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    Solidarietà e Sport

    Lunedì 2 Febbraio 2009
    ore 20.oo
    l'Azione Cattolica di Bellaria
    presenta la Va edizione di:

    SPORT E SOLIDARIETA'



    programma della serata:

    presenta Andrea Prada

    Cena insieme
    Tombole con premi a tema sportivo
    Lotteria con premi sportivi per tutti
    Aste di maglie originali offerte da importanti società calcistiche

    Saranno presenti alla serata alcuni calciatori professionisti

    Il ricavato sarà devoluto a favore dell' Associazione Papa Giovanni XXIII, in particolare alla missionaria di Bellaria Sara Foschi

    quote

    20 euro per adulti
    10 euro ragazzi fino a 15 anni

    prenotazioni

    Filippo 3392152404
    Mauro 3490890930
    Giovanna 3492853271
    Stefania 3471209833
    Cristina 3393480806


    Per ritrovare ragioni di speranza

    'Per ritrovare ragioni di speranza'. Il Vescovo interviene su senzatetto

    "Per ritrovare insieme ragioni di speranza e di impegno educativo". Così il Vescovo di Rimini, monsignor FrancescoLambiasi, titola la sua riflessione sul fermo dei quattro ragazzi accusati del tentato omicidio di Andrea Severi. L'intervento del Vescovo:

    RIMINI | 26 novembre 2008 | Mercoledì 12 novembre eravamo in tanti nella chiesa della Colonnella a pregare per Andrea Severi, vittima di un gesto di assurda e gratuita violenza.

    Concludevo il mio intervento dicendo: Vorrei poter incontrare l’autore di questo atto criminale, guardarlo negli occhi e chiedergli: Come hai potuto compiere tale sfregio a un tuo fratello, anzi a Cristo stesso presente in lui? 


    Oggi la domanda angosciante: “Chi è stato?” ha la risposta, una risposta molto inquietante.

    Gli autori hanno un nome e un volto a noi familiare. “Ragazzi normali” si è detto da più parti, ma appunto questo deve fare riflettere tutti noi: questi ragazzi, che sono stati nelle nostre scuole, nelle aule di catechismo, che hai incontrato il giorno nel bar e magari ti hanno servito un caffè, la notte credono di vincere la noia, il non senso della vita, tirando petardi o dando fuoco a un barbone mentre dorme su una panchina. Ora che i colpevoli hanno confessato la giustizia deve fare il suo corso.

    Non si chiedono per loro punizioni vendicative, ma opera di riparazione: che il pentimento espresso a parole sia la sincera presa di coscienza di un’enorme violenza commessa e si traduca in una effettiva ed efficace educazione al valore della vita. 


    Spero di incontrare i genitori, per condividerne l’angoscia e lo smarrimento e trovare insieme ragioni di speranza e di impegno.

    C’è una responsabilità e un’urgenza di servizio educativo che riguardano tutti noi adulti. Dobbiamo interrogarci su quale testimonianza, quali ragioni di vita e di speranza sappiamo offrire. Nessuno è escluso da tale esame di coscienza: le famiglie, le nostre comunità ecclesiali, la scuola, le pubbliche amministrazioni, gli strumenti di informazione. 


    Vorrei soprattutto incontrare tanti giovani e rivolgermi ad ognuno di loro. Lo farò il 13 dicembre a Rimini per l’appuntamento della “Luce nella notte” e in tanti altri luoghi della Diocesi. Desidero riflettere assieme a loro sul bene prezioso della nostra persona e di ogni persona, prima di tutto di quelle con le quali la vita è stata amara.

    Vorrei in particolare incontrare i tanti giovani che si stanno impegnando nello studio e nel lavoro, in un cammino di fede e a servizio degli altri: nei gruppi parrocchiali, nelle case famiglia dell’associazione Giovanni XXIII, negli scouts, nell’AC, in CL, nei gruppi di servizio e di volontariato… desidero ringraziarli per quanto fanno e incoraggiarli a testimoniare che questo è il bello della vita, per sé e per gli altri. 


    Vorrei infine incontrare Andrea, ristabilito. Rinnovargli la nostra amicizia e solidarietà. Potergli dire che la sua sofferenza non è stata inutile, ma ha portato tutti noi a riflettere e ad impegnarci. 

    + Francesco Lambiasi, vescovo

    grazie a tutti per i commenti

    http://i275.photobucket.com/albums/jj305/lovely_madelon/plaatjes/ciao.gifAmici, grazie a tutti per i commenti e per le bellissime risposte.....
    ...rispondo ad alcuni degli interventi



     per Cristina
    Ciao Cristina....mi spiace sentire che stai male ed hai il cuore ferito, ti ricordo sempre nella preghiera, e credo che sia proprio quel Dio che tu dici essere assente a ricordarmelo, cmq non voglio convincerti di questo, volevo solo fartelo presente, per me è naturale, volti e nomi di persone che sono nel bisogno la sera prima di andare a letto mi passano in rassegna nella mente. Riprendo alcune tue provocazioni, scrivi: viviamo in una socetà dove vince il più forte....ritorno nel mio mondo, magari meno luminoso, ma son certa che sarà difficile ferirmi....abbraccio le loro armi...egoismo ,superficialità,esteriorità....BASTA NON VOGLIO PIU CREDERCI....

    mi pongo alcune domande
    1. Chi è il più forte in senso vero ? Chi ama veramente è un forte.....
    2. Cosa vincono i forti della nostra epoca? Forse qualche premio in danaro?
    Io conosco tanti perdenti.......pochi vincenti veri
    3.
    .egoismo ,superficialità,esteriorità. portano alla pienezza di se stessi, non alla felicità, forse ad una felicità apparente, ma in fondo ti svuotano dentro, non credo che queste tre cose siano una cura alla tua inquietudine

    C'è vita solo dove c'è amore. La vita senza amore è morte. La legge dell'amore governa il mondo. Se c'è nel cuore umano un amore puro, tutto il resto segue automaticamente e il campo del servizio è illimitato. Se si aprono le porte del cuore tutto può entrarvi. ............ detto da uno che soffriva abbastanza, ma che non era per nulla triste!!!
    (Gandhi)


    per Sara

    sono gli Huga Flame, quelli che mi hai fatto ascoltare vero? Ho scaricato l'ultimo disco, secondo me si sono banalizzati, all'inizio toccavano temi più tosti...come quelli dei due testi che mi hai proposto...li riascolterò meglio, e cercherò di usarli a scuola. Credo cmq che rispondano in maniera troppo semplice a tanti temi, che in fondo sono più complessi di quello che sembra!!!

    Se vuoi contattami personalmente per le altre cose........


    UN ABBRACCIONE DI CUORE A TUTTI


    “Giovani, andate controcorrente!”

    Omelia del Vescovo per la GMG 2008  

     

    domenica 20 luglio 2008

    La capitale del “divertimentificio” starebbe diventando l’epicentro del “deprimentificio”: questa la sorte della nostra città, secondo un quotidiano locale di qualche giorno fa, in base alla escalation della vendita degli anti-depressivi, in sensibile aumento tra i giovani. Il fenomeno viene spiegato con il fatto che Rimini è “una città in cui bisogna apparire e, dovendo apparire, si genera una corsa ad un’apparenza che va sostenuta con il look, l’immagine e quant’altro”. È così: l’ansia di avere-potere-piacere genera un accanimento del desiderio che, a forza di volere sempre di più, si ritorce fatalmente in insoddisfazione e frustrazione, le tetre anticamere della depressione.

    Depressione: la chiamano il male oscuro, il tunnel dell’anima, l’epidemia del Terzo Millennio. Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità affermano che nel 2020 diventerà la seconda causa di disabilità nel mondo, esattamente come le malattie cardiovascolari. Intanto in Italia ne è colpita una persona su quattro; negli USA otto ragazzi su cento, al punto che si parla di Teen Depression. Anche da noi sono soprattutto i giovani a soffrire di depressione, dicono sociologi e psicologi che li hanno in cura. Mentre invece sarebbe proprio la generazione giovane a dover portare il fresco sorriso della vita in una società invecchiata troppo in fretta e avvitata su se stessa. Perché? quali pestiferi bacilli intossicano la vita delle nuove generazioni?

    Ma non vi ho convocato qui per invitarvi a riflettere direttamente su queste domande. Ne ricavo semplicemente l’input per chiedermi con voi: qual è il contributo più valido che voi giovani credenti potete dare a questa nostra società obesa e depressa? Anticipo la risposta: è la forza imbattibile della vostra gioia.

    1. Partiamo da s. Paolo. Nella lettera ai Romani scrive: “Lo Spirito di Cristo viene in aiuto alla nostra debolezza”. E il Papa, in occasione di questa XXIII GMG, ci ha rilanciato l’ultima promessa del Risorto ai discepoli. “Avrete forza dallo Spirito Santo”.

    Debolezza-forza: tra questi due estremi scorre tutta intera la più piccola e la più grande di tutte le storie: la storia di Gesù di Nazaret. Riandiamo all’inizio della sua vicenda pubblica. Appena ricevuto lo Spirito Santo nel battesimo al Giordano, Gesù si reca nel deserto dove è sottoposto all’incantesimo ammaliante di Satana. Il Tentatore gli prospetta un messianismo trionfalistico, fatto di prosperità terrena (trasformare le pietre in pane), un messianismo di audience guadagnata al prezzo stracciato di miracoli strabilianti (come lanciarsi dall’alto del tempio, in caduta libera, senza rete di protezione) fino a conquistare il dominio politico di tutte le nazioni. Ma Gesù ha detto di no alla facile abbondanza materiale, all’ambigua popolarità, all’ambizione del potere temporale, e ha detto di sì all’umile servizio, al dono di sé, alla croce.

    Come ha fatto Gesù a resistere al miraggio seducente dei miti correnti e ricorrenti del benessere, del dominio, del successo? La risposta è chiara: grazie alla forza dello Spirito Santo, che aveva appena ricevuto nel battesimo. Ma non solo il prologo nel deserto della Giudea: è tutta l’attività pubblica di Gesù ad essere animata e movimentata – dovremmo dire “dinamizzata” - dalla dynamis (= forza, potenza) dello Spirito Santo. L’evangelista Luca salda così l’episodio delle tentazioni nel deserto con i felici inizi della predicazione in Galilea: “Gesù ritornò in Galilea con la forza dello Spirito Santo” (Lc 4,14). E da allora in avanti tutto il cammino del giovane Messia ha avuto “per compagno inseparabile lo Spirito Santo” (s. Ireneo).

     

    2. Cari giovani, anche voi dovete lottare contro la subdola seduzione dei miti scintillanti che oggi stregano il cuore di molti.

    Il primo è il mito dell’edonismo, della esaltazione del libero godimento individuale, del piacere sempre e comunque, che svincola la sessualità da ogni norma morale oggettiva, riducendola spesso a gioco e consumo, e indulgendo con la complicità dei mezzi di comunicazione sociale a una sorta di idolatria dell’istinto. La rivoluzione sessuale aveva promesso di renderci più felici, più realizzati, più vivi. Ma questa felicità dov’è andata a finire? Di fatto si è verificata una scissione tra corporeità e affettività: il partner è diventato un semplice strumento del proprio appagamento momentaneo; la sessualità si è trasformata in tecnica. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: gravidanze in età sempre più acerba; rapporti di coppia sempre più brevi e irresponsabili; donne frustrate dall’impossibilità di esprimere la propria emotività; uomini che scorrazzano in un mondo che non gli chiede mai di diventare adulti. È questo che si voleva ottenere con la proclamata libertà sessuale? Il sesso “mordi e fuggi”? Questa non è cultura di amore e di vita; è la cultura del nulla: è cultura di morte. È l’aria ammorbante di una società, che s. Paolo definirebbe “senza cuore” (cfr Rm 1,31).

     

    Una seconda sfida è rappresentata dal mito dell’immagine. È una vera e propria sindrome della “vetrinite”: apparire per non morire. Si tratta di una patologia che fa strage tra gli adulti, ma anche tra i giovani. Ecco un sintomo attendibile: al primo incontro con una persona, se ne fa una “radiografia” istantanea in base alle griffes della borsa, della cinta o delle scarpe da tennis. Così, invece di essere malvisti, non si viene proprio visti, perché alla fine si è tutti uguali.

    Ma non è triste ripetere le scelte della massa? Una quindicenne rispondeva tranciante: “I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in TV, loro sì esistono veramente e fanno quello che vogliono. Ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra vita sarà inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio il ragazzo moro o quell’altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci dei jeans uguali a quelli degli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”. Capite, amici: questa è la sottocultura televisiva, ma non è solo colpa della TV. Nelle parole disperate e stroncanti della ragazzina c’è l’eco del filosofo Nietszche: l’uomo o è un super-uomo o è un nulla. C’è l’eco anche di un altro pensatore, Sartre: l’uomo è ciò che fa, e dunque se non fa nulla di grande e di grandioso, non vale niente.

    La generazione delle nipotine di nonni educati al risparmio, dei figli dei padri cresciuti nel boom economico, sembra destinata dall’industria dei consumi a rimanere sola davanti alla musica malandrina di sirene che puntano solo a spolparli, e appare condannata a non pretendere dagli adulti nient’altro che mantenimento - abbigliamento - divertimento. Chi aiuterà i nostri giovanissimi a non lasciarsi inghiottire dalle sabbie mobili del nichilismo, di questa assenza di sogni e di ideali?

     

    Il terzo è il mito dello sballo. Anche questo è diventato uno status symbol: se al sabato sera non ti fai sette, otto drinks e superalcolici, se non ti rimbambisci con musica assordante che ti isola dagli altri che stanno a dieci centimetri dalla tua pelle, se non prolunghi l’uscita serale fino alla colazione del giorno dopo, allora vieni etichettato come quello che non sa divertirsi. Per non parlare della disinvoltura con cui si fa uso di droghe, dai “fumi” in su. Uno sballo, che rende spietatamente più soli e più tristi.

    Questo è il massimo di libertà che vi viene concesso da una società che si struttura attorno alla violenza, al denaro, al cinismo, alla brutalità: la libertà di eccitare a dismisura i desideri, di accelerare i tempi fino alla frenesia, di cancellare ogni pazienza, e di esaltare sempre e comunque una trasgressione senza scopi e senza scrupoli. Domanda: cos’è la libertà? è la possibilità di deprimersi nell’autonullificazione o è la capacità di esprimersi nel dono di sé? Meno di un mese fa, il Papa nell’udienza generale del mercoledì si chiedeva: qual è il massimo della libertà: è il dire “no” o il “dire “sì”? e rispondeva:

     

    “Solo nel ‘sì’ l’uomo diventa realmente se stesso; sono nella grande apertura del ‘sì’, nella unificazione della sua volontà con la volontà divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa ‘divino’. Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in se stesso; lo è uscendo da sé, è nel sì che diventa libero” (25 giugno 2008).

     

    Certo, se la libertà è questa “capacità del sì”, nessun uomo nel cammino della vita può mai andare… in automatico!

     

    3. Cari ragazzi e ragazze, mi sono dilungato a descrivere una situazione in corso, che voi conoscete meglio di me, ma l’ho fatto apposta per ricavarne una domanda inevitabile, anche se retorica: ma è vita questa? E allora chi vi darà la forza per ribellarvi, per andare controcorrente, per vincere le seduzioni del Maligno? Il papa ci riconsegna oggi la promessa di Gesù risorto: “Avrete forza dallo Spirito Santo”. Ci domandiamo: ma in che modo lo Spirito Santo ci dona la sua forza per superare la nostra debolezza? Ecco la risposta: facendoci rivivere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”.

    Sì, è con la forza dello Spirito Santo che “Cristo non cercò di piacere a se stesso” (Rm 15,3); si donò a noi “mentre eravamo ancora peccatori” (Rm 5,6); “da ricco che era, si è fatto povero per noi” (2Cor 8,9); “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini; umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6ss). Se nel battesimo ci viene donato lo stesso Spirito di Cristo e nella cresima questo dono ci viene confermato, allora possiamo stare sereni: è lo stesso Spirito di Cristo che ci fa vivere con la forza di Cristo e secondo il suo stile.

     

    La tradizione monastica riassumerà questa vita di Cristo secondo lo Spirito in tre parole “povertà-castità-obbedienza”. Queste parole non valgono solo per frati e suore, sono nel DNA di ogni cristiano. È interessante notare che esse sono state riprese dalla regola di base di molte comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti. Ma se funziona per il recupero, non può funzionare anche per la prevenzione? In positivo, vorrei mostrare come la povertà sia la risposta alla sfida che viene dal mito dell’immagine; la castità al mito del piacere; l’obbedienza a quello della trasgressione e dello sballo. Però mi manca il tempo, ma forse più che tanti ragionamenti, basterebbe citare alcuni nomi di una litania di santi che, a dirli tutti, dovremmo stare qui fino a domani mattina. Permettetemi almeno di nominare Francesco e Chiara d’Assisi; Teresa di Gesù Bambino e madre Teresa di Calcutta; Alberto Marvelli e Sandra Sabattini; Giovanni Paolo II e come non citare lui, il nostro Don Oreste Benzi?

    Guardando i loro volti, si vede in modo accecante che povertà, castità e obbedienza sono le corsie preferenziali per la vera felicità. È proprio così: non è vero che la povertà faccia godere di meno; piuttosto fa godere di più perché ti distacca dalla frenesia e dall’ingordigia incontentabile, che vuole sempre di più, come la bestia dantesca “che mai non empie la bramosa voglia / e dopo il pasto ha più fame che pria”. Non è vero che la castità faccia amare di meno, semmai ti fa amare di più, perché sana in radice la tua voglia malsana di possedere l’altro e di trattarlo secondo l’imperativo consumista: “usa e getta”. Non è vero che l’obbedienza ti rende più dipendente, ti rende anzi più libero, perché ti fa raggiungere la libertà più vera e più alta: non quella del tuo io dagli altri, ma quella dal tuo io per gli altri.

     

    Carissimi giovani, non abbiate paura dello Spirito Santo! È lui la forza che vi fa dire come s. Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,25). Senza lo Spirito di Cristo, Dio diventa irreperibile; Cristo si riduce a un mito; il vangelo rimane un libro cellofanato; la Chiesa diventa una babele; la comunione una noiosa burocrazia; la missione una faticosa, inutile propaganda; la liturgia una nostalgica rievocazione; la preghiera uno sconsolato soliloquio. Ma in Lui e con Lui, Dio si rende palpabile; Cristo viene e si fa presente; la Chiesa è una pentecoste permanente…

    E tu diventi sempre più tu, mano a mano che diventi copia conforme dell’originale più bello, Cristo Signore, il più bello tra i figli dell’uomo.

    E noi non siamo più una somma di individui o un aggregato informe, ma diventiamo il suo Corpo vivente nella storia.

    Non ci resta allora che pregare:

     

    “Vieni, Spirito Santo!

    Vieni con la tua forza in aiuto alla nostra debolezza.

    Donaci la tua luce per credere che la nostra piccola esistenza,

    nonostante tutto, fa parte di un progetto d’amore più grande.

    Vieni, Spirito Santo!

    Nella Chiesa, corpo di Cristo, tu ci raduni nell’unità.

    Donaci il tuo amore per renderci costruttori di comunione e di fraternità,

    per sanare il cuore amaro del mondo

    con le opere della nonviolenza, della solidarietà, del perdono.

    Vieni, Spirito Santo!

    Nella fede liberaci dalla preoccupazione di pensare soltanto a noi stessi,

    nella speranza rendici forti per non lasciarci paralizzare dalla paura di non riuscire,

    nel tuo amore facci diventare umili e forti per amare.

    Vieni, Spirito Santo!

    Aiutaci tu a vivere la vita come vocazione, in dialogo con te.

    Donaci un cuore grande per accogliere anche le vocazioni più impegnative.

    Vieni, Spirito Santo!

    Regalaci la certezza che il domani è già cominciato oggi,

    con la fedeltà al vangelo di Gesù, nelle piccole e grandi scelte quotidiane.

    Vieni, Spirito Santo!”.

     

    +Francesco Lambiasi

     


    Dalla Parola di oggi

    + Dal Vangelo secondo Matteo

    In quel tempo, Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano.  Ciò vedendo, i farisei gli dissero: “Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato”. Ed egli rispose: “Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato”

    Noi comprendiamo male la legislazione del sabato del tempo di Gesù. Bisogna studiare assai il suo contesto prima di capirla. Ma ciò che ci si impone, è la sovranità con la quale Gesù si oppone a tutte le prescrizioni, dando come vero criterio la misericordia. È insensato vietare a un affamato di mangiare, qualsiasi siano gli argomenti addotti. Ed è altrettanto insensato sacrificarsi per amore del sacrificio. Incriminare le persone che trasgrediscono la legge senza conoscere i loro motivi non ha senso. La vita ha troppe sfaccettature per chiuderla in paragrafi. Siamo dei libertini? No, finché l’istinto della fame non si trasforma in egoismo brutale. Se il nostro cuore rimane tenero nei confronti delle persone che ci vivono vicino, Dio non ci rifiuterà la tenerezza del suo cuore: egli non ama che siamo sotto tutela. E quando i figli hanno fame, forse che i genitori pensano per prima cosa a discutere questo o quello?

    Oggi, nella mia pausa contemplativa, sosterò a dilatare il mio cuore nell'identità di un Dio che non è statico, fermo a decisioni irrevocabili. Lo vedrò rispondere al pianto di Ezechia che, nella prima lettura, chiede a Dio che gli sia prolungata la vita; soprattutto "dimorerò" in quella parola che sento rivolta a me: "Voglio misericordia e non sacrificio". Che è come dire: fa' che trionfi sempre in te l'amore, che l'amore sia la molla di tutto il tuo pensare e agire.

    Dalla Parola del giorno

    Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone.



    Come vivere questa Parola?
    I discepoli sono sul piede di partenza e il Maestro indica alcune cose importanti da mettere nella " bisaccia da viaggio". Per predicare il Regno è necessario essere leggeri, avere lo sguardo rivolto agli altri, dimenticando i propri bisogni, ricalcare le orme di Gesù, che ha guarito gli infermi, ha sanato i lebbrosi e ha risuscitato i morti. L'apostolo è soprattutto colui che, avendo " ricevuto gratuitamente" dona gratis il suo tesoro. Perché il suo annuncio sia trasparente e indichi con chiarezza ciò che vuole comunicare, cioè l'appartenenza al Regno, bisogna che le sue parole siano coerenti con la sua vita e che altri beni non offuschino
    il bene supremo a cui tutti sono invitati a tendere. I consigli di Cristo agli apostoli sono trasferibili a tutti i cristiani il cui impegno sociale nel politico e nell'economia deve essere vissuto in modo tale che non sia in contrasto con il Vangelo. Il quotidiano di chi ha deciso la conversione di marcia per seguire Gesù è connotato dalla semplicità, dalla sobrietà, dalla volontà di comunione, soprattutto con i più poveri. All'inizio dell'invio dei discepoli, c'è un verbo che sintetizza l'atteggiamento di coloro che vogliono essere annunciatori della buona notizia: " Andate". Partire, uscire, lasciarsi sedurre. Significa sapersi allontanare da ciò che è garantito, conosciuto, gratificante. Significa porsi in viaggio verso l'esterno di sé, andare altrove dove si incontra l'esistenza di altri uomini e donne di cui porsi in ascolto per condividere, per imparare la novità del Vangelo. Significa esporsi all'altro, una realtà che spesso ci interpella e ci cambia la vita.

    Nella pausa di silenzio, pregherò così:

    Donami, Signore, la capacità di mettermi in viaggio, con umile cuore, verso il tuo Regno di amore e di pace.

    Parole di un teologo
    Gli apostoli partirono a due a due. La nostra vita è una perpetua partenza, in un chiaro mattino di primavera. E' sempre primavera per Dio ed è sempre mattino, e gli apostoli sono sempre giovani; la partenza è sempre un inizio.
    L. Cerfaux

    ASCOLTA IL CAP 10 DEL VANGELO DI MATTEO

    Dio non è prigioniero delle consuetudini

    NATIVITA' DEL BATTISTA


    Solennità importante quella che celebriamo oggi... tanto che prende il sopravvento sulla normale domenica del Tempo ordinario. Celebriamo una nascita allora, e la prima cosa che mi viene da dire è questa: va bene il Natale, la nascita di Gesù, oppure l'otto settembre, natività di Maria, ma perché celebrare anche la nascita del Battista con tale solennità? Perché è importante farne memoria? Mi do questa risposta: perché Giovanni è colui nel quale desiderio di Dio e desiderio degli uomini si incrociano. Giovanni raduna in sé tutta l'attesa della storia e bene lo capiamo dall'importanza che assume nella liturgia della parola del tempo di Avvento... il desiderio dell'uomo di incontrare Dio lo possiamo raccogliere nel Precursore. Non dunque soffocare i desideri dell'uomo. Se mai, ingigantirli. Non censurare le attese. Se mai, dilatarle. Non squalificare le vibrazioni del cuore umano. Se mai, leggerle, leggerle in profondità così che ognuno, con i ritmi che gli sono propri, possa scoprire che le sue attese più profonde trovano risposta e luce nel Signore Gesù. (don A. Casati)
    Giovanni è il suo nome... Mi colpisce molto la cura con cui Luca sottolinea i nomi delle persone... mi colpisce molto l'importanza che viene data al nome... chiediamoci allora insieme che cosa significa avere un nome. Avere un nome significa avere una identità, essere qualcuno, ma questo è possibile solo se c'è qualcuno che ce lo riconosce perché nessuno si dà il nome da sé sono sempre gli altri a dirci veramente siamo, a consegnarci una identità. Per questo sono i genitori a scegliere il nostro nome, perché è un tutt'uno con il dono della vita. Spesso nel vangelo notiamo l'assenza del nome quando si parla di qualcuno... proprio qualche giorno fa durante il secondo campo scuola, insieme agli altri sacerdoti dicevamo questa cosa ai ragazzi parlando loro di Lazzaro e del ricco epulone: il ricco non ha nome perché ha lasciato che le cose potessero riempire la sua vita. Le cose, per quanto grandi, belle, speciali o tante, non possono darci una identità. La nostra vita, quando è solo piena di cose, è come una bellissima casa splendidamente arredata, magari pulita ed in ordine, ma disabitata: che tristezza! Noi non siamo fatti per le cose, ma per le relazioni. E non secondario a tutto questo i significati dei nomi: Zaccaria, ovvero Dio si ricorda; Elisabetta, il mio Dio è giuramento; Giovanni, Dio fa grazia.
    Sempre riguardo al nome non può non colpire la nostra attenzione il fatto che la circoncisione qui passa in secondo piano... ciò che conta non è la circoncisione, bensì l'imposizione del nome; è importante perché è il nome indicato dall'angelo e non un nome determinato dalle consuetudini familiari è l'azione di Dio non è prigioniera delle consuetudini. Giovanni è un dono della misericordia di Dio e Dio vuole per lui un nome che ne dica l'identità e la missione, non un nome che semplicemente indica la parentela. (don D. Simonazzi)
    Volevano chiamarlo con il nome di suo padre... ma sua madre intervenne... C'è una disputa sul nome da dare al bambino e in questa disputa è come se si confrontassero due modi di intendere la vita: quello di chi si limita a constatare i fatti, in questo caso gioiosi, che accadono e quello invece che ha scoperto che la vita e la storia degli uomini sono guidate da Dio. In questo senso è molto importante che Zaccaria dia la conferma che il nome è quella stabilito da Dio... non è obbedienza cieca, accettazione passiva, ma adesione responsabile al progetto di Dio, è far proprio il suo disegno. Zaccaria ed Elisabetta possono fare questo perché sono dei poveri... la vita stessa li ha resi poveri, umili; in questo senso sono anche persone molto libere in quanto non hanno nulla da difendere, non hanno una immagine da difendere, nessuno su cui contare se non Dio. C'è un'ultima cosa secondo me bella proprio su questo: Elisabetta e Zaccaria, chiamando Giovanni il loro figlio, è come se interrompessero una parentela... non c'è continuità con la parentela degli uomini perché Dio chiama Giovanni a vivere un qualcosa di nuovo. Nella misura in cui riconosciamo la nostra vita all'interno di una chiamata divina, non solo nel Battista Dio fa grazia, ma in ogni persona. Ogni persona può dare origine a dei legami non di parentela ma di misericordia.



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    Commento al Vangelo di Oggi
    A tavola con i peccatori

    Di certo molti lettori di queste righe avranno presente la tela di Caravaggio in cui un gruppetto di uomini, entro un sordido ambiente, si accanisce al gioco d'azzardo, al punto che alcuni neppure si accorgono del fascio di luce portato dall'ingresso di Gesù. Questi punta il dito verso uno di loro, il quale sgrana gli occhi e col gesto sottolinea il proprio stupore, come dicesse: "Io? Proprio io? Ma lo sai chi sono io? Sei sicuro di voler chiamare proprio me?"
    L'impagabile dipinto rappresenta il brano evangelico di oggi, la vocazione di Matteo, il quale aveva ben motivo di meravigliarsi. Egli era un pubblicano, un ebreo che faceva l'esattore delle tasse per conto degli odiati Romani occupanti la Palestina, un traditore del suo popolo, un pubblico peccatore che i compatrioti evitavano come la peste; ed ecco, proprio uno dei più rispettabili tra loro, quel Maestro di Nazaret così ammirato per le sue parole e i suoi prodigi, non solo non lo evitava: l'andava a cercare, lo interpellava, lo chiamava a seguirlo!
    Come dire di no, a tanta degnazione? Quella chiamata lo riscattava dal generale disprezzo, gli apriva impensate prospettive, gli offriva una nuova vita. Come dire di no? Matteo "si alzò e lo seguì", non prima di avere offerto ai suoi colleghi una cena d'addio, cui intervenne lo stesso Gesù con alcuni apostoli. Scandalo nello scandalo, per i benpensanti: il Maestro non solo parla con un pubblicano, ma addirittura siede a mensa con lui e altri suoi compari; compie verso di loro un gesto che di natura sua esprime vicinanza, condivisione; cenare con qualcuno non è il semplice nutrirsi in contemporanea con lui, è celebrare con lui il rito dell'amicizia.
    E' lo stesso Gesù a spiegare il proprio comportamento: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori". Chiamare Matteo non significa dunque condividere o approvare i suoi comportamenti sbagliati, ma invitarlo a cambiare, a diventare migliore. Matteo ha accolto l'invito: ha lasciato il suo banco delle imposte, ha seguito il Maestro, è diventato uno dei dodici apostoli, e in seguito uno dei quattro che hanno steso un resoconto scritto delle opere e degli insegnamenti di Gesù. Il suo vangelo, insieme con gli altri tre, è rimasto nei secoli, ed è tuttora, la basilare testimonianza su cui poggia la fede dei cristiani.
    L'episodio di cui fu co-protagonista prende rilievo proprio dalle citate spiegazioni di Gesù, che ne fanno non un caso isolato, un'anomalia, ma una regola: egli è venuto per tutti gli uomini, perché tutti, in modi e gradi diversi ma tutti, sono peccatori, cioè spiritualmente malati. E Gesù non è il poliziotto che scopre i delinquenti né il giudice che li condanna, ma il medico che li risana.
    Si rivela qui (come peraltro in tutto il vangelo) un'immagine di Dio profondamente diversa da quella di altre religioni, ma anche da quella che a volte ne hanno gli stessi cristiani. Dio non è il potente che si vendica scagliando fulmini su chi l'ha offeso, o peggio lo colpisce a capriccio; non è il ragioniere che per ciascun uomo tiene il conto puntiglioso del bene e del male, in attesa di tirare le somme e applicarne le conseguenze; non è il padrone severo che licenzia chi sgarra, e peggio per lui se poi muore di fame. Gesù, il nostro Dio, come ha ricordato il brano di domenica scorsa è la solida incrollabile roccia su cui costruire la propria vita; è il medico, è il fratello disposto a perdonare "settanta volte sette". E' l'amico che invita alla sua mensa: ogni domenica, quando, come si usa a cena con gli amici, si parla (lui a noi, con le letture; noi a lui, con le preghiere), si gusta il cibo (e mancano le parole, per dire di quel cibo), l'amicizia si rinsalda, si accresce il desiderio di rinnovare l'incontro.



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    dalla delusione della vita al senso di ogni cosa (BUona Domenica)

    Di tutti gli episodi postpasquali, quello dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) è ricco di aiuto e di ispirazione per noi credenti. Il segreto dell’episodio sta in due viaggi: il venir via da Gerusalemme con il passo pesante ed il tornarvi correndo.

     

    via.jpgHe Qi, La via per Emmaus I due viaggi dei discepoli di Emmaus hanno al centro la risurrezione da quello stato di morte interiore che si portavano dentro viaggiando verso Emmaus. Tutto ruota attorno all’apparizione straordinariamente amichevole di Gesù, venuto non solo per far loro sapere che era risorto, ma per farli risorgere e, di conseguenza, diventare a loro volta capaci di fare risorgere altri. Noi infatti crediamo che non solo Gesù è risorto e ci farà risorgere, ma che ci sta facendo risorgere per trasformarci in persone capaci di trasmettere risurrezione: il Signore è risorto per questa pienezza, non per se stesso.
    dalla delusione della vita al senso di ogni cosa

    Il viaggio da Gerusalemme a Emmaus è, molto emblematicamente, il viaggio della vita, perché lo potremmo definire il viaggio della delusione. Questi due discepoli sembrano vivi, parlano, discutono, ma in realtà è come fossero morti, perché sono radicalmente delusi. La delusione è un’esperienza molto seria e, diciamolo pure, molto difficile, forse la più difficile della vita. Accade di sentire persone che dicono “almeno non avessi sperato”, perché è meglio non sperare che sperare e rendersi conto che dietro la speranza c’è la delusione. Noi accettiamo che la vita in qualche cosa ci deluda, ma a poco a poco, se la delusione diventa troppo grande e prende la misura della vita stessa, arriviamo a quel limite che è la soglia suprema di sopportazione e concludiamo che la vita è una delusione. Quando si arriva a questa situazione irreversibile si è capaci di tutto, anche del suicidio.

    I due discepoli avevano giustamente sperato tutto da Gesù, una persona degna di ispirare non una illusione ma un ideale tale da coinvolgere tutta la vita. Essi avevano sicuramente puntato tutto su lui; e la città che era diventata allora la città della gioia, dell’incontro, della verità, dell’amico, di lui insomma, a un certo punto diventa l’insopportabile città da cui non c’è altro da fare che andarsene.
    Un cammino della delusione dunque, la stessa che tanto o poco abbiamo incontrato tutti, si trattasse o no di Dio. Bisogna avere il coraggio di affermare che la delusione è un esperienza necessaria se vogliamo veramente incontrare Dio, perché senza la delusione continueremmo a pensare che la gioia e Dio stesso abbiano la nostra misura, e da questa misura non potremmo mai uscire. Solo quando ci accorgiamo che Dio è molto più grande e più buono di quello che noi pensiamo e che questa grandezza e questa bontà ci superano e devono sradicarci dalle idee e dalle abitudini che abbiamo, solo allora possiamo incominciare a dire che abbiamo conosciuto Dio. Ricordiamo che Gesù, affrontando la grandezza del Padre al Getzemani, disse: “se fosse possibile mi terrei la mia misura, non vorrei la tua misura, però capisco che la tua misura, Padre, è quella giusta e, perciò, venga”. Così dunque dobbiamo, in qualche modo, essere scarnificati delle nostre illusioni per incontrare il Signore.

    Il cammino della delusione sarebbe probabilmente finito male per questi due uomini, così totalmente delusi nella loro profonda speranza religiosa. Ma il Signore si è fatto presente; questo è di fondamentale importanza. Gesù, certamente lo si incontra in una chiesa, ma lui ci cerca nella nostra delusione o nei momenti difficili, precisamente quando la fede avrà gli occhi offuscati e tutto quello che si saprà dire, commentando una vicenda della vita, è “speravamo”, ma col tono di chi ha inutilmente sperato.
    Quando insomma ci accadesse di volgere le spalle a Gerusalemme (che vuol dire volgere le spalle alla capacità di sperare e talvolta perfino alla capacità di credere e di pregare, alla voglia di essere fedeli a Dio) perché, in fondo, ci vien da pensare che non ne valeva la pena e siamo stati delusi, sarà il Signore allora, pieno di amicizia, a venire al nostro fianco. È bene sapere prima che lui insiste e non ci abbandona mai, perché al momento giusto non ce ne accorgiamo. Dunque, sul cammino della delusione che scende nella vita e l’avvolge, lui c’è.
    via.jpgHe Qi, Cena ad Emmaus Gesù si affiancò a quei due poveretti e fece la cosa più bella che Dio sapesse mai fare nella vita di un uomo: svelò che nelle cose che erano accadute c’era un senso. La domanda più preziosa che Gesù fa a questi due è proprio questa: “ma non sapevate che...”. La delusione ci dà la sensazione che ogni senso sia perduto, e per noi che viviamo così poco e siamo povere creature, è facile arrivare alla conclusione che non c’è senso. Queste non sono parole che si dicono facendo della filosofia, ma in genere si sospirano, si piangono nel cuore.

    L’uomo di oggi arriva molto presto alla conclusione che non c’è senso, e che allora tanto vale, questa vita, viverla come una cosa senza senso. Noi siamo, senza accorgercene, in una sottile cultura del disprezzo di tutte le cose;
    quando non c’è più senso in una cosa la si butta, la si lascia morire, la si uccide. È Gesù la verità; il grande regalo che fa a questi due, che fa a noi, è affermare che il senso c’era, perfino nell’assurdo che non doveva capitare. È molto confortevole quando lo spirito di Dio ci convince, come sa fare lui, che c’è senso. Nelle cose che non capiamo, nelle cose che patiamo, nella monotonia di ogni giorno, in tutto quell’insieme che ci fa appunto protestare, c’è senso; il cuore dell’episodio di Emmaus è qui: passare dall’ignoranza alla conoscenza della verità, che vuol dire: mi rendo conto che c’è senso nella tua morte e che, se c’è senso nella morte di Gesù, c’è senso in tutto. via.jpgHe Qi, Il Signore risorto
    Ci vuole coraggio a dire che c’è senso nella morte di Dio, non perché è una morte, ma perché Dio sa infondere il senso anche nella e oltre la morte. Per i piccoli, per gli innocenti, per i traditi, il senso rimane. Le persone impregnate di questa verità non devono avere il minimo dubbio: c’è senso anche quando il nostro cuore piange, la nostra mente si ribella e restiamo bloccati dalle situazioni. Il suicidio non è la soluzione giusta.
    Dunque Gesù dice che c’era senso e, dicendo che c’era senso, scalda il loro cuore che non sapeva più battere, credere e sperare. E loro si ravvivano, arde il loro cuore, cominciano a ritrovare coraggio, a sentirsi invogliati verso di lui; era questo che lui voleva. Poco per volta nel cuore dell’uomo è un desiderio nuovo, è un’intuizione diversa, è il sospetto che valga la pena ritornare a Dio. Anche per le persone che sono sulla frontiera tra Dio e non-Dio o tra non-Dio e Dio, Dio c’è, non diamoli mai per perduti, insistiamo molto a pregare perché a poco a poco il sospetto che Dio ci sia e che valga la pena tornare a lui con umiltà le prenda, le lusinghi, le consoli.

    Essi, dunque, sedettero col Signore ed Egli si svelò loro nella frazione del pane. Lo riconobbero e divenne invisibile. C’è una lezione in tutto questo. Nasce in questi uomini, una volta per tutte, la tipica tensione della fede, che è una tensione dal visibile all’invisibile. Essi, forse, vedranno ancora per qualche momento Gesù, ma ad ogni modo hanno visto quel tanto che basta per sapere che la fede non vede, sanno che egli c’è e d’ora in avanti cominceranno a vivere secondo quello che non vedono, non secondo quel che vedono. Questa è la sfida della fede.


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    Auguri di buona Pasqua.


    Auguri di buona Pasqua


    Dalle tenebre alla luce

    Comunità Missionaria Villaregia
    Ecco l'invito che ci presenta il Vangelo di Pasqua: entrare nella luce di Cristo risorto.
    Maria Maddalena, mossa dall'amore per il Maestro che l'aveva liberata da sette demoni, parte quando è ancora buio per piangere sulla sua tomba, è l'amore che la muove, che la fa andare incontro a Cristo anche se morto. E' importante questa sottolineatura di Giovanni: "Quand'era ancora buio". Maria Maddalena non attende di avere certezze per incontrare il Signore. Parte, va incontro a lui, anche se si tratta di incontrarlo, in questo caso nel sepolcro, quando ancora è immersa nel buio, nel dolore, nell'incertezza, nell'angoscia...
    Questo è importante, spesso, infatti, l'esperienza della sofferenza è come una cappa che ci copre e non riusciamo più a capire, a vedere entriamo in un tunnel buio senza uscita e tutto ciò che era motivo di vita sembra ormai svanito, tutto è finito...
    In fondo era questa la situazione della Maddalena riportata nel vangelo di oggi. La morte del maestro, di chi le aveva restituito la vita vera, la sconvolge, non capisce più niente, non si ricorda più delle sue parole di speranza, della promessa della risurrezione. In questo stato d'anima lo cerca ancora morto, tra i sepolcri, non lo trova, il sepolcro è vuoto, pensa che qualcuno l'ha prelevato, non ha capito che la morte non poteva trattenere il Signore della Vita. Sì, credeva in Dio, ma non aveva ancora la fede piena, illuminata, che ci donava la comprensione giusta in ogni situazione della vita. Il dolore così travolgente l'aveva presa tutta, il cuore, la mente erano chiusi. Nonostante ciò va dai discepoli e lì comunica la sua scoperta.
    Pietro e Giovanni escono di corsa... e trovano come aveva detto Maria Maddalena il sepolcro vuoto, le bende per terra ed il sudario piegato da un'altra parte... E credono. Aprono la mente ed il cuore alla promessa di Gesù. Il dolore, la forte sofferenza vissuta non aveva spazzato via la speranza che portavano nel cuore.
    Potremmo dire che la fede di Maria cresce piano piano, è una fede che si fa spazio dentro un desiderio di amore: ritrovare almeno il corpo di Gesù. E' in questo desiderio che Gesù si rende presente, si mostra "risorto", a lei per prima. Maria Maddalena non è andata via dal sepolcro, è voluta rimanere a cercare quel corpo, ha pianto per poterlo riavere. E Gesù si rivela.
    La fede in Cristo risorto ci dona una vita nuova, ciò che non aveva senso acquista il suo vero significato.
    Siamo chiamati a vivere da Risorti, cioè vivere in modo pieno la vita nuova in Cristo Gesù, ciò vuole dire:
    Vivere nella luce, Cristo vivo è luce e illumina la nostra vita, il nostro volto, il nostro sguardo. Il risorto vivo in noi ci illumina e possiamo anche illuminare tutti coloro che si trovano nelle tenebre, con la nostra presenza e la nostra parola.
    Vivere nella gioia, l'esperienza del risorto, leggiamo nei vangeli, ha portato la gioia nei cuori sofferenti dei discepoli. La gioia vera non è esente dal dolore. È la gioia della presenza di Dio vivo in noi e in mezzo a noi.
    Vivere nella pace, Gesù risorto ci dona la pace; viviamo con Lui e in Lui accogliendo la sua pace e donando pace a tutti coloro che incontriamo. È la pace che nasce dai cuori riconciliati.
    Vivere nell'amore, come Lui stesso ci ha comandato nell'Ultima Cena: "amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati", nell'amore reciproco, gratuito e grato, questo permette al Risorto di rimanere presente eternamente in mezzo a noi.
    Solo vivendo da risorti possiamo rispondere ai fratelli che ancora oggi non conoscono Cristo vivo. Sono miliardi di uomini che ci stanno domandando: Vogliamo vedere Gesù. A questa domanda possiamo rispondere come i primi cristiani che lo facevano vedere nel loro amore reciproco come ci viene presentato negli Atti degli Apostoli la vita nelle prime comunità cristiane.

    Facciamo nostre le parole profetiche che Paolo VI ha pronunciato in un'Omelia della Festa di Pasqua durante il suo Pontificato, ma ancora attualissima:
    "Cristo è risorto in un preciso momento della storia, ma ancora attende di risorgere nella storia di innumerevoli uomini, nella storia dei singoli e in quella dei popoli.
    E' risurrezione, questa, che suppone la cooperazione dell'uomo, di tutti gli uomini.
    Ma è risurrezione nella quale sempre si manifesta un fiotto di quella Vita che proruppe dal sepolcro in un mattino di Pasqua di tanti secoli or sono.
    Ovunque un cuore, superando l'egoismo, la violenza, l'odio, si china in un gesto d'amore verso chi è nel bisogno, lì Cristo ancora oggi risorge.
    Ovunque nell'impegno fattivo per la giustizia emerge una vera volontà di pace, lì la morte indietreggia e la vita di Cristo s'afferma.
    Ovunque muore chi ha vissuto credendo, amando, soffrendo, lì la resurrezione di Cristo celebra la sua definitiva vittoria.
    L'ultima parola di Dio sulla vicenda umana non è la morte, ma la vita; non è la disperazione, ma la speranza.
    A questa speranza la Chiesa invita anche gli uomini di oggi. Ad essi ripete l'annuncio incredibile, eppur vero: Cristo è risorto! Risorga tutto il mondo con Lui! Alleluia!"

    Celebrare la Risurrezione è credere nel bene, sforzandoci di costruirlo attivamente nella società; è promuovere la pace, impegnandoci a disarmare i nostri cuori dalle piccole ostilità che spesso fanno esplodere la "guerra" proprio tra le mura domestiche.
    Se nel quotidiano tutti, in prima persona, ci lasciamo trasformare da piccole scelte di dono, parlare di Risurrezione e credere nel trionfo della vita sulla morte non ci sembrerà più anacronistico.

    Cristo è risorto! DiciamoLO insieme a tutti i fratelli del mondo.




     

    MEDITAZIONI

    Il dito di Gesù


     

    Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra”; “e, chinatosi di nuovo, scriveva per terra”. È l’unico brano del Vangelo in cui vediamo Gesù scrivere. Giovanni riporta ben due volte nello stesso racconto questo gesto insolito di Gesù. Cosa avrà scritto? In che lingua? L’hanno potuto leggere le persone che gli stavano attorno? Siamo pronti a porci queste domande. Ma l’evangelista non soddisfa la nostra curiosità, piuttosto egli orienta la nostra attenzione sul gesto sorprendente di Gesù: mentre intorno a lui c’è molta tensione e agitazione, c’è l’atmosfera ostile e persino rischio di spargimento di sangue, Gesù, con tutta tranquillità, si china a scrive col dito per terra.
    I farisei e gli scribi hanno il dito puntato su una donna: è una peccatrice, colta in flagrante adulterio, dev’essere lapidata a morte secondo la legge.
    La donna, piena di vergogna e di paura, sta lì, “in mezzo”, esposta, umiliata, accusata, condannata, non osa alzare la testa. Il dito dei farisei è anche puntato in qualche modo su Gesù. La domanda che gli pongono: “Tu che ne dici?” non mostra di certo rispetto alla persona e apprezzamento del parere del maestro di Nazaret ma, come annota l’evangelista, è piuttosto un tranello “per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo”.
    Il dito di Gesù invece non punta su nessuno, non sulla donna, ma nemmeno sugli scribi e farisei freddi e spietati. Egli non si schiera né con il partito più forte né con colei che è più debole, non dà ragione né alla parte accusante, né all’imputata; non analizza, non discute, non giudica, non condanna, ma semplicemente si china e scrive per terra, il suo dito è puntato in basso, verso la terra, come se volesse scaricare tutto quell’odio, quella cattiveria che trasforma l’uomo in lupo contro i suoi simili, neutralizzare la di-scordia, il conflitto e l’ingiustizia che rodono le relazioni umane.
    Chinatosi in silenzio egli induce i presenti a guardare con sincerità dentro di sé, offre uno spazio di riflessione, provoca la consapevolezza del peccato in tutti: noi uomini e donne siamo tutti esseri deboli, bisognosi di misericordia, tutti siamo mancanti chi in un modo chi nell’altro, tutti abbiamo dei peccati, chi più chi meno; tutti abbiamo dei difetti, chi ne ha di più evidenti, chi di più nascosti; nessuno può considerarsi migliore degli altri, più giusto degli altri, più autorizzato a giudicare o condannare gli altri. Egli scrive concedendo ai presenti una pausa di autocritica, un attimo di verità e alla fine dice: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E vuol togliere la pietra dal cuore degli uomini prima che dalle loro mani.
    Chi può dirsi senza peccato? Chi si sente perfetto tanto da non aver bisogno di perdono? Giovanni risponde: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1Gv 1,8). Scrivendo per terra Gesù smaschera la falsità di chi si crede giusto e si sente a posto; egli invita tutti, con capo chino e nel silenzio, ad entrare in se stessi con sincerità ed umiltà per poter pronunciare parole simili a quelle che disse Davide: “Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto...” (Sal 51,5-6), o a quelle di un altro salmista penitente: “Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?” (Sal 130, 3). Chi accoglie la pausa di riflessione offerta da Gesù non sarà tanto pronto a giudicare gli altri, chi sa riconoscere la trave nel proprio occhio, non punterà il dito sulla pagliuzza nell’occhio del fratello e non gli scaglierà la pietra. Dice infatti Paolo: “Sei inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi, perché mentre giudichi gli altri condanni te stesso” (Rm 2,1).



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    IL VANGELO DELLA DOMENICA

    Ecco l'Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

     

    La salvezza è qualcosa che supera l’uomo e per questo è nelle mani di Dio. E’ il Cristo, infatti, che si carica sulle sue spalle i nostri limiti e i nostri peccati. Giovanni Battista, il precursore, l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento, indica nella persona di Gesù Cristo l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo: denominazione abbastanza esplicita per designare il Messia annunciato dai profeti. Ormai il tempo della salvezza è venuto: il Salvatore è in mezzo a noi. Ed è a Lui che dobbiamo consegnare la vita di ogni creatura, con il suo carico di gioie, dolori e speranze, così da essere capaci di camminare sulla strada della salvezza. Facciamo spazio al Cristo che viene incontro a noi nel quotidiano, mettendo da parte, come Giovanni Battista, noi stessi.

     

     

    Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,29-34)

    In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
    Parola del Signore

     

    Vieni Signore Gesù. Ho bisogno della tua salvezza. Ti apro la porta del mio cuore e della mia vita. Guarisci la mia ignoranza, i miei dubbi, le mie titubanze, le mie paure. Concedimi di sperimentare il tuo amore, la tua salvezza, la tua liberazione. Dammi una vita piena, purificami, liberami, rinnovami, entra nel mio cuore e nella mia vita e riempila di te.Rendimi testimone credibile della tua Parola, testimone autentico del grande “si” di Dio all’uomo.Testimone coraggioso della tua risurrezione, perché si costruisca un’umanità nuova, più fraterna, unita nel segno dell’amore che tu ci ha insegnato.
    COME AGISCE LO SPIRITO DI DIO SE CI FACCIAMO ILLUMINARE?




     

     

     

    da buttar via

     

     

     

    da ricevere

    in dono

     

    Superbia Dici troppo spesso IO. Io qua, io là etc etc. Pensa al fatto che se sei nato è perché tua mamma non ha detto io, ma ti ha dato da mangiare per nove mesi e poi.. sino ad oggi! Prova a pensare a quelle situazioni in cui pensi di “aver capito tutto tu”, in cui tutti sono scemi e l’unico furbo sei tu…. Ma sarà davvero così?

     

     

     

    Sapienza È la capacità di cogliere il filo che lega

    ogni cosa, la lente attraverso cui capire

    il mondo e te stesso. Capire, soprattutto, l’amore.

     

    Lussuria Tutto e subito, finché funziona, finché non si rompe. Sei così? Inghiotti un gelato o te lo godi piano piano? Un amico lo “bruci” subito cercando di sfruttarlo finché si può? Gli altri ti vanno a genio sino a che ti “danno” qualche cosa? Sei disposto a mangiare un panino subito, quando hai fame, piuttosto che aspettare un pranzo completo? E se hai pensato mi pappo tutti e due… beh, allora questo aspetto di te è decisamente da buttar via!

     

     

    Intelletto È la capacità di andare in profondità

    delle cose e delle situazione per capirle

    fino in fondo e, soprattutto, viverle fino in fondo

     in ciò che di bello e buono esse sono o hanno.

     

    Invidia. In fondo in fondo hai paura degli altri. Che siano giudicato meglio di te. Affondiamo tutti piuttosto. Se incontri qualcuno più bravo non ti spinge a diventare migliore ma pensi come farlo diventare peggiore. Contano più i voti degli altri o i fidanzati/e dei tuoi amici che quello che accade a te?

     

     

    Consiglio. È la capacità di essere amico davvero,

    aiutando gli altri a diventare migliori, la capacità

    di restituire quanto hai ricevuto, di ringraziare

    con il tuo affetto e con il tuo aiuto quanti ti hanno

     fatto diventare grande

     

    Accidia. Sei pigro? Pensi sempre a quello che potresti fare dopo al posto di quello che fai ora o che devi fare ora? Il tuo tempo è sempre quello del poi o del mai? Rimandare è il tuo sport preferito oltre a quello di lamentarti per quello che si fa ora? Tutto è brutto, tutto fa schifo, tutto è noioso… ma forse sei tu che vedi tutto così… forse sei tu che hai messo gli occhiali neri e vedi tutto nero…. Ecco un bel “pacchetto” da buttar via. Di quelli belli puzzolenti che appestano la tua vita

     

     

    Scienza. È la capacità di cogliere il bello,

     il positivo, la presenza di Dio in ogni cosa

    che accade, in ogni attività.

    E’ la capacità di capire ed interpretare

    anche il dovere come un dono di Dio,

    una via per diventare migliori e raggiungere la felicità.

     

    Avarizia. La tua parola d’ordine è “mio”. Tieni tutto per te, anche a costo che si rovini e che vada a male. Se fai un favore a qualcuno pensi subito a come e quando potrai chiederne uno tu. Le relazioni con gli altri sono sempre in termini di “lui mi deve” a “lei posso chiedere”. Tu non doni nulla, al massimo presti sperando di riavere in fretta e con gli interessi.

     

     

    Pietà. È il senso di altruismo, di compassione

     – cioè partecipare alla sofferenza

    ed alla fatica di altri –

    l’aiutare l’altro anche se questo

    può arrivare a renderlo migliore di noi.

     

     

    Ira. Prima ti arrabbi a poi ci pensi. Provi rabbia incontenibile al pensiero di non essere sempre al di sopra degli altri. Quando qualcuno ti fa un’osservazione ti arrabbi … e di più quando è giusta. È sempre un altro che ha colpa di come sei, di come non sei, del fatto che non sei come vorresti essere. E te la prendi con lui. Quando fai qualche cosa che non va la tua prima preoccupazione, automatica, è “a chi dare la colpa”. E giù via di parolacce quando non sono botte.

     

     

     

    Timor di Dio. È la capacità di dare

    un giudizio sereno su se stessi,

    accettando il proprio limite, i propri difetti.

    Accettare che noi non siamo Dio,

    ma che Lui lo è ed essere contenti

    che con Lui solo si possono

    fare cose grandi. Una sgridata aiuta

    a crescere ed un difetto riconosciuto

    è un difetto già mezzo sconfitto

    perché so che ci devo stare attento.

    Gola. Il frigorifero è il tuo rifugio? Non ci sono lacrime che la Nutella  non asciughi? A tavola cominci per primo senza aspettare nessuno? Quando hai finito ti alzi e te ne vai? Mangi per vivere o vivi per mangiare? Qui la zavorra, il peso.. diventi tu! Ti sembrerà poca cosa, ma saper aspettare, rinunciare alla caramella in più… quando sarai grande significherà saper resistere a tentazioni ben più difficili. Oggi sarà un panino di troppo, domani rischia di diventare una amicizia, una parentela ad essere inghiottita dalla tua voracità! Via, a mare i barili in più!

    Fortezza. capacità di resistere,

    di stare al proprio posto anche

    quando è difficile, la capacità

    di stare anche da soli, è l’equilibrio

    di chi sa qual è il proprio centro.…

    Aiuta ad essere fedele, ad andare

    fino in fondo senza lasciarsi

    portare fuori strada. Ti ricordo

    che hai un sacco di risorse da usare.

    Il marinaio è forte per definizione.

     


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    frase del giorno

     
    Dio non odia il buio, ma lo illumina. Non distrugge il vuoto, ma lo riempie della sua presenza. L'icona (la Parola in immagine) c'invita a guardare, e a fare, come Lui.
     
     

    Luisa Sesino


    Sai cosa è successo oggi?

    VANGELO DEL GIORNO

    Perdonate e vi sarà perdonato.


    Dal Vangelo secondo Luca 6,36-38
    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio"

    Gesù ci indica alcuni modi pratici di esercitare la misericordia. Primo: non giudicare. Durante questa Quaresima prendiamo la decisione di non giudicare mai. Sforziamoci di fare un digiuno di quei giudizi spontanei che diamo così spesso, in parole o in pensieri. Anche se siamo responsabili di qualcuno, non dobbiamo mai giudicare le sue intenzioni; non sappiamo quali siano i suoi sentimenti profondi, e il segreto del suo cuore non appartiene che a Dio. Condannare è ancor peggio: è dare un giudizio definitivo. Evitiamo la più piccola condanna, nelle nostre parole e nei nostri gesti. Al contrario, sforziamoci sempre di assolvere, di scusare, di rimettere a ciascuno il suo debito; cerchiamo di perdonare sempre e riceveremo anche il perdono del Padre. È così che verrà il regno di Dio "come in cielo così in terra".

    Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
    No Greater Love

    « Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro »

    Sono animata dal pensiero che senza sosta, dappertutto, è rivissuta la Passione di Cristo. Siamo pronti, noi, a partecipare a questa Passione? Siamo pronti a condividere le sofferenze degli altri, non soltanto lì dove domina la povertà, ma in ogni parte sulla terra? Mi sembra che la miseria e la sofferenza siano più difficili da risolvere in occidente. Raccogliendo un affamato nella strada, offrendogli una tazza di riso o un pezzo di pane, posso placare la sua fame. Ma colui che è stato picchiato, che non si sente desiderato, amato, che vive nella paura, che si sente rifiutato dalla società, prova una forma di povertà ben più profonda e dolorosa. Ed è molto più difficile trovarvi un rimedio.

    La gente ha fame di Dio. La gente è assetata di amore. Ne siamo coscienti? Lo sappiamo? Lo vediamo? Abbiamo occhi per vederlo? Quanto spesso, il nostro guardo erra senza fermarsi. Come se non facessimo altro che attraversare questo mondo. Dobbiamo aprire gli occhi, e vedere.



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    VANGELO DEL GIORNO

    Mt 5,43-48


    Siate perfetti come il Padre vostro celeste.
    + Dal Vangelo secondo Matteo
    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
    Siate voi dunque perfetti
    come è perfetto il Padre vostro celeste".


    Quando leggiamo questo brano di Vangelo, dobbiamo soprattutto pregare, dobbiamo implorare Gesù per poterlo vivere pienamente. Dobbiamo supplicare lo Spirito Santo di cambiare i nostri cuori al punto di poter perdonare e amare come Gesù, che ci ha dato la più grande prova del suo amore per noi sulla croce.
    È umano, è naturale che noi non possiamo amare i nostri nemici. Possiamo a stento evitare di ripagarli con gli stessi torti, ed è già molto! Ma Gesù ci chiama a molto di più. Egli ci dice di "amarli e di pregare per loro". Dio ha creato il nostro cuore in modo che esso non possa essere neutrale. Quando restiamo indifferenti nei confronti di qualcuno, siamo incapaci di scoprire ciò che vi è di migliore in lui, siamo incapaci di perdonarlo veramente. Si tratta ancora, quindi, di imitare il nostro Padre celeste, non nella sua potenza, nella sua saggezza, nella sua intelligenza, ma nella sua bontà e nella sua misericordia. Lui che non solo "fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti", ma che ha sacrificato il suo Figlio, il suo Figlio prediletto, per Giuda come per il buon ladrone, per tutti gli uomini.

    Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
    Commento sul salmo 118, 8

    « Egli fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni »



    “Del tuo amore, Signore, è piena la terra; insegnami il tuo volere” (Sal 118,64). Come può la terra essere piena dell’amore del Signore se non per la Passione del nostro Signore Gesù Cristo, di cui il salmista che da lontano la vedeva, celebra, in un certo senso, la promessa?... Essa ne è piena, perché la remissione dei peccati è stata data a tutti. Il sole ha ricevuto l’ordine di sorgere per tutti, e ciò succede ogni giorno. Per tutti infatti è sorto, nel senso mistico, il Sole di Giustizia (Ml 3,20), è venuto per tutti, ha sofferto per tutti, per tutti è risorto. E ha sofferto proprio per “togliere il peccato del mondo” (Gv 1,29)...

    Chi però non ha la fede, priva se stesso di quel beneficio universale. Se qualcuno, chiudendo le finestre, impedisce ai raggi del sole di entrare, non possiamo dire che il sole è sorto per tutti, perché questi si è sottrato al suo calore. Per quanto riguarda il sole, nulla è cambiato. Invece colui che manca di sapienza si priva della grazia di una luce proposta a tutti.

    Dio si fa pedagogo; illumina lo spirito di ciascuno, elargendovi il chiarore della sua conoscenza, a patto tuttavia che tu apra la porta del tuo cuore e accolga la luce della grazia celeste. Quando dubiti, affrettati a cercare, perché “chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7,8)


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    VANGELO DEL GIORNO

    Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 5,20-26
     

     
    Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
    Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!
     
    Gesù vuole farci "salire" con lui a Gerusalemme: egli non vuole che noi restiamo nella "pianura". Vuole che siamo "perfetti come il nostro Padre"! Com'è possibile questo? La perfezione che Gesù ci mostra, non lo capiremo mai abbastanza, non si pone sul piano della giustizia: non si tratta di voler esercitare alla perfezione tutte le virtù morali, di non commettere nessun errore nei confronti della legge di Dio. Ne siamo veramente incapaci! Si tratta piuttosto di imitare prontamente il Padre in ciò che più gli è proprio: il suo amore misericordioso e senza limiti.
    Si tratta di avere nei nostri cuori i sentimenti di veri figli e figli del Padre. Con ciò, Gesù ci chiede soprattutto una delicatezza estrema nei nostri rapporti di fratellanza. Non arrabbiarsi mai con un fratello, non trattarlo mai da stupido, non fosse che con il pensiero, non è cosa da poco! Ma Gesù che conosce benissimo il cuore del Padre, dà una tale importanza all'amore fraterno da arrivare a raccomandarci di "lasciare il dono davanti all'altare" per andare a riconciliarci con un nostro fratello. Difatti, ci capita talvolta di percepire come un'ombra, come un peso sul nostro cuore, e abbiamo un bel pregare: nostro Padre sembra lontano; è probabilmente perché serbiamo un risentimento, una tentazione di collera, un rancore nei confronti di un fratello. E Dio attende che noi perdoniamo. Tale è la legge costante della misericordia: la riceviamo dal Padre nella misura in cui la professiamo con i nostri fratelli. Ma è l'amore infinito che abita nei nostri cuori che ce ne rende capaci. (Nulla è impossibile a Dio, se ci affidiamo a Lui)

    San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme, dottore della Chiesa
    Prima catechesi battesimale, 5

    La quaresima : « tempo favorevole » per la confessione e il perdono prima di avvicinarsi all’altare del Signore

    Quello di oggi è il tempo della confessione. Disponiti dunque in questo tempo propizio a confessare i peccati che hai commesso in parole e opere, sia di notte che di giorno, e ne godrai in cielo nel giorno della salvezza (Is 49,8; 2 Cor 6,2) il frutto prezioso... Metti da parte le cose presenti e abbi fede in quelle future! Hai trascorso tanti periodi della tua vita senza darti tregua tra i vani affari del mondo, e non vorrai concederti una tregua di quaranta giorni per pensare all’anima? Lo dice la Scrittura: “Fermatevi e sappiate che io sono Dio” (Sal 45,11). Evita di parlare di tante cose inutili, non mormorare né ascoltare con piacere quelli che sparlano, ma sii sempre più disponibile per la preghiera. Dimostra nell’ascesi il vigore del tuo spirito. Purifica il ricettacolo del tuo cuore perché possa meglio ottenere e trattenere la grazia; poiché la remissione dei peccati è data in misura uguale a tutti, ma la comunione dello Spirito Santo viene partecipata a ciascuno nella misura dello spirito di fede. Se poco è il tuo impegno, scarso sarà il raccolto; se molto è il lavoro, abbondante sarà la mercede: corri per il tuo vantaggio, bada a ciò che ti conviene scegliere.
    Perdona se hai qualcosa contro qualcuno. Dal momento che anche tu vai per ricevere il perdono, non puoi assolutamente non perdonare chi ti ha offeso. Con quale faccia diresti al Signore: “Perdonami le molte mie colpe”, se non perdoni le poche del tuo conservo? (cfr. Mt 18,23)



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    FERMATI SUL MONTE

    Fermati sul monte!

    Duccio di Buoninsegna, la Trasfigurazione, 1308-11, predella, National Gallery, Londra





    L'uomo luogo di relazione

    Comunicazione: di quali mezzi si serve? La premessa utile e necessaria è su
    chi usa tali mezzi: l’uomo. La presa di coscienza del suo posto nel creato è
    un dato che coinvolge non soltanto l’intelletto, ma tutti i piani
    dell’essere fino ad arrivare a percepire lo spessore dei legami misteriosi
    che lo uniscono alla realtà nella quale si sente immerso e della quale sente
    di essere un cuore pulsante, partecipe e vivente. Comunicare significa
    lasciar passare, non porre barriere né in entrata né in uscita a tutto ciò
    che di volta in volta la situazione vissuta richiede; il che significa
    sostanzialmente apertura, capacità di ascolto che è un mettersi in sintonia
    e poi capacità di travasare quel che si muove dentro in risposta. Di solito
    ciò avviene attraverso il linguaggio, verbale e non. Parole e gesti
    acquistano una loro incisività, se veicolati dalla intenzionalità profonda
    da cui scaturiscono. Tutto è parola nell’uomo, per essenza. Il linguaggio
    della comunicazione è quindi inarrestabile. Un picchiettare nervoso che
    parla di insofferenza, un chinarsi premuroso che equivale a prendersi cura,
    un aprire le braccia per accogliere… le intonazioni più varie della voce:
    acute nell’esasperazione, pacate nella serenità, atone nell’indifferenza,
    vibranti nella partecipazione… una profondità di sguardo capace di lanciare
    lampi d’intesa, grida di aiuto, urla di paura, gemiti inesprimibili,
    sorpresa, emozioni… un aggrottare le ciglia per lasciar andare l’ira o per
    stupirsi di fronte a qualcosa di inaspettato… Tutto nell’uomo è
    comunicazione. Anche il silenzio. Anche una mimica non espressiva o
    discordante, addirittura i cenni disorganizzati, verbali e non verbali che
    siano, di chi ormai è alienato dalla realtà. Tutto nell’uomo è comunicazione
    Chi sceglie la dimensione contemplativa della vita non si allontana dal
    pozzo del villaggio per evitare gli uomini. Entra nell’agorà della
    comunicazione, in quelle zone franche tra il visibile e l’invisibile, tra il
    limite e l’Assoluto. Impara a conoscere modalità nuove di dialogo con la
    vita e con il mondo attraverso il vocabolario dell’essere, del dono, della
    perdita per diventare appartenenza.
    Impegno per la settimana: imparerò ad osservare la mia gestualità per
    comprendere il linguaggio veloce che propongo agli altri, a volte senza
    accorgermi, e poi imparerò ad usarla per esprimere tutto il "non detto" che
    vorrei donare a chi avvicino. sr teresa della + o.carm.


    www.januacoeli.it


    Ogni ricerca da questo sito, una donazione per i bambini rifugiati

    VANGELO DEL GIORNO

     
    Mt 6,7-15.
    Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
     
    Padre nostro che sei nei cieli,
    sia santificato il tuo nome;
    venga il tuo regno;
    sia fatta la tua volontà,
    come in cielo così in terra.
    Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
    e rimetti a noi i nostri debiti
    come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
    e non ci indurre in tentazione,
    ma liberaci dal male.
     
    Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

    Cari amici, il Padre nostro non è solo la preghiera del cristiano per eccellenza.....poichè Cristo stesso ci ha detto....voi dunque pregate così.....ma è anche il canovaccio su cui impostare ogni tipo di preghiera, in essa in fatti ci sono tutti gli estremi per impostare una preghiera sana......non che le altre preghiere non lo siano, ma è sicuro che in essa c'è la struttura per un buon dialogo con il Padre........


    Commento al Vangelo di

    Giovanni Taulero (circa 1300-1361), domenicano a Strasburgo
    Omelia 62

    « Venga il tuo regno »

    Se guardessimo per il sottile, saremmo spaventati al vedere quanto l’uomo cerchi il suo tornaconto personale in ogni cosa, alle spalle degli altri uomini, nelle parole, nelle opere, nei doni, nei servizi. Ha sempre in vista il suo bene personale: gioia, utilità, gloria, servizio da ricevere, sempre qualche vantaggio per sé. Questo ricerchiamo e perseguiamo nelle creature, e anche nel servizio di Dio. L’uomo non vede nulla se non le cose
    terrene, come la donna curva di cui ci parla il vangelo, che era tutta riversa verso terra e non poteva drizzarsi (Lc 13,4). Nostro Signore dice che “nessuno può servire a due padroni, Dio e la ricchezza” e prosegue dicendo “cercate prima – cioè prima di tutto e innanzi tutto – il Regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,24.33).

    Siate attenti dunque alle profondità che sono dentro di voi, e cercate
    solo il Regno di Dio e la sua giustizia – cioè cercate solo Dio che è il
    vero regno. Desideriamo questo regno e lo chiediamo ogni giorno nel Padre
    nostro. Il Padre nostro è una preghiera altissima e potentissima. Non
    sapete ciò che domandate (Mc 10,38). Dio è in persona il suo regno, il
    regno di tutte le creature ragionevoli, il termine dei loro moti e delle
    loro ispirazioni. Il regno che domandiamo, è Dio in persona, in tutta la
    sua ricchezza...

    Quando l’uomo ha queste disposizioni, cercando, volendo, desiderando Dio
    solo, diviene lui stesso il regno di Dio e Dio regna in lui. Nel suo cuore
    allora regna magnificamente il re eterno che lo regge e lo governa; la sede
    di questo regno sta nel più intimo del suo animo.



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    VANGELO DEL GIORNO

    Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 25,31-46.

    Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria.
    E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri,
    e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
    Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.
    Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato,
    nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
    Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?
    Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?
    E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
    Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.
    Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
    Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere;
    ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
    Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?
    Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me.
    E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna»

    San Simeone il Nuovo Teologo (949-1022 circa), monaco ortodosso
    Capitoli teologici, gnostici e pratici, § 92s ; SC 51, 110

    « L’avete fatto a me »

    Se uno fa l’elemosina a novantanove poveri e poi ingiuria, percuote o respinge uno solo rimasto a mani vuote, su chi ricade tale trattamento se non su colui che ha detto, che non cessa di dire, e che dirà un giorno: “Ogni volta he avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” ?... Egli è infatti in ognuno di questi poveri, è colui che è nutrito da noi in ciacuno dei più piccoli. Allo stesso modo, se uno dà oggi a tutti il necessario e domani, mentre può ancora farlo, trascura i suoi fratelli e li lascia morire di fame e di sete e di freddo, è come se avesse disprezzato e lasciato morire colui che ha detto: “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”...

    Se Cristo si è degnato di prendere il volto di ogni povero, se si è identificato a tutti i poveri, è perché nessuno tra coloro che credono in lui si innalzasse al di sopra del suo fratello..., ma l’accogliesse come Cristo, lo onorasse e utilizzasse ogni sua risorsa per il suo servizio, così come Cristo ha versato il suo sangue per la nostra salvezza... Forse questo sembrerà penoso a molti e sembrerà loro ragionevole dire: “Chi può fare tutto questo, curare e nutrire quanti ne hanno bisogno e non trascurare nessuno?” Che ascoltino San Paolo dichiarare: “L’amore del Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti” (2 Cor 5,14).







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