anche lei lo ha appreso lì, quando ho rivelato la mia
    disperazione. Ma all'epoca non eravamo ancora sposati".

    Living Waters, si traduce all'incirca con Acqua Vivente. Ma cosa
    intende, una specie di lavaggio del cervello?

    "No, è tutto su base volontaria. Diciamo che è la psicologia
    applicata alla fede. Il nostro è un corso che prevede 32 incontri di
    tre ore ciascuno o più flessibili e concentrati in una-due
    settimane. Anche se per risolvere alcune dipendenze sessuali a volte
    occorre affrontare ferite che risalgono al passato e si sono evolute
    in narcisismo, in idolatrie relazionali. E in questi casi serve un
    impegno maggiore".

    Quanti vi seguono?

    "In Italia abbiamo appena iniziato. Nel 2006 abbiamo organizzato
    cinque corsi e hanno partecipato circa 150 persone. Non tutti però
    avevano problemi di identità di genere, anche se d'altra parte il
    problema che riguarda più o meno tutti; il corso si rivolge anche a
    chi soffre, per esempio, di depressione o di mancanza di autostima".

    E si paga per partecipare?

    "Chiediamo un impegno di circa 100-150 euro, che servono a pagare
    l'affitto della sala e il manuale".

    Cosa insegna il manuale?

    "È il testo di Andy Comiskey, un pastore evangelico, ex-gay, che ha
    fondato nel 1980 ungruppo di aiuto per le persone che volevano
    uscire dall'omosessualità. Si parte da Cristo, che è la base per
    poter sviluppare delle sane relazioni con gli altri".

    Un gruppo di autoaiuto, sul modello degli Alcolisti Anonimi?

    "Sì, anche loro sono partiti da un fondamento cristiano - anche se
    ora lo hanno abbandonato - dalla constatazione dell'esistenza di un
    problema, ma anche di una forza che c'è fuori di me, più grande di
    me. Ma occorre capire che con la sola buona volontà non ti curi. È
    la fede a darti quella forza straordinaria di cui hai bisogno".

    E per questo lei crede che sia sufficiente la preghiera?

    "Noi pensiamo che sarà la verità a renderci liberi. Living Waters
    insegna quali sono le cause che provocano certi effetti. Molti, che
    si riconoscono nella situazione descritta durante i corsi, seguono
    anche il meccanismo che aiuta a uscirne".

    E intanto i media continueranno a censurarvi, come è accaduto al
    Bivio. Si rende conto che andate in controtendenza?

    "Living Waters non può essere fermata, è una potenza. Il nostro
    programma c'era prima di loro e continuerà a crescere ancora".

    Il metodo Nicolosi

    Ricostruire l'identità di genere: 1 su 3 ci riesce

    MILANO

    Funzionano i metodi di ricostruzione dell'identità di genere. Anche
    se i risultati di pieno successo riguardano solo un terzo di quelle
    persone che intendono superare l'omosessualità e si orientano
    stabilmente e armoniosamente verso l'eterosessualità, magari anche
    legandosi stabilmente con l'altro sesso. Un altro terzo però
    migliora la propria capacità di gestirsi con equilibrio, mentre il
    resto "fallisce" e persiste nell'omosessualità indesiderata.

    Gli approcci sono diversi tra loro, "ma noi li consideriamo
    complementari ", spiega Claudio Agosta, ticinese, che opera in
    Svizzera da 15 anni, dove annualmente si tengono tra i 20 e i 25
    corsi di Living Waters, con una media di una trentina di
    partecipanti.

    "Il corso si basa sulla fede cristiana. Se manca, allora proponiamo
    percorsi individuali, come quelli che si ispirano alla terapia
    riparativa".

    È il metodo che si rifà alla teoria e all'esperienza dello psicologo
    californiano Joseph Nicolosi. Chi lo propone, come i milanesi del
    Gruppo Chaire, si vede attaccato dagli attivisti gay, che temono,
    come esito di tale "violenza", il suicidio. Ma nessun paziente di
    Nicolosi si è mai suicidato.
    In realtà, secondo Giancarlo Ricci, psicoterapeuta milanese, "la
    teoria riparativa dà così fastidio perché distingue tra gay e
    omosessuali. E nega che vi sia una terza natura, oltre a quella
    maschile e quella femminile".

    Diversamente non ci sarebbe possibilità di riorientarsi. "La tecnica
    consiste nel mettere in evidenza la relazione con il padre e
    ricostituire l'identità di genere e lamascolinità", spiega Ricci che
    nella sua esperienza clinica, in 9 casi su 10, riscontra problemi di
    identificazione con il padre. "La situazione classica è: "Mia mamma
    si divertiva a vestirmi da femmina". E si tratta di una sorta di
    abuso, non sessuale, ma certamente di genere". Come vadano d'accordo
    religione e psicanalisi sembra un mistero, ma "a volte vanno fianco
    a fianco nello sconfiggere il male", conclude Ricci.

    A.M.

    LIVING WATERS

    È un programma sviluppato nel 1980 dal pastore protestante ed exgay
    Andy Comiskey, che mira ad aiutare persone sofferenti a causa di
    problemi e ferite emotive, relazionali, sessuale e d'identità. Lo
    propongono Kevin e Suzanne Harris (nella foto). Internet:
    www.lwitalia.com.

    GRUPPO CHAIRE

    Il gruppo, nato a Milano nel 2000 per rispondere alla domanda di
    aiuto di alcuni giovani omosessuali, promuove incontri di formazione
    spirituale, antropologica e psicologica rivolti a chiunque.
    Internet: www.obiettivo-chaire.it

    ANDREA MORIGI
    © Libero, 26 gennaio 2007