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UN PARAGONE ARDITO
Tourniquet
Artista: Evanescence Titolo: Tourniquet Titolo Tradotto: Laccio Emostatico
Ho provato ad uccidere il dolore ma ne ho solo attirato dell'altro giaccio morente e sto versando rimorsi e tradimenti rosso sangue sto morendo, pregando, sanguinando e urlando sono troppo persa per essere salvata? sono troppo persa?
il mio Dio, il mio laccio emostatico restituiscimi la salvezza il mio Dio, il mio laccio emostatico restituiscimi la salvezza
ti ricordi di me? perduta per così a lungo sarai dall'altra parte o ti scorderai di me? sto morendo, pregando, sanguinando e urlando sono troppo persa per essere salvata? sono troppo persa?
il mio Dio, il mio laccio emostatico restituiscimi la salvezza il mio Dio, il mio laccio emostatico restituiscimi la salvezza
Voglio morire
il mio Dio, il mio laccio emostatico restituiscimi la salvezza il mio Dio, il mio laccio emostatico restituiscimi la salvezza...................... Tratta da Fallen, l'album che ha lanciato gli Evanescence, questo testo vive di un paragone ardito, ma interessante. Dio è paragonato al laccio emostatico, vista così sembra quasi una bestemmia..........ma se leghiamo questa affermazione alla prima parte del testo, ci accorgiamo che "Amy lee" scrive: sono troppo persa per essere salvata? E' un canto di disperazione di una persona che prova ed ha provato tanto dolore, è disperata......penso : si è infilata nel mondo delle siringhe...........Allora il laccio emostatico è la salvezza poichè evita l’emorragia....... Certo avrebbe potuto trovare altri paragoni per descrivere la Salvezza che viene da Dio, ma in fondo in alcune situazioni Dio è proprio come il laccio se non ci fosse saremmo morti!! Quante volte seppur vivi siamo come morti che camminano, poichè privi di prospettive ed obbiettivi che rendono viva la nostra esistenza? Nonostante il tema difficile, è cmq un tentativo interssante. Hai sempre tutte le risposte? Sfida gli amici con Duell Live! 29/7 Santa Marta
Dal Vangelo del giorno
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta,
lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la
quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece
era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse:
“Signore, non ti curi che mia sorella
mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le
rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte
cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la
parte migliore, che non le sarà tolta”.
Marta e Maria, le due sorelle, sono
l'emblema del doppio polmone della vita cristiana: preghiera e azione.
Una preghiera non può che diventare azione, come il samaritano, e
l'azione prende linfa e senso della preghiera. Non possono esistere
l'una senza l'altra, non c'è discepolato autentico senza entrambi. Il
discepolo cerca nella preghiera, nella preghiera silenziosa e costante,
quotidiana e autentica, l'incontro col Rabbì Gesù. Certo, se per noi
preghiera equivale a lista della spesa, a cose da chiedere, se si
esaurisce in un battere cassa, abbiamo poche possibilità di gioire
della preghiera. Ma se preghiera è – invece - imparare ad ascoltare il
silenzioso mormorio di Dio in noi, è tutt'altra faccenda. Di quanta
preghiera manca il nostro tempo! Di quanto silenzio! E l'azione, il
riconoscere il volto di Cristo nel fratello sofferente. Una fede che
non esce dalle chiese, che si ferma ai tre quarti d'ora di messa
domenicale, che non cambia i rapporti in ufficio o col vicino di casa,
che non insegna a leggere la vita e cambiarla alla luce del Vangelo, è
e resta fede sterile. Marta e Maria, quindi, come indicazione essenziale dell'essere cristiano, del diventare discepoli. Gemelli Diversi in “Boom” - 2008
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Istruzioni per l'(ill)uso
Il 51% delle famiglie italiane
possiede tre o più televisori,
un adolescente su due passa almeno
tre ore al giorno davanti alla TV.
La sua coscienza viene bombardata quotidianamente da programmi
che propongono falsi miti
e inducono a facili illusioni.
Se avessi in mano il telecomando
di tuo figlio tu cosa faresti?
Cosa ci fai davanti a quello schermo,
fuori c’è un inferno e tu rimani fermo
te ne pentirai non perdere tempo
usa il tuo talento al 100%...
So che cerchi come sfogarti
ed avvicinarti a chi è come te
ma che tu sogni amanti diamanti
tanti contanti un posto al privé.
Ehy ehy se sei un artista
è ora che tu capisca
il punto non è mettersi in mostra
ma la libertà di pensare
gridare il tuo punto di vista
in questa società
che non ha morale…
vuoi lasciare un segno nel mondo
cercare te stesso scavare
più a fondo...
ma va... con la spiritualità che ci si fa
è un conto a 7 zeri
che fa la felicità. Oh...
Vuoi la tua opportunità?
Il tuo giorno da leone
vuoi la vita di una star?
E una folla che grida il tuo nome...
fai attenzione all’assuefazione
che dà la spazzatura
che vedi in televisione.
No signore ha ragione l’autore
nessuna discussione segui il copione,
fissa la tecnica su come si recita
una rissa frenetica a buona domenica
siediti e medita chiediti cosa meriti
o vuoi finire sull’isola dei patetici?
Oh, mio Dio, nooo...
Se tra una bugia e una verità
non sai decidere
vivere nella normalità
sembra impossibile
se la coscienza non ti aiuta
devi scegliere vendi l’anima
o salvi la tua integrità.
Quanti buoni consigli che ignorerai,
rincorrendo il tuo scopo,
quanti cattivi esempi
adeguati ai tempi
scherza col fuoco,
ma la strada più corta
a volte ti porta
dove non vuoi e poi...
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“Il
51% delle famiglie italiane possiede tre o più televisori / un
adolescente su due passa almeno tre ore al giorno davanti alla TV...”:
la famiglia vive in un contesto comunicativo molto diverso rispetto a
30 anni fa. La Tv, con gli altri mezzi di comunicazione, ha preso il
sopravvento sulle agenzie “educative” tradizionali (famiglia, scuola,
parrocchia), catalizzando l’attenzione e gli interessi di piccoli e
grandi. È innegabile l’importanza della TV in quanto diffonde notizie,
cultura e favorisce una maggiore condivisione di ciò che succede nel
“villaggio” globale, ma non sono pochi i rischi di un uso esagerato di
TV e nuovi media che, con programmi di scarsa qualità, influiscono
negativamente sulla formazione delle giovani generazioni, creando
spesso atteggiamenti di dipendenza. Inoltre, se da un lato i media
portano il mondo in casa, dall’altro ci spingono ad isolarci e a
ridurre le occasioni di comunicazione in famiglia e fuori, col rischio
di relazioni più povere e di una fuga dalla realtà.
“Se avessi in mano il telecomando di tuo figlio tu cosa faresti”:
la famiglia, soggetto educativo, è chiamata a dare risposte, a fare
scelte concrete per educare i figli alla capacità critica, offrendo gli
strumenti per un uso intelligente dei media perché imparino a
distinguere finzione e realtà, la qualità dalla volgarità e banalità. È
importante il confronto, il dialogo per mediare i messaggi televisivi,
ma spesso i ragazzi sono lasciati soli. In casa ormai i televisori sono
più di uno e la TV è sottofondo fisso dei pasti che non sono più un
momento di incontro e confronto familiare. Allo sviluppo tecnologico
deve corrispondere quello culturale, etico, educativo. In molte
famiglie manca proprio questo! Famiglia e scuola devono assumere pian
piano questo ruolo di responsabilità, lavorando insieme.
“la sua coscienza viene bombardata quotidianamente da programmi che propongono falsi miti e inducono a facili illusioni”: qual
è il pericolo? Soprattutto che l’adolescente possa essere condizionato
e spinto ad atteggiamenti emulativi. La TV può modificare i
comportamenti se non c’è la famiglia vigile accanto, se la scuola non
insegna il giusto “metodo” di lettura dei vari messaggi. La famiglia
dovrebbe adottare “strategie” per arginare gli effetti negativi
che la TV ha sui giovani fruitori. Per esempio: scegliere con i ragazzi
i programmi, regolare il consumo televisivo, educarli al gusto
privilegiando la qualità alla quantità (“fai attenzione all’assuefazione che dà la spazzatura che vedi in televisione”), non lasciarli a lungo da soli davanti alla TV, dialogare e stimolare il senso critico, offrire alternative...
“non perdere tempo usa il tuo talento al 100 %”: un’altra sfida oggi è educare alla creatività. Educare significa “condurre fuori”, aiutare i giovani a scoprire e tirar fuori le loro potenzialità, passando dalla dipendenza alla creatività personale.
“la libertà di pensare gridare il tuo punto di vista”:
abbattere il muro dell’omologazione che appiattisce tutto e avere il
coraggio di essere diverso, di andare controcorrente, è un’altra sfida
educativa per famiglia e scuola.
“vuoi lasciare un segno nel mondo cercare te stesso scavare più a fondo… siediti e medita chiediti cosa meriti”:
davanti alla cultura della dipendenza e dell’apparire veicolata dalla
TV è necessario sviluppare una cultura dell’essere, che aiuti i ragazzi
a coltivarsi dentro, puntando più sull’interiorità che sull’esteriorità
per costruire su basi solide il loro futuro.
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Per riflettere
* Quanto tempo al giorno dedichi alla TV?
* Che tipo di programmi segui? Quali sono i criteri con cui li scegli?
* Sai essere critico di fronte a programmi scadenti o a modelli negativi proposti come miti dalla TV?
* In che misura coltivi la tua creatività e non ti adegui alle mode?
* Sai fare scelte che ti aiutano a crescere nella tua interiorità?
Guarda il video
http://video.music.yahoo.com/up/music/music/?rn=1307667&vid=44921463&stationId=&curl=http%3A%2F%2Fit.music.yahoo.com%2Far-12023776---Gemelli-Diversi |
Omelia del Vescovo per la GMG 2008
domenica 20 luglio 2008
La capitale del “divertimentificio” starebbe diventando l’epicentro del “deprimentificio”: questa la sorte della nostra città, secondo un quotidiano locale di qualche giorno fa, in base alla escalation della vendita degli anti-depressivi, in sensibile aumento tra i giovani. Il fenomeno viene spiegato con il fatto che Rimini è “una città in cui bisogna apparire e, dovendo apparire, si genera una corsa ad un’apparenza che va sostenuta con il look, l’immagine e quant’altro”. È così: l’ansia di avere-potere-piacere genera un accanimento del desiderio che, a forza di volere sempre di più, si ritorce fatalmente in insoddisfazione e frustrazione, le tetre anticamere della depressione.
Depressione: la chiamano il male oscuro, il tunnel dell’anima, l’epidemia del Terzo Millennio. Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità affermano che nel 2020 diventerà la seconda causa di disabilità nel mondo, esattamente come le malattie cardiovascolari. Intanto in Italia ne è colpita una persona su quattro; negli USA otto ragazzi su cento, al punto che si parla di Teen Depression. Anche da noi sono soprattutto i giovani a soffrire di depressione, dicono sociologi e psicologi che li hanno in cura. Mentre invece sarebbe proprio la generazione giovane a dover portare il fresco sorriso della vita in una società invecchiata troppo in fretta e avvitata su se stessa. Perché? quali pestiferi bacilli intossicano la vita delle nuove generazioni?
Ma non vi ho convocato qui per invitarvi a riflettere direttamente su queste domande. Ne ricavo semplicemente l’input per chiedermi con voi: qual è il contributo più valido che voi giovani credenti potete dare a questa nostra società obesa e depressa? Anticipo la risposta: è la forza imbattibile della vostra gioia.
1. Partiamo da s. Paolo. Nella lettera ai Romani scrive: “Lo Spirito di Cristo viene in aiuto alla nostra debolezza”. E il Papa, in occasione di questa XXIII GMG, ci ha rilanciato l’ultima promessa del Risorto ai discepoli. “Avrete forza dallo Spirito Santo”.
Debolezza-forza: tra questi due estremi scorre tutta intera la più piccola e la più grande di tutte le storie: la storia di Gesù di Nazaret. Riandiamo all’inizio della sua vicenda pubblica. Appena ricevuto lo Spirito Santo nel battesimo al Giordano, Gesù si reca nel deserto dove è sottoposto all’incantesimo ammaliante di Satana. Il Tentatore gli prospetta un messianismo trionfalistico, fatto di prosperità terrena (trasformare le pietre in pane), un messianismo di audience guadagnata al prezzo stracciato di miracoli strabilianti (come lanciarsi dall’alto del tempio, in caduta libera, senza rete di protezione) fino a conquistare il dominio politico di tutte le nazioni. Ma Gesù ha detto di no alla facile abbondanza materiale, all’ambigua popolarità, all’ambizione del potere temporale, e ha detto di sì all’umile servizio, al dono di sé, alla croce.
Come ha fatto Gesù a resistere al miraggio seducente dei miti correnti e ricorrenti del benessere, del dominio, del successo? La risposta è chiara: grazie alla forza dello Spirito Santo, che aveva appena ricevuto nel battesimo. Ma non solo il prologo nel deserto della Giudea: è tutta l’attività pubblica di Gesù ad essere animata e movimentata – dovremmo dire “dinamizzata” - dalla dynamis (= forza, potenza) dello Spirito Santo. L’evangelista Luca salda così l’episodio delle tentazioni nel deserto con i felici inizi della predicazione in Galilea: “Gesù ritornò in Galilea con la forza dello Spirito Santo” (Lc 4,14). E da allora in avanti tutto il cammino del giovane Messia ha avuto “per compagno inseparabile lo Spirito Santo” (s. Ireneo).
2. Cari giovani, anche voi dovete lottare contro la subdola seduzione dei miti scintillanti che oggi stregano il cuore di molti.
Il primo è il mito dell’edonismo, della esaltazione del libero godimento individuale, del piacere sempre e comunque, che svincola la sessualità da ogni norma morale oggettiva, riducendola spesso a gioco e consumo, e indulgendo con la complicità dei mezzi di comunicazione sociale a una sorta di idolatria dell’istinto. La rivoluzione sessuale aveva promesso di renderci più felici, più realizzati, più vivi. Ma questa felicità dov’è andata a finire? Di fatto si è verificata una scissione tra corporeità e affettività: il partner è diventato un semplice strumento del proprio appagamento momentaneo; la sessualità si è trasformata in tecnica. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: gravidanze in età sempre più acerba; rapporti di coppia sempre più brevi e irresponsabili; donne frustrate dall’impossibilità di esprimere la propria emotività; uomini che scorrazzano in un mondo che non gli chiede mai di diventare adulti. È questo che si voleva ottenere con la proclamata libertà sessuale? Il sesso “mordi e fuggi”? Questa non è cultura di amore e di vita; è la cultura del nulla: è cultura di morte. È l’aria ammorbante di una società, che s. Paolo definirebbe “senza cuore” (cfr Rm 1,31).
Una seconda sfida è rappresentata dal mito dell’immagine. È una vera e propria sindrome della “vetrinite”: apparire per non morire. Si tratta di una patologia che fa strage tra gli adulti, ma anche tra i giovani. Ecco un sintomo attendibile: al primo incontro con una persona, se ne fa una “radiografia” istantanea in base alle griffes della borsa, della cinta o delle scarpe da tennis. Così, invece di essere malvisti, non si viene proprio visti, perché alla fine si è tutti uguali.
Ma non è triste ripetere le scelte della massa? Una quindicenne rispondeva tranciante: “I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in TV, loro sì esistono veramente e fanno quello che vogliono. Ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra vita sarà inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio il ragazzo moro o quell’altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci dei jeans uguali a quelli degli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”. Capite, amici: questa è la sottocultura televisiva, ma non è solo colpa della TV. Nelle parole disperate e stroncanti della ragazzina c’è l’eco del filosofo Nietszche: l’uomo o è un super-uomo o è un nulla. C’è l’eco anche di un altro pensatore, Sartre: l’uomo è ciò che fa, e dunque se non fa nulla di grande e di grandioso, non vale niente.
La generazione delle nipotine di nonni educati al risparmio, dei figli dei padri cresciuti nel boom economico, sembra destinata dall’industria dei consumi a rimanere sola davanti alla musica malandrina di sirene che puntano solo a spolparli, e appare condannata a non pretendere dagli adulti nient’altro che mantenimento - abbigliamento - divertimento. Chi aiuterà i nostri giovanissimi a non lasciarsi inghiottire dalle sabbie mobili del nichilismo, di questa assenza di sogni e di ideali?
Il terzo è il mito dello sballo. Anche questo è diventato uno status symbol: se al sabato sera non ti fai sette, otto drinks e superalcolici, se non ti rimbambisci con musica assordante che ti isola dagli altri che stanno a dieci centimetri dalla tua pelle, se non prolunghi l’uscita serale fino alla colazione del giorno dopo, allora vieni etichettato come quello che non sa divertirsi. Per non parlare della disinvoltura con cui si fa uso di droghe, dai “fumi” in su. Uno sballo, che rende spietatamente più soli e più tristi.
Questo è il massimo di libertà che vi viene concesso da una società che si struttura attorno alla violenza, al denaro, al cinismo, alla brutalità: la libertà di eccitare a dismisura i desideri, di accelerare i tempi fino alla frenesia, di cancellare ogni pazienza, e di esaltare sempre e comunque una trasgressione senza scopi e senza scrupoli. Domanda: cos’è la libertà? è la possibilità di deprimersi nell’autonullificazione o è la capacità di esprimersi nel dono di sé? Meno di un mese fa, il Papa nell’udienza generale del mercoledì si chiedeva: qual è il massimo della libertà: è il dire “no” o il “dire “sì”? e rispondeva:
“Solo nel ‘sì’ l’uomo diventa realmente se stesso; sono nella grande apertura del ‘sì’, nella unificazione della sua volontà con la volontà divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa ‘divino’. Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in se stesso; lo è uscendo da sé, è nel sì che diventa libero” (25 giugno 2008).
Certo, se la libertà è questa “capacità del sì”, nessun uomo nel cammino della vita può mai andare… in automatico!
3. Cari ragazzi e ragazze, mi sono dilungato a descrivere una situazione in corso, che voi conoscete meglio di me, ma l’ho fatto apposta per ricavarne una domanda inevitabile, anche se retorica: ma è vita questa? E allora chi vi darà la forza per ribellarvi, per andare controcorrente, per vincere le seduzioni del Maligno? Il papa ci riconsegna oggi la promessa di Gesù risorto: “Avrete forza dallo Spirito Santo”. Ci domandiamo: ma in che modo lo Spirito Santo ci dona la sua forza per superare la nostra debolezza? Ecco la risposta: facendoci rivivere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”.
Sì, è con la forza dello Spirito Santo che “Cristo non cercò di piacere a se stesso” (Rm 15,3); si donò a noi “mentre eravamo ancora peccatori” (Rm 5,6); “da ricco che era, si è fatto povero per noi” (2Cor 8,9); “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini; umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6ss). Se nel battesimo ci viene donato lo stesso Spirito di Cristo e nella cresima questo dono ci viene confermato, allora possiamo stare sereni: è lo stesso Spirito di Cristo che ci fa vivere con la forza di Cristo e secondo il suo stile.
La tradizione monastica riassumerà questa vita di Cristo secondo lo Spirito in tre parole “povertà-castità-obbedienza”. Queste parole non valgono solo per frati e suore, sono nel DNA di ogni cristiano. È interessante notare che esse sono state riprese dalla regola di base di molte comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti. Ma se funziona per il recupero, non può funzionare anche per la prevenzione? In positivo, vorrei mostrare come la povertà sia la risposta alla sfida che viene dal mito dell’immagine; la castità al mito del piacere; l’obbedienza a quello della trasgressione e dello sballo. Però mi manca il tempo, ma forse più che tanti ragionamenti, basterebbe citare alcuni nomi di una litania di santi che, a dirli tutti, dovremmo stare qui fino a domani mattina. Permettetemi almeno di nominare Francesco e Chiara d’Assisi; Teresa di Gesù Bambino e madre Teresa di Calcutta; Alberto Marvelli e Sandra Sabattini; Giovanni Paolo II e come non citare lui, il nostro Don Oreste Benzi?
Guardando i loro volti, si vede in modo accecante che povertà, castità e obbedienza sono le corsie preferenziali per la vera felicità. È proprio così: non è vero che la povertà faccia godere di meno; piuttosto fa godere di più perché ti distacca dalla frenesia e dall’ingordigia incontentabile, che vuole sempre di più, come la bestia dantesca “che mai non empie la bramosa voglia / e dopo il pasto ha più fame che pria”. Non è vero che la castità faccia amare di meno, semmai ti fa amare di più, perché sana in radice la tua voglia malsana di possedere l’altro e di trattarlo secondo l’imperativo consumista: “usa e getta”. Non è vero che l’obbedienza ti rende più dipendente, ti rende anzi più libero, perché ti fa raggiungere la libertà più vera e più alta: non quella del tuo io dagli altri, ma quella dal tuo io per gli altri.
Carissimi giovani, non abbiate paura dello Spirito Santo! È lui la forza che vi fa dire come s. Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,25). Senza lo Spirito di Cristo, Dio diventa irreperibile; Cristo si riduce a un mito; il vangelo rimane un libro cellofanato; la Chiesa diventa una babele; la comunione una noiosa burocrazia; la missione una faticosa, inutile propaganda; la liturgia una nostalgica rievocazione; la preghiera uno sconsolato soliloquio. Ma in Lui e con Lui, Dio si rende palpabile; Cristo viene e si fa presente; la Chiesa è una pentecoste permanente…
E tu diventi sempre più tu, mano a mano che diventi copia conforme dell’originale più bello, Cristo Signore, il più bello tra i figli dell’uomo.
E noi non siamo più una somma di individui o un aggregato informe, ma diventiamo il suo Corpo vivente nella storia.
Non ci resta allora che pregare:
“Vieni, Spirito Santo!
Vieni con la tua forza in aiuto alla nostra debolezza.
Donaci la tua luce per credere che la nostra piccola esistenza,
nonostante tutto, fa parte di un progetto d’amore più grande.
Vieni, Spirito Santo!
Nella Chiesa, corpo di Cristo, tu ci raduni nell’unità.
Donaci il tuo amore per renderci costruttori di comunione e di fraternità,
per sanare il cuore amaro del mondo
con le opere della nonviolenza, della solidarietà, del perdono.
Vieni, Spirito Santo!
Nella fede liberaci dalla preoccupazione di pensare soltanto a noi stessi,
nella speranza rendici forti per non lasciarci paralizzare dalla paura di non riuscire,
nel tuo amore facci diventare umili e forti per amare.
Vieni, Spirito Santo!
Aiutaci tu a vivere la vita come vocazione, in dialogo con te.
Donaci un cuore grande per accogliere anche le vocazioni più impegnative.
Vieni, Spirito Santo!
Regalaci la certezza che il domani è già cominciato oggi,
con la fedeltà al vangelo di Gesù, nelle piccole e grandi scelte quotidiane.
Vieni, Spirito Santo!”.
+Francesco Lambiasi
Dedicato a tutti quelli che non riescono ad uscire dalla rete di desideri
che altri hanno proiettati su di loro.
bel testo.........ed anche discreta musica ....guarda il video su questo intervento
Artista: Linkin Park
Titolo: Numb
Titolo Tradotto: Intorpidito
Mi sono stancato di essere ciò che desideri io sia
Sentendomi così sleale, perso sotto la superficie
Non so cosa ti aspetti da me
mi tieni sotto pressione per assomigliarti
(Intrappolato nella risacca, esattamente intrappolato nella risacca)
ogni passo che faccio è un altro errore per te
(Intrappolati nella risacca, noi siamo esattamente intrappolati nella risacca)
Sono diventato così intorpidito
Non riesco più a sentirti lì
Diventato così stanco
Così tanto più consapevole
di quel che che sto diventando
Tutto quello che desidero fare
è essere più come me
e meno come te
Non vedi che mi stai soffocando
Tenendomi troppo stretto, per la paura di perdere il controllo
Perchè quello che hai pensato io potessi essere
E' crollato esattamente di fronte a te
(Intrappolati nella risacca, noi siamo esattamente intrappolati nella risacca)
ogni passo che faccio è un altro errore per te
(Intrappolati nella risacca, noi siamo esattamente intrappolati nella risacca)
E ogni secondo che spreco è più di quelli che mi posso permettere
Sono diventato così intorpidito
Non riesco più a sentirti lì
Diventato così stanco
Così tanto più consapevole
di quel che che sto diventando
Tutto quello che desidero fare
è essere più come me
e meno come te
E so che potrebbe darsi che anche io fallisca
ma so che tu eri esattamente come me
Con qualcuno deluso da te
Sono diventato così intorpidito
Non riesco più a sentirti lì
Diventato così stanco
Così tanto più consapevole
di quel che che sto diventando
Tutto quello che desidero fare
è essere più come me
e meno come te
Sono diventato così intorpidito
Non riesco più a sentirti lì
Mi sono stancato di essere ciò che desideri io sia
Sono diventato così intorpidito
Non riesco più a sentirti lì
Mi sono stancato di essere ciò che desideri io sia
I genitori di oggi si trovano a riflettere e a pensare alle scelte che i loro figli dovranno intraprendere. Pensano, spesso con eccessiva preoccupazione, ai loro studi, alla loro professione, al loro posto nella vita e al loro futuro nell’amore. A volte sognano successo, ricchezza, prestigio, proiettando sui figli i loro desideri irrealizzati. Altre volte desiderano semplicemente una crescita serena, che sia senza eccessi, senza intemperanze, né smarrimenti. Alcuni si preoccupano della loro fede e di una seria educazione cristiana; altri la ritengono una questione di minor valore. In questa ricerca continua sul futuro dei figli, ogni papà e ogni mamma devono sempre avere un grande rispetto, una grande attenzione e una vera libertà da ogni attaccamento ai propri schemi: i figli non sono la loro copia o il loro specchio. Sono persone, persone libere e autonome. Pensate, cari genitori, che non c’è niente di più bello di quanto Dio ha immaginato e predisposto per i vostri figli. Introdurre alla vita e alla fede significa insegnare ai bambini che la vita è un dono prezioso e una singolare vocazione. Voi avete la grande responsabilità di parlare ai vostri figli del mistero della vocazione, del fatto che Dio ha un progetto su di loro: non devono ostacolarlo, né devono temere, perché il desiderio di Dio su una persona è il suo bene più grande.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi
discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano.
Ciò vedendo, i farisei gli dissero: “Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato”. Ed egli rispose: “Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe
fame insieme ai suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio e
mangiarono i pani dell’offerta, che non era lecito mangiare né a lui né
ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? O non avete letto nella Legge
che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e
tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più
grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia
io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa.
Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato”
Noi comprendiamo male
la legislazione del sabato del tempo di Gesù. Bisogna studiare assai il
suo contesto prima di capirla. Ma ciò che ci si impone, è la sovranità
con la quale Gesù si oppone a tutte le prescrizioni, dando come vero
criterio la misericordia. È insensato vietare a un affamato di mangiare, qualsiasi siano gli argomenti addotti. Ed è altrettanto
insensato sacrificarsi per amore del sacrificio. Incriminare le persone
che trasgrediscono la legge senza conoscere i loro motivi non ha senso.
La vita ha troppe sfaccettature per chiuderla in paragrafi. Siamo dei libertini? No, finché l’istinto della fame non si trasforma
in egoismo brutale. Se il nostro cuore rimane tenero nei confronti
delle persone che ci vivono vicino, Dio non ci rifiuterà la tenerezza
del suo cuore: egli non ama che siamo sotto tutela. E quando i figli
hanno fame, forse che i genitori pensano per prima cosa a discutere
questo o quello?
Oggi, nella mia pausa contemplativa, sosterò a
dilatare il mio cuore nell'identità di un Dio che non è statico, fermo
a decisioni irrevocabili. Lo vedrò rispondere al pianto di Ezechia che,
nella prima lettura, chiede a Dio che gli sia prolungata la vita;
soprattutto "dimorerò" in quella parola che sento rivolta a me: "Voglio
misericordia e non sacrificio". Che è come dire: fa' che trionfi sempre
in te l'amore, che l'amore sia la molla di tutto il tuo pensare e agire.
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Elisa in "Soundtrack ’96-’06" - 2006
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Gli ostacoli del cuore
C’è un principio di magia fra gli ostacoli del cuore mi si attacca volentieri fra una sera che non muore e una notte da scartare come un pacco di Natale. C’è un principio d’ironia nel tenere coccolati i pensieri più segreti e trovarli già svelati e a parlare ero io sono io che li ho prestati. Quante cose che non sai di me quante cose
che non puoi sapere quante cose da portare nel viaggio insieme. C’è un principio di allegria fra gli ostacoli del cuore che mi voglio meritare anche mentre guardo il mare mentre lascio naufragare un ridicolo pensiero… Quante cose che non sai di me quante cose devi meritare quante cose da buttare nel viaggio insieme. C’è un principio di energia che mi spinge a dondolare fra il mio dire ed il mio fare e sentire fa rumore fa rumore camminare fra gli ostacoli del cuore… Quante cose che non sai di me quante cose
che non vuoi sapere quante cose da buttare nel viaggio insieme.
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“Gli ostacoli del cuore”: sono le difficoltà di comunicazione che si incontrano normalmente in un rapporto di coppia. Il tempo che ci è regalato per vivere insieme è “una notte da scartare come un pacco di Natale”. È illusorio pretendere di conoscere in modo definitivo la persona che ci vive accanto. Ogni giorno, ogni istante possiamo togliere solo uno strato, un velo che ci separa dalla conoscenza dell’altro. Possiamo quasi dire che l’altro è come una scatola cinese, non è mai quello che appare subito! Il tempo del vivere assieme (un breve tratto di cammino o una vita intera) è la continua possibilità del nostro svelarci all’altro e viceversa. È un movimento di reciprocità che fa sì che due persone crescano nella conoscenza di sé: stando con l’altro non solo mi arricchisco dei suoi doni, ma imparo anche a conoscere meglio me stesso. L’altro mi svela a me stesso. Solo prendendo coscienza di quello che sono posso donarmi pienamente, diventando con l’altro una sola cosa. L’unità nella coppia si realizza quanto più cresce la comunicazione e si impara a condividere “i pensieri più segreti”, le convinzioni profonde, gli ideali e i sogni più veri che abitano il cuore. “Liberare la comunicazione” nella coppia, allora, è la strada per crescere nell’armonia e nella comunione. “Quante cose che non sai di me quante cose che non puoi sapere”: la bellezza dello stare insieme sta proprio nella consapevolezza che si rimane sempre un mistero l’uno per l’altro, che nell’altro c’è sempre una novità, un aspetto inedito da scoprire. Non si può pretendere di sapere tutto e subito di chi ci vive accanto, perché non è un oggetto ma una persona. Classificare l’altro e racchiuderlo in qualche definizione è ridurlo a una cosa. Il mistero dell’uomo, invece, è qualcosa di grande, perché è il riflesso del mistero di Dio, essendo egli fatto a Sua immagine e somiglianza. È il fascino del mistero che spinge ad aprirsi l’uno all’altra. La vita di coppia è un percorso fondato sulla fiducia reciproca e sul dialogo sincero. Fiducia e dialogo sono la base per costruire un rapporto duraturo e aprirsi alla comunicazione. Se non mi fido e non mi apro al dialogo rifiuto di mettermi in gioco, perché comunicare è un po’ rischiare, mettere a nudo una parte di se stessi. “quante cose devi meritare”: la comunicazione è una conquista reciproca e cresce sulla stima e sul rispetto. Costruirla ogni giorno, con fatica e pazienza, è l’impegno di ognuno. Coerenza e trasparenza sono garanzia di credibilità ed eliminano ogni ostacolo nella comunicazione. In questo senso comunicare è attuare una continua conversione. Più si è sinceri e più si cresce. “quante cose da buttare nel viaggio insieme”: vivere insieme è anche essere capaci di eliminare quegli ostacoli che rallentano o impediscono la comunicazione: l’arroganza, l’impazienza, la superficialità, l’incapacità di perdonare, certe vedute troppo limitate… Il cammino di coppia chiede una continua “potatura”. Amare l’altro/a significa anche rinunciare a una parte di sé, correggere i propri difetti che altrimenti costituirebbero un intralcio. “quante cose che non vuoi sapere”: quando la comunicazione si ferma a un livello superficiale non si fa nessun passo verso un rapporto maturo. Le coppie più felici e stabili sono quelle capaci di comunicare a un livello profondo, di condividere, oltre ai beni materiali, anche la ricchezza interiore, i valori che danno senso alla vita. Nella nostra cultura l’agnosticismo (il rifiuto del conoscere) e l’edonismo (la ricerca esasperata del piacere) hanno minato alle radici non solo l’esperienza di fede ma anche le relazioni di coppia. Una cultura impregnata così tanto di consumismo e materialismo ha ridotto l’uomo ad oggetto, a merce da comprare, a un prodotto “usa e getta”. Il messaggio della canzone è chiaro: è importante recuperare il dialogo e la comunicazione nel rapporto di coppia, rimuovendo quegli ostacoli che ne impediscono la crescita. Il segreto per riuscirci è fidarsi l’uno dell’altra, diventare credibili e veri, senza pretendere di conoscere tutto e subito dell’altro. Conoscersi è un cammino che ha bisogno di tempo e che avviene nella libertà di fronte al mistero che l’altro/a è.
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Per riflettere
* Quali sono gli ostacoli che normalmente ti impediscono di comunicare con gli altri? * Quali sono per te le condizioni per una vera comunicazione? * Nelle relazioni comunichi a livello profondo o solo superficiale? * Per te l’altro/a è un mistero da scoprire continuamente o una realtà da classificare e definire una volta per tutte?
Puoi ascoltare la canzone in streming sul sito | |
"IL MIO PSICOLOGO SI CHIAMA GESU'"
 DI CARLO NESTI
EDIZIONI SAN PAOLO EURO 9,50
Quando leggiamo un libro di saggistica, a volte, ci può non essere simpatico l'atteggiamento "professorale" dello scrittore, che si piazza un gradino sopra di noi, e impone la "predica" dall'alto del suo "pulpito".
Nel libro che ho realizzato, e che si intitola "Il mio psicologo si chiama Gesù", voi non troverete questo atteggiamento, perché, pur parlando di spiritualità e psicologia, io non sono né un teologo, né uno psicologo, bensì un semplice giornalista.
Vorrei che mi consideraste, ricordando i tempi della scuola, come un vostro compagno di banco, in occasione del tema di classe.
In questi ultimi anni, attraverso letture ed esperienze, credo di avere capito qualcosa di utile a tutti, e, mentre laggiù il professore... non guarda, cerco di mettervi a disposizione, sullo stesso vostro piano, proprio ciò che ritengo di avere compreso.
La mia è una testimonianza personale di come, leggendo il Vangelo, si possano trovare frasi di Gesù capaci di trasmettere indicazioni precise per vivere più serenamente.
In ogni capitolo viene analizzata una di queste frasi: 22 frasi per 22 argomenti diversi, 22 strade da percorrere verso la serenità.
In troppi credono che, seguendo Dio, si viva male, con il tormento dei doveri terreni, mentre invece si vive meglio, con la gioia dei diritti, fra i quali quello alla felicità eterna.
E' la sintesi del percorso che ho intrapreso da 2 anni e mezzo, e che ha portato me, credente e cattolico, ma, come tanti, senza il necessario trasporto, a sentire sempre la presenza di Dio all'interno della mia coscienza.
Si parte da una premessa: ciascuno di noi, prima o dopo, ha bisogno di "dare un senso" alla vita, che è come possedere un paio di lenti, nuove di zecca, per vedere in modo corretto qualsiasi cosa.
Anche se può apparire un paradosso, è soltanto il senso che si dà alla morte a garantire un senso alla vita.
Se per noi la morte è un punto di arrivo, e dopo non c'è nulla, tutto dovrà essere, affannosamente, ottenuto subito, e la sconfitta non avrà nessun altro significato se non la "caduta".
Se per noi, al contrario, la morte è un punto di partenza, verso la Felicità Eterna, allora tutto quello che c'è prima andrà relativizzato, e la sconfitta avrà sempre un significato di "crescita", in vista del premio finale.
Per ora mi fermo qua, perché il resto è nel libro, con la speranza di potere offrire un contributo prezioso a chi, spesso, si guarda intorno, e si guarda dentro, senza capire esattamente "come pensare" e "come agire".
Chissà che anche questo apporto, con la massima umiltà, possa ricordare ai lettori da dove veniamo, e dove siamo destinati a tornare, condizione indispensabile per vivere meglio.
Di sicuro, il libro vale più di un miliardo di telecronache: è la cosa più importante che ho scritto nella mia vita, perché è la vita stessa.
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Come vivere questa Parola?
I discepoli sono sul piede di partenza e il Maestro indica alcune cose
importanti da mettere nella " bisaccia da viaggio". Per predicare il
Regno è necessario essere leggeri, avere lo sguardo rivolto agli altri,
dimenticando i propri bisogni, ricalcare le orme di Gesù, che ha
guarito gli infermi, ha sanato i lebbrosi e ha risuscitato i morti.
L'apostolo è soprattutto colui che, avendo " ricevuto gratuitamente"
dona gratis il suo tesoro. Perché il suo annuncio sia trasparente e
indichi con chiarezza ciò che vuole comunicare, cioè l'appartenenza al
Regno, bisogna che le sue parole siano coerenti con la sua vita e che
altri beni non offuschino
il bene supremo a cui tutti sono invitati a tendere. I consigli di Cristo agli apostoli sono trasferibili a tutti i
cristiani il cui impegno sociale nel politico e nell'economia deve
essere vissuto in modo tale che non sia in contrasto con il Vangelo. Il
quotidiano di chi ha deciso la conversione di marcia per seguire Gesù è
connotato dalla semplicità, dalla sobrietà, dalla volontà di comunione,
soprattutto con i più poveri. All'inizio dell'invio dei discepoli, c'è un verbo che sintetizza
l'atteggiamento di coloro che vogliono essere annunciatori della buona
notizia: " Andate". Partire, uscire, lasciarsi sedurre. Significa
sapersi allontanare da ciò che è garantito, conosciuto, gratificante.
Significa porsi in viaggio verso l'esterno di sé, andare altrove dove
si incontra l'esistenza di altri uomini e donne di cui porsi in ascolto
per condividere, per imparare la novità del Vangelo. Significa esporsi
all'altro, una realtà che spesso ci interpella e ci cambia la vita.
Nella pausa di silenzio, pregherò così:
Donami, Signore, la capacità di mettermi in viaggio, con umile cuore, verso il tuo Regno di amore e di pace.
Parole di un teologo
Gli apostoli partirono a due a due. La nostra vita è una perpetua
partenza, in un chiaro mattino di primavera. E' sempre primavera per
Dio ed è sempre mattino, e gli apostoli sono sempre giovani; la
partenza è sempre un inizio.
L. Cerfaux
ASCOLTA IL CAP 10 DEL VANGELO DI MATTEO
Trova il tempo..

Trova il tempo di pensare Trova il tempo di pregare Trova il tempo di ridere È la fonte del potere È il più grande potere sulla Terra È la musica dell'anima.
Trova il tempo per giocare Trova il tempo per amare ed essere amato Trova il tempo di dare È il segreto dell'eterna giovinezza È il privilegio dato da Dio La giornata è troppo corta per essere egoisti.
Trova il tempo di leggere Trova il tempo di essere amico Trova il tempo di lavorare E' la fonte della saggezza E' la strada della felicità E' il prezzo del successo.
Trova il tempo di fare la carità E' la chiave del Paradiso. L'enciclica sulla speranza commentata da due pensatori non credenti
Sono i professori Aldo Schiavone ed Ernesto Galli della Loggia, sulla prima
pagina del giornale della Santa Sede. Papa Joseph Ratzinger li conosce e li ha
letti. Risponderà?
di Sandro Magister
ROMA,
7 luglio 2008 – Per la seconda volta in tre mesi "L'Osservatore Romano", il
quotidiano della Santa Sede, ha pubblicato in prima pagina dei commenti
all'enciclica di Benedetto XVI "Spe salvi" scritti da pensatori non credenti.
Il primo commento, pubblicato il 28 marzo, è del professor Aldo
Schiavone (nella foto), presentato in calce all'articolo come “Direttore
dell’Istituto Italiano di Scienze Umane”.
Schiavone è uno dei più
autorevoli studiosi di diritto romano e di storia e filosofia del diritto.
Insegna all’Università di Firenze. Nel suo campo, in Italia, è un luminare come
lo è in Germania il professor Ernst-Wolfgang Böckenförde, molto stimato da papa
Joseph Ratzinger.
Non è cattolico, anzi, non è credente in alcuna fede
rivelata. Ma ha sempre prestato molta attenzione al fatto religioso.
Il
secondo commento, pubblicato il 28 giugno, è del professor Ernesto Galli della
Loggia.
Galli della Loggia è stato professore ordinario di storia dei
partiti e movimenti politici all'Università di Perugia. Ha successivamente
insegnato a Firenze all'Istituto Italiano di Scienze Umane diretto dal professor
Schiavone. E dal 2005 insegna filosofia della storia presso la facoltà di
filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, di cui è stato
preside per due anni. Per l'editrice il Mulino dirige la collana "L'identità
italiana", inaugurata da un suo volume con lo stesso titolo.
Anche Galli
della Loggia non è cattolico, anzi, si dice "privo della fede". Eppure afferma
di riconoscere "quel 'di più' che la storia umana priva di Dio non riuscirà mai
a colmare".
Sia Schiavone che Galli della Loggia sono molto noti al
pubblico colto italiano. Sono editorialisti dei due quotidiani laici più
diffusi, il primo di "la Repubblica" e il secondo del "Corriere della Sera".
Sia l'uno che l'altro sono da tempo interlocutori stimati, in Vaticano.
Il 25 ottobre 2004 Galli della Loggia sostenne un dibattito pubblico su
l'Occidente e le religioni con l'allora cardinale Ratzinger, dibattito promosso
dalla Fondazione Gaetano Rebecchini e tenuto a Roma nello splendido Palazzo
Colonna.
Il 30 novembre 2007 sia lui che Schiavone hanno presentato e
commentato in Vaticano, alla presenza del cardinale segretario di stato Tarcisio
Bertone, gli atti di un seminario del Pontificio Comitato di Scienze Storiche su
“Storia del cristianesimo: bilanci e questioni aperte”.
I loro commenti
alla "Spe salvi" svolgono argomentazioni diverse. Ma convergono su un punto.
Entrambi danno molto rilievo a quel passaggio dell'enciclica in cui Benedetto
XVI auspica “un’autocritica dell’età moderna” e insieme “un’autocritica del
cristianesimo moderno”.
Sia l'uno che l'altro, però, ritengono che
questa auspicata autocritica del cristianesimo sia lontana dall'essere compiuta.
Per Galli della Loggia ad essa "non viene dato alcun seguito", né
nell'enciclica nè in altri documenti papali.
Per Schiavone la Chiesa si
chiude troppo sulla difensiva. Continua a pensare a “un uomo che abbia da esser
protetto da se stesso con il richiamo a presunti vincoli naturali”.
Si
può ipotizzare che Benedetto XVI abbia letto con interesse queste critiche così
fuori dal comune sul "giornale del papa". E non è escluso che prima o poi non vi
risponda.
Ecco qui di seguito i due commenti alla "Spe salvi" apparsi su
"L'Osservatore Romano", il primo il 28 marzo 2008, il secondo il 28 giugno 2008:
1. Una nuova alleanza tra Chiesa e modernità
laica
di Aldo Schiavone
La "Spe salvi" è un
testo complesso e coinvolgente, scritto con grande maestria intrecciando una
molteplicità di temi, da motivi più propriamente pastorali a riflessioni di
ordine dottrinario e dogmatico. E insieme, è anche quel che si direbbe un saggio
storico d'interpretazione, dedicato a misurarsi con nodi cruciali disposti su un
arco temporale lunghissimo, dall'antichità romana al mondo contemporaneo.
Il filo conduttore, annunciato come di consueto già nelle parole
dell'incipit – una bellissima citazione paolina – è un serrato discorso sulla
speranza, giustamente considerata come la connessione per eccellenza fra due
piani fondamentali: l'orizzonte della storia e quello dell'escatologia.
È una scelta forte, che tocca senza dubbio un nervo scoperto dei nostri
giorni: quel che altrove (nel libro "Storia e destino") ho creduto di definire
come la perdita del futuro, l'incapacità di attirare "dentro il presente il
futuro", in modo che "le cose future si riversino in quelle presenti, e le
presenti in quelle future", come adesso scrive suggestivamente il pontefice.
Per lui, e non potrebbe essere altrimenti, l'aspetto escatologico della
speranza – della speranza cristiana – si lega alla certezza "che il cielo non è
vuoto", che "al di sopra di tutto c'è una volontà personale, c'è uno Spirito che
in Gesù si è rivelato come Amore". È il punto di giunzione – insieme
limpidissimo e tormentato – fra speranza e fede: e opportunamente Benedetto
ricorda in proposito l'elaborazione teologica medievale che arriva a definire
appunto la fede come "sostanza delle cose sperate".
Ma l'uomo è anche
storia, e la domanda capitale: "che cosa possiamo sperare?" – un dubbio che gli
eventi del nostro tempo rendono insieme decisivo e carico d'angoscia – richiede
perciò anche una risposta sul terreno della storicità, e non solo su quello
dell'escatologia.
Ed è a questo punto che l'interrogarsi di Benedetto
sulla speranza – sulla sua forma storica, potremmo dire – si trasforma,
inevitabilmente e con grande forza, in un discorso sulla modernità: sulla sua
ragione, sulle sue conquiste e sui suoi fallimenti.
La prospettiva è
fortemente sintetica, ma mai superficiale, e l'uso che viene proposto in queste
pagine di Kant, di Adorno, persino di Marx, è veloce e a volte discutibile, ma
sempre pertinente. Seguirne tutti i passaggi sarebbe però ora troppo lungo e
complesso, e mi guarderò dal farlo. Cercherò invece di tenermi stretto a quel
che mi sembra il dispositivo essenziale e più potente del ragionamento del
pontefice. Che si trova a mio avviso nell'affermazione che è oggi indispensabile
"un'autocritica dell'età moderna" nella quale possa confluire anche
"un'autocritica del cristianesimo moderno".
Si tratta di una posizione
di assoluto rilievo, che condivido pienamente. Sono del tutto convinto anch'io
che i tempi – se sappiamo davvero interpretarli – siano maturi per una nuova
alleanza fra cristianesimo e modernità laica, sulla base di una parallela
revisione critica della loro storia, e che essa possa contribuire a
quell'autentica rigenerazione dell'umano senza di cui il nostro futuro si
riempie di ombre.
Ma come lavorare a questo straordinario obiettivo
comune? Benedetto accenna sobriamente ma con efficacia ai principali fallimenti
ideologici e politici della modernità, che retrospettivamente ci appaiono in
tutta la loro portata: l'idea troppo lineare, ingenua e materialistica di
"progresso"; l'idea datata e inadeguata del comunismo come esito ultimo della
rivoluzione francese, e come puro capovolgimento della base economica delle
nostre società. Su tutto ciò non ci può essere ancora che concordanza. Ma la
modernità non è solo questo: e Benedetto lo sa benissimo. Egli ne individua
infatti correttamente il cuore nella capacità di instaurare un nuovo e
rivoluzionario rapporto fra scienza e prassi – cioè fra conoscenza e tecnica
trasformatrice.
Ora, il punto è che questo intreccio fra scienza e
tecnica – la potenza trasformatrice della tecnica – non sta solo andando "verso
una padronanza sempre più grande della natura"; ma sta facendo molto, molto di
più.
Ci sta spingendo – dopo milioni di anni di storia della specie –
verso lo sconvolgente punto di fuga oltre il quale la separazione, che finora ci
ha dominati, fra storia della vita (nel senso delle nostre basi biologiche) e
storia dell'intelligenza (umana) non avrà più ragione di essere. Un punto in cui
le basi naturali della nostra esistenza smetteranno di essere un presupposto
immodificabile dell'agire umano, e diventeranno un risultato storicamente
determinato della nostra ragione, della nostra etica e della nostra cultura.
Questo ricongiungimento – il passaggio, almeno potenziale, nel controllo
evolutivo della specie dalla natura alla mente – non è lontano: il suo annuncio
è già nelle cronache quotidiane.
E allora io mi domando e mi permetto di
chiedere sommessamente: ma la forma storica della nostra speranza non dipende
anche da come si schiera la Chiesa di fronte all'annuncio di questa novità
radicale? È essa davvero pronta ad accoglierla? O forse l'"autocritica" di cui
parla il pontefice deve innanzitutto riguardare proprio questo aspetto?
È vero, Benedetto ha ragione: la scienza – nessuna scienza – potrà mai
"redimere" l'uomo: c'è bisogno di etica e di valori. Ma può modificare – e lo
sta già facendo – in modo drastico la trama esistenziale dell'umano, il suo
vissuto più profondo, le prospettive primarie di vita e di morte.
Insomma, il rapporto storico tra modernità e speranza non può evitare di
sciogliere questo nodo. Il superamento definitivo e completo dei confini
biologici assegnatici finora dal nostro cammino evolutivo può essere integrato
all'interno di una forma storica di speranza compatibile con la fede e con
l'escatologia? Nella "somiglianza" dell'uomo con Dio – anch'essa richiamata dal
pontefice – nell'infinito cui questo abissale paragone allude, può essere
incluso il progetto di un umano finalmente libero dai propri vincoli naturali, e
completamente padrone del suo destino "storico"?
In altri termini, quel
che viene qui in questione è l'irrompere e l'installarsi dell'infinito entro la
storicità del finito. Anche questo, come Benedetto sa bene, è un tema cruciale
della modernità, ben riflesso in alcuni grandi luoghi della filosofia classica
tedesca. E credo proprio che il significato della transizione rivoluzionaria che
stiamo attraversando, che chiama la Chiesa ad assumersi responsabilità enormi,
sia tutto qui: aver reso effettivo, diretto e determinante innanzi agli occhi di
tutti quello che la modernità aveva solo lasciato intravedere ai suoi filosofi.
Che cioè l'infinito come assenza di confini materiali alla possibilità del fare,
come caduta di ogni determinazione obbligata da una barriera esterna a noi
("omnis determinatio est negatio") sta entrando stabilmente nel mondo degli
uomini, e sempre di più dovremo imparare ad averlo accanto, e, se posso dir
così, a padroneggiarlo. Con l'aiuto di Dio, starei per dire: ma non oso e mi
fermo.
Certo, io non ho alcuna autorità per sostenerlo, ma non riesco a
sottrarmi all'idea che un Dio d'amore – come quello che Benedetto ci invita a
pensare – non abbia bisogno di un uomo in scacco, di un uomo prigioniero della
sua materialità biologica, di un uomo che abbia da esser protetto da se stesso
con il richiamo a presunti vincoli "naturali", ma abbia scelto per amore di
avere accanto un uomo totalmente libero, e totalmente libero, a sua volta, di
sceglierLo.
Non mi nascondo che mettersi in questo vento – arrivare cioè
a immaginare un nuovo rapporto fra storia ed escatologia, dove l'infinito non
stia solo dal lato della seconda, perché di questo in fondo si tratta –
imporrebbe grandi cambiamenti nel magistero e nella dislocazione mondana della
Chiesa. Ma davvero, se non ora, quando? Le energie vi sono. E c'è la speranza.
Forse, occorre solo un po' più di profezia, senza rinunciare alla dottrina.
__________
2. Quel di più che la storia umana
non riesce a colmare
di Ernesto Galli della Loggia
Il passato e il presente; l'Occidente e la sua tradizione culturale
da un lato, la modernità dall'altro: è tra questi due poli che sembra muoversi
la riflessione che Benedetto XVI ha fin qui consegnato ai suoi interventi di
maggior impegno, in particolare a entrambe le sue encicliche. Una riflessione il
cui contenuto vero non è poi altro che il destino del cristianesimo.
Solo se l'Occidente, infatti, l'antico teatro geografico e storico che
primo accolse il messaggio proveniente da Gerusalemme per farne anima e forma
della sua cultura, intenderà tutta la profondità del rapporto con le proprie
origini cristiane, solo a questa condizione – sembra pensare il papa – la
religione della Croce potrà reggere la sfida lanciatale dai tempi nuovi,
continuando a tenere il suo animo fermo all'antica promessa del non
praevalebunt.
Da qui la spinta a ripercorrere in qualche modo l'intero
arco della vicenda cristiana, a ripercorrere le molte vie attraverso cui essa
non solo ha plasmato l'Occidente dopo essersi mischiata alle sue radici
classiche, ma, contrariamente a una convinzione diffusa, ha anche preparato e
perfino favorito l'avvento della modernità.
L'obiettivo ambiziosissimo è
quello niente di meno, come si legge, di "un'autocritica dell'età moderna in
dialogo col cristianesimo" nella quale peraltro "confluisca anche un'autocritica
del cristianesimo moderno", cioè – se capisco bene – di una sorta di "nuovo
inizio" segnato da quello che appare il vero obiettivo di questo pontificato: la
riconciliazione tra religione e modernità.
Nel procedere in questa
direzione mi sembra che il papa operi una svolta decisiva non tanto rispetto al
Concilio Vaticano II in quanto tale, ma certamente rispetto alla "vulgata" che
ne è circolata largamente negli anni seguenti.
Benedetto XVI, infatti,
sembra porre al centro dell'attenzione – si badi bene: all'attenzione non
politica, ma teologica – della Chiesa non più genericamente il "mondo", bensì
l'Occidente, il problema dell'Occidente. Di conserva egli individua con
sicurezza i termini teoricamente cruciali per il discorso cristiano sulla
modernità non più, come aveva fatto il Vaticano II, nella "giustizia", nella
"pace" e nell'autodeterminazione individuale e collettiva, ma nella "ragione" e
nella "scienza" (la seconda, in specie, sostanzialmente assente nella
tematizzazione conciliare).
Tutto ciò è ben visibile nell'ultima
enciclica del papa. Se con la "Deus caritas est" Joseph Ratzinger aveva
esplorato alcuni dei mutamenti rivoluzionari introdotti dal messaggio evangelico
nel mondo dell'"intimità morale", in particolare nei rapporti con l'altro, tra
quei due "altri" per antonomasia che sono l'uomo e la donna, con la "Spe salvi"
egli concentra la propria attenzione su un aspetto altrettanto decisivo di
quella che Benedetto Croce chiamò la "rivoluzione cristiana" che è all'origine
del mondo moderno: vale a dire il rapporto assolutamente nuovo rispetto alla
dimensione del futuro che quella rivoluzione significò per le culture in cui
ebbe modo di affermarsi.
Con ciò l'analisi di Benedetto XVI prende il
taglio, che in questa enciclica è propriamente suo (ma che già si affacciava in
quella precedente), di una declinazione della prospettiva teologica che tende
continuamente a configurarsi come filosofia della storia. Anzi meglio, per chi
come me guarda queste cose dall'esterno: a porre la religione cristiana come
l'origine prima della storia quale dimensione tipica del pensiero occidentale.
Se infatti – come l'enciclica non si stanca di sottolineare facendone il
proprio asse – la fede cristiana è per l'essenza speranza, cioè fede in un
futuro ("i cristiani hanno un futuro"; "la loro vita non finisce nel vuoto"); se
essa – come scrive icasticamente il papa – ha "attirato dentro il presente il
futuro", e lo ha fatto – egli aggiunge – avendo in mente il futuro non di questo
o quel singolo ma dell'intera comunità dei credenti, ebbene, come non vedere
proprio in ciò, allora, la premessa per quella più generale tensione al domani e
all'oltre che ha segnato così intimamente tutta quanta la nostra civiltà?
Ma per l'appunto in questa tensione sta l'origine dell'idea che l'oggi
prepara il domani, che il senso di quanto accade oggi è in questa preparazione,
e quindi che la vicenda umana nel suo complesso, possedendo una direzione, un
fine, possiede anche un senso, un significato.
Sta insomma qui
l'origine, per dirla con una sola parola, dell'idea di storia. E per conseguenza
della frattura di cui si sostanzia la modernità: dal momento che è proprio
nell'ambito della "speranza", del "futuro", del significato della storia – lungo
un percorso che dall'attesa del Paradiso ha condotto all'attesa del progresso –
che si è sviluppato forse il principale momento di laicizzazione della mentalità
collettiva moderna.
Lo scritto di papa Ratzinger – mai come in questo
caso assolutamente suo: a un certo punto si legge un "io sono convinto" del
tutto inusuale per il testo di un'enciclica – è per una buona parte la
ricognizione nel campo della storia delle idee delle cause che hanno portato
all'espulsione della speranza cristiana dal mondo a opera specialmente del
binomio scienza-libertà. Per ribadire naturalmente che però né la scienza, né le
sempre parziali realizzazioni politiche della libertà saranno mai in grado di
soddisfare il bisogno di giustizia e di amore che si agita in ogni essere umano
e che è invece la sostanza della speranza cristiana, garantita da Dio ai
credenti: "solo Dio può creare la giustizia", così come solo l'amore può
bilanciare la cupa "sofferenza dei secoli".
Anche chi è privo della
fede, come me, non fa fatica a convenire sull'esistenza di questo irreparabile
"di più" che la storia umana priva di Dio non riuscirà mai a colmare.
Ma
questo accordo – che non ha né vuole avere nulla di formale, e del resto
dovrebbe essere nella sostanza quasi scontato – non può mettere a tacere
un'osservazione critica che investe l'insieme dell'analisi dell'enciclica, pure
così convincente in molti passaggi: perché la storia dell'Occidente cristiano è
andata così? Perché essa sembra concludersi con uno scacco della religione che
pure l'ha così intimamente forgiata?
La risposta sta forse in quella che
a un certo punto – l'ho già ricordato – l'enciclica stessa chiama la necessaria
"autocritica del cristianesimo moderno": indicazione alla quale però non viene
dato alcun seguito.
Mi domando se sia lecito aspettarsi da Benedetto XVI
ciò che avremmo senz'altro chiesto al professor Ratzinger. Non lo so. Ma sono
certo che se mai in un domani il pontefice volesse far sentire la sua voce per
rispondere a questo interrogativo, quella voce susciterebbe forse un'eco non
destinata a spegnersi nel tempo.
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