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ci sentiamo in SettembreCiao amici grazie MILLE!!!! per tutti i bellissimi commenti, domani parto per due campiscuola primo: dal 18 al 24 sarò con i lupetti a Limisano (Rocca San Casciano)secondo: dal 25 al 31 con i bambini delle elementari a Benedello (Pavullo nel Frignano)ci risentiamo in Settembre......un abbraccione ed una preghiera a tutti!!! La parola del giorno ( Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli)+
Dal Vangelo secondo Matteo
Simpaty![]() L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ![]() ma nell'avere nuovi occhi. Aggiungila ai tuoi contatti! Conosci Doretta? Ti "cerca" su Messenger! Salì sul monte, solo...MEDITAZIONE SULLE LETTURE DI QUESTA DOMENICA
![]() La folla è sazia. I pani consumati danno la forza di andare. E tutti vanno. I discepoli sulla barca si avviano verso l'altra sponda; la folla, rimasta sola con Gesù, ascolta la sua parola di congedo; Gesù sale sul monte, a pregare. È solo. La vita scorre via lasciandoti incerto e vuoto se non accogli nel silenzio della preghiera il tuo vissuto. I miracoli della sazietà attraversano le tue giornate, ma se non sali sul monte e ti fermi, solo, a pregare, sfuggono alla tua comprensione, e del miracolo ti resta solo l'ansia del volerlo ancora, per sentirti sazio... Puoi essere discepolo, stare con altri discepoli, ma è sufficiente un vento contrario e qualche onda agitata per gettarti nel panico. Ciò che ti crea più angoscia è il fatto che le onde non puoi fermarle, come anche il vento. Avverti di essere in balia di forze superiori a te, e questo ti sembra ingiusto, perché la tua barca ha il diritto di un mare tranquillo... Il buio accresce il senso di solitudine dei discepoli nella tempesta. Una solitudine diversa da quella di Gesù sul monte. La solitudine della paura che fa vedere come fantasmi anche le persone più familiari e amiche. Gesù cammina sul mare. Non ha bisogno di barca perché la sua signoria è naturale. Turbamento, paura, urla... aspettavano Gesù che li raggiungesse da altre parti, non certo sulle acque. E non basta una voce, la Sua voce, a rassicurarli: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». La sfida di Pietro è un po' il simbolo del nostro modo di accostarci al Dio potente: anch'io voglio camminare sull'acqua, tu puoi concedermelo... e qui si conosce chi veramente sia il Dio dell'universo. La Sua potenza è partecipazione di vita: qualunque cosa tu, uomo, volessi fare, ciò che è mio è tuo, fallo! Il problema però non sta in me che non ti do la possibilità di essere, ma in te che non ci credi... e preferisci restare nelle tue onde agitate e nel suono del vento... Se tu sapessi chi veramente sei, comanderesti al vento e lui ti obbedirebbe perché ti ho costituito Dominus del creato, al mio posto. Scendere dalla barca, camminare sulle acque, andare verso Gesù... è possibile. Ma se ascolti la violenza del vento e questa diventa più eloquente della presenza silenziosa di Dio davanti a te, tu affondi. Quando qualcosa ti fa affondare, non pensare sia la situazione che vivi... è la paura di quel vento contrario che ti sgretola la solidità del cammino. Sali allora sul monte, incontra il tuo Dio non più come un fantasma nella tua notte, ma come mano che ti afferra e ti salva. E quando il vento cesserà non potrai che riconoscere in quella salvezza il Figlio di Dio che è venuto a te! PREGHIERA Fermati sul monte, alla presenza del Signore... Ed ecco, il Signore passò (1 Re 19). CONTEMPLAZIONE Sul monte del silenzio, nel cuore della mia vita che somiglia spesso a una caverna dove passare le mie notti, tu, Signore, ti fai conoscere. Quanti venti impetuosi, quanti terremoti, quanti fuochi mi sono sembrati la tua presenza mentre ero a valle, immersa nelle cose di sempre. Qui sul monte, nel silenzio, tutte queste cose passano come vuote di te. E quando tu veramente arrivi, non incuti timore perché la tua voce è appena un mormorio, una brezza leggera che accarezza il mio volto. Tu sei qui, in questa solitudine amata dove tutto diventa parola tua... ........BUONA DOMENICA Potrebbe essere Dio (Renato Zero)ASCOLTA IL BRANO Potrebbe Essere Dio - Renato Zero
Renato riflette su Dio postato da (lu1968.cristiani@altervista.org) Potrebbe essere Dio (Renato Zero) Se c’era un Dio da discutere… Adesso, non c’è più. Sei troppo ingenuo da credere, che un Dio, sei tu… Dio, non sarà aritmetica, né parapsicologia. Non sta nei falsi tuoi simboli, nella pornografia! Ti giochi Dio al totocalcio, lo vendi per una dose, lo butti via in una frase, lo cercherai in farmacia… Pensi Lui vada a petrolio, la fede, non è un imbroglio… E, non c’è Dio sulla luna, ma in questa terra che trema! Se mai, non sarà Dio, sarà ricostruire… Se mai, lo ritroverai, in un pensiero, in un desiderio, nel tuo delirio, nel tuo cielo…Dio!!! …Potrebbe essere Dio… E anch’io, con te cercherei, nella paura una strada sicura, un’altra promessa, magari la stessa: Dio! Riporta Dio, dove nascerai, la dove morirai… Riporta Dio nella fabbrica, nei sogni più avari che fai… Ti giochi Dio al totocalcio, lo vendi per una dose, lo butti via in una frase, lo cercherai in farmacia… E Dio non è un manifesto, la morte senza un pretesto… La noia o un altro veleno, la bocca di un altro squalo… Se mai, un Dio, non ce l’hai, io ti presenterò il mio… Dove abita, io non saprei… Magari in un cuore, in un atto d’amore, nel tuo immenso io, c’è Dio!! …Potrebbe essere Dio… E tu, al posto suo, mi tradiresti? Mi uccideresti? Mi lasceresti senza, un Dio? ………………………………. Se mai, non sarà Dio, sarà ricostruire… Se mai, lo ritroverai, in un pensiero, in un desiderio, nel tuo delirio, nel tuo cielo…Dio L'ho sentita spesso in questo mese questa canzone e mi ha fatto pensare. Non c'è un Dio da discutere, Dio c'è. Perchè chi è così ingenuo da credere che sia Dio? Non sono forse troppo visibili i nostri difetti e i nostri limiti per poter credere di essere Dei? Eppure c'è chi lo fa, c'è chi si sente un Dio e nella propria vita fa contare solo il proprio bene. Ma è difficile credersi per sempre un Dio, perché nel momento di difficoltà ti accorgi veramente della tua miseria e il tuo essere Dio viene messo in discussione. Caro Zaccheo ti sembrano lontane queste persone? Non tanto se pensiamo al modo in cui utilizziamo la scienza se pensiamo all'aborto, all'eutanasia e alla clonazione. L'uomo vuole essere Dio, ma presto o tardi si accorgerà che non lo è. Come quando ha inventato la bomba atomica facendosi del male da solo. E allora se non crediamo un Dio bisogna pur trovarlo perché noi abbiamo bisogno di un Dio. In cosa lo cerchiamo? Nella sicurezza dell'aritmetica, nella parapsicologia? A volte non crediamo a Dio ma ai maghi sì. Oppure facciamo della passione il nostro Dio e questo lo chiamiamo "vivere senza limiti" essere "liberi", e così ci buttiamo nella pornografia. Lì Dio non c'è ci urla questa canzone! Allora dove vuoi cercarlo? Nella salute e nelle medicine e così abbattiamo la nostra depressione con gli antidepressivi ecc.. Ma alla fine non fanno più effetto e ci troviamo a imbottirci di medicine e a cercare qualche altra cosa. Quanto sarebbe semplice solamente affidarci a Dio e essere felici, affrontare con lui anche le difficoltà con serenità. Ma no, cerchiamo il denaro, più se ne ha e più si ha la felicità! Quante volte ho sentito questa frase: "Altro che il denaro non dà la felicità la dà e come". Ma più se ne avrà e più se ne cercherà e si vorrà sempre ciò che non si ha, non è più semplice accettare ciò che si ha? Ciò che manca a questo mondo non è forse proprio la serenità? Io non la vedo nelle corse impazzite di qua e di là! Non è forse contrario alla serenità non riuscire ad accettare ciò che si ha? E alla fine lo troveremo Dio, ma se eliminiamo tutto ciò che non potrà mai dare la felicità, tutto ciò che ci allontana da Lui per darci un piccolo piacere che poi ci lascia a bocca asciutta e con uno stato di insoddisfazione. Io invece vedo che la serenità l'hanno trovata persone (come i santi) che si sono allontanate da tutto questo. Mi viene in mente San Francesco ora. Caro Zaccheo sono lungo come al solito spero non ti sia addormentato leggendo ciò che ti scrivo ma vorrei pregare insieme a te e a tutti quelli a cui presenterai questo testo affinché tutti riescono a vedere oltre a queste cose che oscurano Dio per arrivare alla vera felicità e serenità Per tutti gli uomini che lo cercano con cuore sincero.
LA PAROLA DI OGGI (FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE) ![]()
QUALE CRISTIANESIMO NEL MONDO POST-MODERNO
Carlo Maria Martimi, Avvenire 27.7.2008
Che cosa posso dire sulla realtà della Chiesa cattolica oggi? Mi lascio ispirare dalle parole di un grande pensatore ed uomo di scienza russo, Pavel Florenskij, morto nel 1937 da martire per la sua fede cristiana: «Solo con l'esperienza immediata è possibile percepire e valutare la ricchezza della Chiesa». Per percepire e valutare le ricchezze della Chiesa bisogna attraversare l'esperienza della fede.
Sarebbe facile redigere una raccolta di lamentele piena di cose che non vanno molto bene nella nostra Chiesa, ma questo significherebbe adottare una visione superficiale e deprimente, e non guardare con gli occhi della fede, che sono gli occhi dell'amore. Naturalmente non dobbiamo chiudere gli occhi sui problemi, dobbiamo tuttavia cercare anzitutto di comprendere il quadro generale nel quale essi si situano.
UN PERIODO STRAORDINARIO NELLA STORIA DELLA CHIESA Se dunque considero la situazione presente della Chiesa con gli occhi della fede, io vedo soprattutto due cose. Primo, non vi è mai stato nella storia della Chiesa un periodo così felice come il nostro. La nostra Chiesa conosce la sua più grande diffusione geografica e culturale e si trova sostanzialmente unita nella fede, con l'eccezione dei tradizionalisti di Lefebvre. Secondo, nella storia della teologia non vi è mai stato un periodo più ricco di quest'ultimo. Persino nel IV secolo, il periodo dei grandi Padri della Cappadocia della Chiesa orientale e dei grandi Padri della Chiesa occidentale, come San Girolamo, Sant'Ambrogio e Sant'Agostino, non vi era un'altrettanto grande fioritura teologica.
E sufficiente ricordare i nomi di Henri de Lubac e Jean Daniélou, di Yves Congar, Hugo e Karl Rahner, di Hans Urs von Balthasar e del suo maestro Erich Przywara, di Oscar Cullmann, Martin Dibelius, Rudolf Bultmann, Karl Barth e dei grandi teologi americani come Reinhold Niebuhr - per non parlare dei teologi della liberazione (qualunque sia il giudizio che possiamo dare di loro, ora che ad essi viene prestata una nuova attenzione dalla Congregazione della Dottrina della fede) e molti altri ancora viventi. Ricordiamo anche i grandi teologi della Chiesa orientale dei quali conosciamo così poco, come Pavel Florenskij e Sergei Bulgakov.
Le opinioni su questi teologi possono essere molto diverse e variegate, ma essi certamente rappresentano un incredibile gruppo, come non è mai esistito nella Chiesa nei tempi passati. Tutto ciò è avvenuto in un mondo carico di problemi e di sfide, come la ingiusta distribuzione delle ricchezze e delle risorse, la povertà e la fame, i problemi della violenza diffusa e del mantenimento della pace. E poi particolarmente vivo il problema della difficoltà di comprendere con chiarezza i limiti della legge civile in rapporto alla legge morale. Questi sono problemi molto reali, soprattutto in alcuni Paesi, e sono spesso oggetto di differenti letture che generano una dialettica anche molto accesa.
A volte sembra possibile immaginare che non tutti stiamo vivendo nello stesso periodo storico. Alcuni è come se stessero ancora vivendo nel tempo del Concilio di Trento, altri in quello del Concilio Vaticano Primo. Alcuni hanno bene assimilato il Concilio Vaticano Secondo, altri molto meno; altri ancora sono decisamente proiettati nel terzo millennio. Non siamo tutti veri contemporanei, e questo ha sempre rappresentato un grande fardello per la Chiesa e richiede moltissima pazienza e discernimento.
Ma preferisco accantonare almeno per il momento questo genere di problemi e considerare piuttosto la nostra situazione pedagogica e culturale con le conseguenti questioni collegate all'educazione e all'insegnamento.
UNA MENTALITÀ POSTMODERNA Per cercare un dialogo proficuo tra la gente di questo mondo ed il Vangelo e per rinnovare la nostra pedagogia alla luce dell'esempio di Gesù, è importante osservare attentamente il cosiddetto mondo postmoderno, che costituisce il contesto di fondo di molti di questi problemi e ne condiziona le soluzioni. Una mentalità postmoderna potrebbe essere definita in termini di opposizioni: un'atmosfera e un movimento di pensiero che si oppone al . mondo così come lo abbiamo finora conosciuto. E una mentalità che si distacca spontaneamente dalla metafisica, dall'aristotelismo, dalla tradizione agostiniana e da Roma, considerata come la sede della Chiesa, e da molte altre cose. Il pensare postmoderno è lontano dal precedente mondo cristiano platonico in cui erano dati per scontati la supremazia della verità e dei valori sui sentimenti, dell'intelligenza sulla volontà, dello spirito sulla carne, dell'unità sul pluralismo, dell'ascetismo sulla vitalità, dell'eternità sulla temporalità. Nel nostro mondo di oggi vi è infatti una istintiva preferenza per i sentimenti sulla volontà, per le impressioni sull'intelligenza, per una logica arbitraria e la ricerca del piacere su una moralità ascetica e coercitiva. Questo è un mondo in cui sono prioritari la sensibilità, l'emozione e l'attimo presente. L’esistenza umana diventa quindi un luogo in cui vi è libertà senza freni, in cui una persona esercita, o crede di poter esercitare, il suo personale arbitrio e la propria creatività.
Questo tempo è anche di reazione contro una mentalità eccessivamente razionale. La letteratura, l'arte, la musica e le nuove scienze umane (in particolare la psicoanalisi) rivelano come molte persone non credono più di vivere in un mondo guidato da leggi razionali, dove la civiltà siano uguali, mentre prima si insisteva sulla cosiddetta tradizione classica. Oggi un po' tutto viene posto sullo stesso piano, perché non esistono più criteri con cui verificare che cosa sia una civiltà vera e autentica. '
Vi è opposizione alla razionalità vista anche come fonte di violenza perché le persone ritengono che la razionalità può essere imposta in quanto vera. Si preferisce ogni forma di dialogo e di scambio per il desiderio di essere sempre aperti agli altri e a ciò che è diverso, si è dubbiosi anche verso se stessi e non ci si fida di chi vuole affermare la propria identità con la forza. Questo è il motivo per cui il cristianesimo non viene accolto facilmente quando si presenta come la "vera" religione. Ricordo un giovane che recentemente mi diceva: «Soprattutto, non mi dica che il cristianesimo è verità. Questo mi dà fastidio, mi blocca. È diverso che dire che il cristianesimo è bello ... ». La bellezza è preferibile alla verità.
In questo clima, la tecnologia non è più considerata uno strumento al servizio dell’umanità, ma un ambiente in cui si danno le nuove regole per interpretare il mondo: non esiste più l'essenza delle cose, ma solo l'utilizzo di esse per un certo fine determinato dalla volontà e dal desiderio di ciascuno.
In questo clima, è conseguente il rifiuto del senso del peccato e della redenzione. Si dice: «Tutti sono uguali, ma ogni persona è unica». Esiste il diritto assoluto di essere unici e di affermare se stessi. Ogni regola morale è obsoleta. Non esiste più il peccato, né il perdono, né la redenzione e tanto meno il «rinnegare se stessi». La vita non può più essere vista come un sacrificio o una sofferenza.
Un'ultima caratteristica della postmodernità è il rifiuto di accettare qualunque cosa che sa di centralismo o di volontà di dirigere le cose dall'alto. In questo modo di pensare Vi è un «complesso anti-romano». Siamo ormai oltre il contesto in cui l'universale, ciò che era scritto, generale e senza tempo, contava di più; in cui ciò che era durevole e immutabile veniva preferito rispetto a ciò che era particolare, locale e datato. Oggi la preferenza è invece per una conoscenza più locale, plurali sta, adattabile a circostanze e a tempi diversi.
Non voglio ora esprimere giudizi. Sarebbe necessario molto discernimento per distinguere il vero dal falso, che cosa viene detto con approssimazione da ciò che viene detto con precisione, che cosa è semplicemente una tendenza o una moda da ciò che è una dichiarazione importante e significativa. Ciò che mi preme sottolineare è che questa mentalità è ormai dappertutto, soprattutto presso i giovani, e bisogna, tenerne conto.
Ma voglio aggiungere una cosa. Forse questa situazione è migliore di quella che esisteva prima. Perché il cristianesimo ha la possibilità di mostrare meglio il suo carattere di sfida, di oggettività, di realismo, di esercizio della vera libertà, di religione legata alla vita del corpo e non solo della mente. In un mondo come quello in cui viviamo oggi, il mistero di un Dio non disponibile e sempre sorprendente acquista maggiore bellezza; la fede compresa come un rischio diventa più attraente. Il cristianesimo appare più bello, più vicino alla gente, più vero. Il mistero della Trinità appare come fonte di significato per la vita e un aiuto per comprendere il mistero dell'esistenza umana.
«ESAMINA TUTTO CON DISCERNIMENTO» Insegnare la fede in questo mondo rappresenta nondimeno una sfida. Per essere preparati, bisogna fare proprie queste attitudini:
Non essere sorpreso dalla diversità. Non avere paura di ciò che è diverso o nuovo, ma consideralo come un dono di Dio. Prova ad essere capace di ascoltare cose molto diverse da quelle che normalmente pensi, ma senza giudicare immediatamente chi parla. Cerca di capire che cosa ti viene detto e gli argomenti fondamentali presentati. I giovani sono molto sensibili ad un atteggiamento di ascolto senza giudizi. Questa attitudine dà loro il coraggio di parlare di ciò che realmente sentono e di iniziare a distinguere che cosa è veramente vero da ciò che lo è soltanto in apparenza. Come dice San Paolo: «Esamina tutto con discernimento; conserva ciò che è vero; astieniti da ogni specie di male» (1 Ts 5:21-22).
Corri dei rischi. La fede è il grande rischio della vita. «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mì. 16,25). Tutto deve essere dato via per Cristo e il suo Vangelo.
Sii amico dei poveri. Metti i poveri al centro della tua vita perché essi sono gli amici di Gesù che ha fatto di se stesso uno di loro.
Alimentati con il Vangelo. Come Gesù ci dice nel suo discorso sul pane delta vita: «Perché il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv. 6,33).
PREGHIERA, UMILTÀ E SILENZIO Per aiutare a sviluppare queste attitudini, propongo quattro Esercizi: 1. Lectio divina. E una raccomandazione di Giovanni Paolo lI: «In particolare è necessario che l'ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell'antica e sempre valida tradizione della lectio divina che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta, plasma l'esistenza» (Nova Millennio Ineunte, N. 39). «La Parola di Dio nutre la vita, la preghiera e il viaggio quotidiano, è il principio di unità della comunità in una unità di pensiero, l'ispirazione per il rinnovamento continuo e per la creatività apostolica» (Ripartendo da Cristo, N. 24). 2. Autocontrollo. Dobbiamo imparare di nuovo che sapere opporsi alle proprie voglie è qualcosa di più gioioso delle concessioni continue che appaiono desiderabili ma che finiscono per generare noia e sazietà. 3. Silenzio. Dobbiamo allontanarci dalla insana schiavitù del rumore e delle chiacchiere senza fine, e trovare ogni giorno almeno mezz'ora di silenzio e mezza giornata ogni settimana per pensare a noi stessi, per riflettere.e pregare. Questo potrebbe sembrare difficile, ma quando si riesce a dare un esempio di pace interiore e tranquillità che nasce da tale esercizio, anche i giovani prendono coraggio e trovano in ciò una fonte di vita e di gioia mai provata prima. 4. Umiltà. Non credere che spetti a noi risolvere i grandi problemi dei nostri tempi.
Lascia spazio allo Spirito Santo che lavora meglio di noi e più profondamente.
Non cercare di soffocare lo Spirito negli altri, è lo Spirito che soffia. Piuttosto, sii pronto a cogliere le sue
manifestazioni più sottili. Per questo hai bisogno di silenzio.
Mantieni quindi vivo il desiderio di sapere qual è la volontà di Dio su di tesulla
VOCAZIONE…
alcune puntualizzazioni
Cerchiamo di infrangere il tabù che sta dietro la parola vocazione. Nella vocazione sta il senso della nostra vita. È vivendo in essa che possiamo raggiungere il massimo delle nostre potenzialità e della nostra capacità di dono. Nella realizzazione del progetto che Dio ha pensato per noi sta il segreto della felicità.
La vocazione è una realtà molto ricca e complessa. Potrebbe essere rappresentata come punto di sintesi e d'equilibrio fra varie componenti. Espressione del dialogo tra la volontà di Dio e quella dell'uomo si realizza nell'incontro tra le ricchezze della persona e gli appelli che la vita fa a ciascuno, tra il proprio desiderio di libertà e il proprio senso di responsabilità, tra i bisogni dell'individuo e le attese della comunità, tra esperienza passata e progetto di sé. Tutto ciò fa della vocazione una realtà relazionale e dinamica che si sviluppa grazie alla capacità di autodeterminazione del soggetto. Essa muta al mutar delle situazioni pur seguendo un filo logico, provvidenzialmente tracciato, che diviene comprensibile all'individuo solo ad una lettura retrospettiva, profonda ed illuminata, della propria storia. La sofferenza di una vita senza senso La parola vocazione viene dal latino e significa chiamata. E Dio che chiama l'uomo: ad ogni persona affida una missione, un progetto da realizzare. All'individuo spetta il compito di rispondere all'appello di Dio. Solamente chi «centra la propria vocazione» realizza a pieno la sua vita spendendola per l'obiettivo per cui è stato creato. A questo proposito è interessante notare come l'etimologia della parola peccato in ebraico significhi proprio «sbagliare mira», «non centrare l'obiettivo», «camminare fuori strada»: in altre parole, essere fuori dal progetto di Dio.(…) Viceversa anche tu avrai potuto sperimentare quanto sia pacificante vivere accanto a persone che hanno centrato in pieno la loro vocazione, che con equilibrio sanno mettere a frutto le proprie potenzialità ed accettare i propri limiti. Sono individui profondamente in pace con se stessi e con gli altri perché «al proprio posto». Anche la psicologia, utilizzando la categoria della significatività, ci offre una riflessione assai interessante. Victor E. Frankl, psicoterapeuta viennese, afferma «Ogni epoca ha la sua nevrosi. In realtà, noi oggi non siamo di fronte, come ai tempi di Freud, ad una frustrazione sessuale, quanto piuttosto ad una frustrazione esistenziale. Il paziente di oggi soffre di un abissale sentimento di insignificanza, intimamente connesso a un senso di vuoto esistenziale». Chi non scopre il senso della propria vita o, in altre parole, la propria vocazione, è condannato alla frustrazione e al vuoto interiore. Un vuoto che si fa sempre più strada anche tra i giovani. I tentativi di fuga da questo sentimento sono vari (stressarsi in mille attività, ubriacarsi, drogarsi, stordirsi con la musica, fare sesso ecc.) ma tutti inefficaci. A tutti è data una vocazione da realizzare Non è facile parlare oggi ai giovani di vocazione a causa dei tanti preconcetti che nel tempo sono venuti a formarsi su questo tema. Per questo prima di entrare nel vivo dell'argomento sono obbligato a fare un lavoro previo per sgombrare il campo dai tanti pregiudizi. L'idea più pericolosa è che la vocazione non interessi tutti, ma solo alcuni: quelli che sono chiamati a diventare preti o suore. Fortunatamente il Concilio Vaticano II si è opposto a questo modo di pensare asserendo che tutti siamo chiamati, a tutti Dio affida una vocazione, tutti Dio chiama alla santità, alla radicalità evangelica. È in-teressante come Giovanni Paolo II, nell'enciclica sui laici (Christifi-deles laici, 16), parlando della vocazione di tutti alla santità, affermi che «questa è stata la consegna primaria affidata dal Concilio [...] alla Chiesa». Capisci, il Papa dice che la cosa più importante che ha detto il Concilio è che tutti siamo chiamati a farci santi.
Tutti siamo chiamati alla santità Questo è il sogno che Dio nutre per ciascuno di noi. La santità, come abbiamo visto, non è un privilegio per i più belli o i più simpatici. Dio vuole tutti santi, anche te! Sei stato creato per questo. Questo stesso è il desiderio più profondo che portiamo dentro di noi. È il desiderio verso il quale è protesa la tua stessa natura. Come non puoi chiedere ad una mucca di darti del vino se è stata creata per fare il latte, così non puoi chiedere a te stesso una vita di compromessi se sei stato creato per la santità. Questa è l'unica via che può darti quella felicità alla quale aneli. Per tutto questo è opportuno vincere la paura di confrontarsi con essa. Occorre quindi fare chiarezza. Una premessa: Dio non gioca a nascondino! Occorre subito sfatare un'idea sbagliata secondo la quale scoprire la propria vocazione è veramente difficile. È vero, Dio non ti telefonerà per comunicarti quanto vuole da te. Per comprendere la tua vocazione hai bisogno di impegno e discernimento. Allo stesso modo, però, è ridicola l'idea di un Dio che giochi a nascondersi. Non è così! La vocazione prima di essere il nostro problema è quanto Dio stesso ci vuoi comunicare. Dio vuoi farci conoscere qual è il senso della nostra vita, molto di più di quanto noi stessi lo desideriamo. Così fa di tutto per comunicarcelo. Il problema non sta in Lui, ma in noi che non vogliamo ascoltarlo. Lo sappiamo benissimo: non c'è peggior sordo di chi non vuoi sentire! Mettiti allora in ricerca della tua vocazione animato da questa certezza: Dio vuoi parlarmi! Alla domanda se è difficile conoscere la propria vocazione, Giuseppe Lazzati, ha dato questa risposta: «Direi che in fondo non è difficile, se noi non complichiamo le cose, se cioè abbiamo volontà per conoscerla e la lealtà per riconoscerla» (1990). Mantieni quindi vivo il desiderio di sapere qual è la
volontà di Dio su di te e non porre resistenza.
E' sul perdono che viene collaudata la nostra cristianitàDALLA PAROLA DEL GIORNO Mt 13,54-58
In quel tempo, Gesù venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: "Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? 55 Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56 E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?". 57 E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: "Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua". 58 E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.
Oggi la liturgia socchiude delicatamente l'uscio di una singolare bottega artigiana per introdurci nella contemplazione del mistero di Gesù incarnato nella Sua storia. Essa annuncia il mistero di un Dio apprendista che vive trent'anni di feriale umanità accanto al padre putativo, suo maestro nell'arte del falegname. Nella sobrietà di questo ambiente semplice, oggi diremmo alternativo, il Figlio di Dio, come nelle acque del Giordano, s'immerge nella fatica del lavoro restaurando in tal modo un valore sfigurato dal peccato originale. Tale è l'ordinarietà operosa di questa piccola azienda a conduzione familiare che la gente si stupisce del figlio del carpentiere divenuto ad un tratto maestro e taumaturgo: «Da donde gli vengono tutte queste cose?», ci si chiede in giro. Contemplando quest'icona riconosciamo il lavoro come vocazione e ne cogliamo la dignità ritenendolo al contempo «affermazione di libertà e di trascendenza rispetto alla natura». Il fascino di un Dio che lavora e suda come noi edificando il regno di Dio attraverso una laboriosità ritmata nell'alternarsi armonioso di preghiera, relazioni comunitarie e lavoro c'interpella. Direi che scardina il nostro disordine strutturale che, oggi più che mai, tende a ridurci a "forza lavoro" corrompendo il nostro desiderio d'infinito con i traguardi ambiziosi dell'avere, dell'avere subito, sempre di più e a tutti i costi.
Nel mio rientro al cuore oggi contemplerò Giuseppe, il maestro artigiano, considerando l'unità di chi, come scrive una contemplativa dei nostri giorni, "si concede alla pienezza del momento presente in cui compie la propria attività sotto lo sguardo Dio". E al Figlio apprendista ricorderò il disagio di chi non ha lavoro ed ha famiglia.
Le nostre mani prolunghino la Tua opera, Signore, e siano docili alla Tua provvidenza. Il lavoro non ci schiavizzi ma ci liberi, ci stanchi ma non ci sfianchi e c'impegni senza assorbirci perché il nostro cuore non si distolga mai da Te e dal respirare Te in ogni cosa. La voce di un grande maestro spirituale dei primi secoli:…Non si deve dire: «Ma io prego» per giustificare la propria pigrizia, il proprio orrore alla fatica. Coloro che evitano il lavoro adducendo questo pretesto ricordino bene ciò che dice l'Ecclesiaste: "Ogni cosa va fatta a suo tempo". Basilio il Grande
Prega La presunzione umana, Signore, non ha limiti,. Persino gli abitanti di Nazaret che ti hanno visto crescere in mezzo a loro, che hanno sentito parlare bene di te, hanno ascoltato la tua parola autorevole, sono rimasti prigionieri di quella presuntuosa sicurezza che acceca e impedisce di aprire il proprio cuore a te. Anch'io spesso, Signore, mi lascio vincere dalla tentazione di fidarmi solo di ciò che capisco e decido da me stesso. In questo modo non divento disponibile alla tua parola, non seguo te, anzi mi tiro indietro, mi rinchiudo nelle mie sicurezze, nei miei punti di vista. Liberami da questo atteggiamento, dalla presunzione di confidare solo in me stesso, apri il mio cuore a te, figlio del falegname di Nazaret, Messia liberatore. Amen.
Un pensiero per riflettere E' sul perdono che viene collaudata la nostra cristianità, sul volto del nemico redento dal nostro perdono. (Don Antonio Bello) |
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