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Una stupenda meditazione sulla vitaIL TESTAMENTO DEL CARDINALE
Io, le mie difficoltà con Dio di Marco Politi, La Re 19.5.2008 Da vescovo ha spesso chiesto a Dio: "Perché non ci dai idee migliori? Perché non ci rendi più forti nell'amore e più coraggiosi nell'affrontare i problemi attuali? Perché abbiamo così pochi preti?». Oggi, entrato in uno stato d'animo crepuscolare, confida di domandare a Dio di non essere lasciato solo. Nell'ultima stagione della sua vita Carlo Maria Marini si confessa ad un confratello austriaco e ne nascono i "Colloqui notturni a Gerusalemme", appena editi da Herder in Germania, che rappresentano il suo testamento spirituale. Confessa di essere stato anche in conflitto con Dio, elogia Martin Lutero, esorta la Chiesa al coraggio di riformarsi, a non allontanarsi dal Concilio e a non temere di confrontarsi con i giovani. Un vescovo, rammenta, deve saper anche osare, come quando lui andò in carcere a parlare con militanti delle Brigate Rosse «e li ascoltai e pregai per loro e battezzai pure una coppia di gemelli di genitori terroristi, nata durante un processo». Con padre Georg Sporschill, gesuita anche lui, l'ex arcivescovo di Milano è di una sincerità totale. Sì, ammette, «ho avuto delle difficoltà con Dio». Non riusciva a capire perché avesse fatto patire suo Figlio in croce. «Persino da vescovo qualche volta non potevo guardare un crocifisso perché !'interrogativo mi tormentava». E neanche la morte riusciva ad accettare. Dio non avrebbe potuto risparmiarla agli uomini dopo quella di Cristo? Poi ha capito. «Senza la morte non potremmo darci totalmente a Dio. Ci terremmo aperte delle uscite di sicurezza». E invece no. Bisogna affidare la propria speranza a Dio e credergli. «Io spero di poter pronunciare nella morte questo SI a Dio» . Però, se potesse parlare con Gesù, Carlo Maria Martini gli chiederebbe «se mi ama nonostante le mie debolezze e i miei errori e se mi viene a prendere nella morte, se mi accoglierà». I discorsi di Gerusalemme sono come un lungo simposio notturno, senza bevande, alimentati soltanto dallo scorrere dei ragionamenti, rassicurati dalle ombre calde di una sera che si prolunga fino all'alba. C’è stato un tempo racconta in cui «ho sognato una Chiesa nella povertà e nell'umiltà, che non dipende dalle potenze di questo mondo. Una Chiesa che concede spazio alle gente che pensa più in là. Una Chiesa che da coraggio, specialmente a chi si sente piccolo o peccatore. Una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa». Eppure a ottantun anni il cardinale, grande biblista, non rinuncia a suggerire alla Chiesa di avere coraggio e di osare riforme. E’ essenziale avere la capacità di andare incontro al futuro. Il celibato, spiega, deve essere una vera vocazione. Forse non tutti hanno il carisma. Affidare ad un parroco sempre più parrocchie o importare preti dall'estero non è una soluzione. «La Chiesa dovrà farsi venire qualche idea. La possibilità di ordinare viri probati (cioè uomini sposati di provata fede, ndr) va discussa». Persino il sacerdozio femminile non lo spaventa. Ricorda che il Nuovo Testamento conosce le diaconesse. Ammette che il mondo ortodosso è contrario. Ma racconta anche di un suo incontro con il primate anglicano Carey, al tempo in cui la Chiesa anglicana era in tensione per le prime ordinazioni di donne - sacerdote (avversate dal Vaticano). «Gli dissi per fargli coraggio che questa audacia poteva aiutare anche noi a valorizzare di più le donne e a capire come andare avanti«». Sul sesso il cardinale invita i giovani a non sprecare rapporti ed emozioni, imparando a conservare il meglio per l'unione matrimoniale, ma non ha difficoltà a rompere tabù, cristallizzatisi con Paolo VI, Wojtyla e di Ratzinger. «Purtroppo l'enciclica Humanae Vitae ha provocato anche sviluppi negativi. Paolo VI sottrasse consapevolmente il tema ai padri conciliari». Volle assumersi personalmente la responsabilità di decidere sugli anticoncezionali. «Questa solitudine decisionale a lungo termine non è stata una premessa positiva per trattare i temi della sessualità e della famiglia». A quarant' anni dall' enciclica, dice Martini, si potrebbe dare «un nuovo sguardo» alla materia. Perché la Bibbia, ricorda, è molto sobria nelle questioni sessuali. Assai netta è soltanto nel condannare chi irrompe, distruggendo, in un matrimonio altrui. Chi dirige la Chiesa, sottolinea, oggi può «indicare una via migliore dell'Humanae Vitae». Il Papa potrebbe scrivere una nuova enciclica. E l'omosessualità? Il porporato ricorda le dure parole della Bibbia, ma rammenta anche le pratiche sessuali degradanti dell'antichità. Poi aggiunge delicatamente: «Tra i miei conoscenti ci sono coppie omosessuali, uomini molto stimati e sociali. Non mi è stato mai domandato né mi sarebbe venuto in mente di condannarli». Troppe volte, soggiunge, la Chiesa si è mostrata insensibile, specie verso i giovani in questa condizione. C'è un filo rosso che lega i suoi ragionamenti nella quiete di Gerusalemme. I credenti non hanno bisogno di chi instilli loro una cattiva coscienza, hanno bisogno di essere aiutati ad avere una «coscienza sensibile». E vanno stimolati continuamente a pensare, ariflettere. «Dio non è cattolico», era solita esclamare Madre Teresa. «Non puoi rendere cattolico Dio», scandisce Martini. Certamente gli uomini hanno bisogno di regole e confini, ma Dio è al di là delle frontiere che vengono erette. «Ci servono nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più largo». Dio non si lascia addomesticare. Se questa è la prospettiva ci si può rivolgere con spirito più aperto al non credente o al seguace di un' altra religione. Con chi non crede ci si può confrontare sui fondamenti etici, che lo animano. Ed è bello camminare insieme a chi ha una fede diversa. «Lasciati invitare ad una preghiera con lui - suggerisce con mitezza Martini - portalo una volta ad un tuo rito. Ciò non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere cristiano. Non avere paura dell'estraneo». Per il cardinale la grande sfida geopolitica contemporanea è lo scontro delle civiltà. Conoscono davvero i cristiani il pensiero e i pensieri dei musulmani - si chiede Martinie come fare per capirsi? Tre sono le indicazioni. Abbattere i pregiudizi e !'immagine del nemico, perché i terroristi non possono davvero fondarsi sul Corano. Studiare le differenze. Infine avvicinarsi nella pratica della giustizia, perché l'Islam in ultima istanza è una religione figlia del cristianesimo così come il cristianesimo è figliato dal giudaismo. La regola aurea del cristiano - Martini lo ribadisce in questo suo scritto che assomiglia tanto ad un testamento spirituale - è «Ama il tuo prossimo come te stesso». Anzi, spiega con la precisione dello studioso della Bibbia, Gesù dice di più: «Ama il tuo prossimo perché è come te». Da lì sorge l'imperativo a praticare giustizia. È terribile, insiste Martini, invocare magari Dio nella costituzione europea, e poi non essere coerenti nella giustizia. E qui il cardinale di Santa Romana Chiesa tira fuori il Corano elegge la splendida sura seconda. Non si è giusti, se ci si inchina per pregare a oriente o a occidente. Giusto è colui che crede in Allah e nell'Ultimo Giudizio. Giusto è colui che «pieno di amore dona i suoi averi ai parenti, agli orfani, ai poveri e ai pellegrini». Chi fa l' elemosina e riscatta gli incarcerati. «Costui è giusto e veramente timorato di Dio». Poi torna riflettere sull'Al di là. C'è l'Inferno? Sì. «Eppure ho la speranza che Dio alla fine salvi tutti». E se esistono persone come un Hitler o un assassino che abusa di bambini, allora forse l'immagine del Purgatorio è un segno per dire: «Anche se tu hai prodotto tanto inferno (sulla terra) forse dopo la morte esiste ancora un luogo dove puoi essere guarito». Non finirebbero mai i discorsi notturni di Gerusalemme. Lo si capisce dall'andamento quieto delle domande e delle risposte. Come onde che si susseguono. Martini nel frattempo è rientrato in Lombardia, fiaccato dal Parkinson. A chi lo ascolta, lascia questo segnale: «Possiamo anche lottare con Dio come Giacobbe, dubitare e dibatterci come Giobbe, rattristarci come Gesù e le sue amiche Marta e Maria. Anche questi sono sentieri che portano a Dio». W GESU'BUONA DOMENICA DEL SACRO CORPO E SANGUE DI CRISTO
Dal vangelo secondo Giovanni Capitolo 6 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno». [41]Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». [42]E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?». [43]Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. [44]Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. [45]Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. [46]Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. [47]In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. [48]Io sono il pane della vita. [49]I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; [50]questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. [51]Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». [52]Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». [53]Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. [54]Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. [55]Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. [56]Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. [57]Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. [58]Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
In questo brano vediamo i Giudei andare in crisi di fronte alla rivelazione che Gesù fa di se stesso e lo fa mettendo in antitesi due pani, dono di Dio: quello antico, la manna, non era sorgente di vita: infatti i padri che la mangiarono morirono (V. 49). Ora Gesù dice: “Io sono il pane vivo che è sceso dal cielo, chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (V. 51). Da notare che dopo essersi definito per quattro volte “Pane vivo”, Gesù ora usa dei verbi al futuro: vivrà, darò. Nella situazione di incredulità e di rifiuto da cui è circondato, guarda al futuro: diventerà pane per gli altri quando si darà per la vita del mondo. Ed è proprio una lettura in chiave pasquale del cap. 6 che ci suggerisce l’evangelista. I giudei rimangono scandalizzati: “com’è possibile che sia disceso dal cielo se conosciamo chi sono i suoi genitori, se l’abbiamo visto crescere tra noi giorno dopo giorno, come può affermare che è mandato da Dio Padre?” Per loro è impossibile conciliare la natura umana di Gesù con quella Divina; c’è troppa distanza tra le sue promesse e la sua materialità. L’attesa di un Messia nelle vesti di un re liberatore non corrisponde a costui che dice di essere il Figlio di Dio, un Messia che si rivela non nella potenza spettacolare, ma nella debolezza umana. Lo scandalo dei giudei è il travaglio di fede delle prime comunità cristiane. Non è stato facile per loro passare dai dati concreti della storia umana di Gesù, all’affermazione di fede nella sua divinità. Ma non è forse questa la situazione di molti nostri contemporanei, che collocano Gesù tra i profeti o i liberatori falliti della storia? Se gli danno il titolo di “Figlio di Dio” è perché lo considerano un discendente di Davide, che era appunto chiamato con questo titolo nella Bibbia. Non meravigliamoci e non scandalizziamoci dunque di ciò che pensano i giudei e rivolgiamo anche noi la stessa domanda a Gesù: “Come puoi dire io sono disceso dal cielo? Non hai avuto forse come tutti noi un padre, una madre qui sulla terra?”(V. 42). Se analizziamo il testo Gesù ci indica il cammino per penetrare nel mistero della sua persona. Egli infatti non si sottrae allo scandalo, anzi riafferma con più forza “Io sono il pane della vita, il pane disceso dal cielo” (V. 44) e ancora “chi viene a me io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. L’impegno di Gesù è teso a far capire che Lui e il Padre sono una cosa sola, quindi chi viene da Dio, come dicono i Giudei, crede anche in Lui……….I giudei attendono di nuovo in dono la manna che mangiarono i loro padri nel deserto. Gesù dice loro: “Sono io il pane che attendete dal cielo e chi ne mangia vivrà in eterno. Sono io il compimento della vostra attesa, sono io la manna che attendete”. E’ interessante sottolineare il passaggio dal passato al presente: il pane che adesso Dio dà è vero, dà la vita al mondo, è sorgente di vita per tutti, non per un solo popolo. In questo brano Gesù riveste il ruolo del pedagogo, paziente, e lo svolge con delicatezza. Spiega le scritture, ascolta, dialoga, istruisce, rispiega e infine apre alla speranza. Lo stesso ruolo che avrà con i discepoli di Emmaus: cammina insieme a loro, interroga, accoglie, dialoga e rispiega tutte le scritture in cui si parla di Lui, di quello che avrebbe dovuto patire e di come il Padre l’avrebbe risuscitato. Infine si fa riconoscere nello spezzare il pane, nuovo segno della sua presenza, che diventerà il segno di riconoscimento per tutti i cristiani nell’Eucaristia. E’ nell’Eucaristia che incontriamo Gesù, nuovo nutrimento che viene da Dio. Chi mangia di questo pane, il suo corpo donato per noi, aderisce ad una vita nuova, una vita che non avrà fine, che vince perfino la morte, perché entra nella grazia e nella pienezza di Dio. Questo brano nella sua struttura, rispecchia quella della Messa: prima Gesù ci istruisce alla mensa della parola, poi si offre a noi come pane vivo, sorgente di vita, nell’Eucaristia. Nel convegno eucaristico di Bari presieduto dal Papa Benedetto XVI viene ripresa l’affermazione dei primi martiri cristiani: “Senza la domenica non possiamo vivere”, appunto perchè nell’Eucaristia il cristiano incontra il Cristo risorto, pane vivo, sorgente di vita eterna. In conclusione è sulla fede nella persona di Gesù che si gioca la nostra beatitudine, qui e dopo!!!
1) Fino a che punto aderisco al disegno d’amore che Dio ha fatto per me? 2) Posso anch’io affermare di non poter vivere senza la domenica?
LA FEDE
Leggendo questi versetti ho avuto una conferma da Gesù - -
E cioè che: La Fede è un dono di Dio. Perché Credere in Gesù ha origine all’iniziativa del Padre. Gesù, - in questi pochi versetti che ci espone Giovanni nel cap. 6 – vuol far capire che la fede è un dono di Dio: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (v. 44), e ancora: “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui viene a me” (v.45).
La conferma è che: E’ Dio che chiama, che prende l’iniziativa di cercare ogni uomo. L’uomo deve solo rispondere al suo disegno d’amore, perché Dio ha amato l’uomo per primo. L’uomo può accettare questo dono ponendosi in ascolto, lasciandosi ammaestrare guidare dalla Sua parola (e mettendola in pratica). Qui ancora abbiamo la conferma che: Non è in potere dell’uomo credere in Gesù se prima non c’è la chiamata del Padre (v. 37: “tutti coloro che il Padre mi dà verranno a me…”). Per Gesù la salvezza è un DONO e l’uomo deve solo accoglierlo: CREDERE. Chi è nell’amore di Dio e si fa guidare da Lui, instaura un rapporto intimo con Dio Padre, incontra Gesù che è pane e sorgente di vita. Windows Live Mobile Collegati a Messenger dal tuo cellulare! IL MIGLIOR GIOVANE DI BELLARIA IN UNA NUOVA COMPOSIZIONEFIORI ROSA FIORI DI PESCO C'ERI LUUUUUUUUUUUUUU
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Un ri-pensamento di presenza e di servizio dei presbiteri nel territorio. Nei corridoi delle Domus Mariae si sono visti volti giovani di presbiteri, religiosi, religiose e laici impegnati nella pastorale vocazionale della propria diocesi o nella propria congregazione, inviati dal vescovo e dal superiore religioso. Presbiteri chiamati a svolgere tale incarico anche da pochissimo tempo. Da essi, e anche dai veterani, è emerso un interrogativo: cosa voglia dire “fare” pastorale vocazionale. Si tratta della “punta di un iceberg” che chiede di rivisitare l’orizzonte non solo dell’ambito tipicamente vocazionale, ma della pastorale nel suo insieme. Se manca il senso del sentirsi chiesa, difficilmente vi saranno giovani che si consacrano totalmente a Dio. Se manca la chiesa, mancheranno sempre le vocazioni. La nota Cei dopo il convegno di Verona così afferma: «Tutte le vocazioni e i ministeri, anche se in modi diversi, sono chiamati a testimoniare la speranza cristiana in mezzo ad una società in rapido cambiamento. Da questa varietà nell’unità scaturisce il segno vivo di una comunità che si mostra come una cosa sola perché il mondo creda».[1] Nella domanda, non affatto scontata, si cela il desiderio di come narrare la fede cristiana nel mondo moderno. Ad essere in crisi non sono i giovani e, tanto meno, la chiamata da parte di Dio, semmai è l’immagine di uomo e di donna che sta crescendo e maturando nelle giovani generazioni. Nel chiedersi cosa voglia dire “fare” pastorale vocazionale da parte degli “addetti ai lavori”, si constata che è in atto un scollamento nel pensare la chiesa e nel pensarsi chiesa. Sono le statistiche sociologiche a dirci che il numero dei preti nel prossimo ventennio sarà notevolmente in calo; anche da questo dato si dovrebbe iniziare a rivedere le modalità e i criteri nell’annuncio del Vangelo all’uomo moderno. Già le giovani chiese in terra di missione ci stanno inviando campanelli d’allarme nel farci comprendere che il futuro dei sacerdoti fidei donum, per esempio, dovrà necessariamente integrarsi con figure di laici e di coppie di sposi che si fanno garanti dell’annuncio cristiano. In casa nostra, si prospettano parrocchie con équipes composte da preti e da laici che, con compiti specifici e rispettosi delle proprie ministerialità, si adoperano dentro un territorio ampio che va oltre la singola parrocchia.
Formazione di laici, seminaristi, giovani preti con scelte missionarie in parrocchia e in diocesi. Le agende dei vescovi sono sempre più piene di delegazioni di parrocchie senza più il parroco, che rivendicano la presenza di un pastore. A loro il vescovo, il più delle volte suo malgrado, non sa cosa dire, con l’amarezza nel cuore. Il ripensamento della presenza di presbiteri in un territorio si impone sempre più alla scelta diocesana. Diversi preti posseggono ancora la mentalità del pensare “solo” alla propria parrocchia, quando invece si fa sempre più pressante uno sguardo ecclesiale d’insieme. È vero: le unità pastorali non nascono con il righello e la matita, ma da cuori che si appassionano insieme e da tavole per la mensa che si nutrono sempre di più di preti “viciniori”. Ai seminaristi e ai giovani preti, togliendoli da ogni illusione e da ogni delusione, va detto che lo scenario che si prospetta quanto al futuro ministero presbiterale è questo. Buona cosa, pertanto, quando un vescovo incontra e dialoga regolarmente con i propri seminaristi (non solo nell’imminenza dell’ordinazione) e, soprattutto, con il clero giovane della sua diocesi per farsi raccontare quale immagine di ministero sognano per verificarla con la realtà. Prendendo a prestito l’immagine dal mondo missionario, potremmo dire che la missione ai lontani in senso geografico chiede di rivedere la “ricchezza” di presbiteri in un territorio concentrato delle nostre diocesi. L’età avanzata del clero e le malattie di parroci da tempo in azione sono segnali da leggere non solo con la lente della perdita, ma anche con la lente di scelte missionarie “in casa propria”, senza timore di cambiare rotta di fronte alla navigazione pastorale del “si è fatto sempre così”. Ma al “così non può più essere” ci si dovrà abituare ben presto.
Le strutture della parrocchia: non solo “incontri”, ma anche “casa abitabile”. Un elemento che è stato ribadito al convegno nazionale è quello della parrocchia e della sua capillarità territoriale (che fa invidia a molte altre realtà aggregative e non). In ogni caso, si continua a pensare e a condurre la parrocchia come una volta, coltivando “quelli che vengono” (visione centripeta), invece di “ri-pensarla” come una grande agorà dove ognuno si possa sentire a casa nel senso profondo del termine (visione centrifuga). Per andare al concreto: i non pochi locali (alcune parrocchie a dire il vero scarseggiano in tal senso) usati per gli incontri, per le catechesi e per l’oratorio perché non si investono in “luoghi di accoglienza” per i giovani della parrocchia; luoghi di vita comune insieme al presbitero, trasformando la parrocchia in una “casa abitabile”, superando la logica da “ufficio” che tante volte traspare? Mons. Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente del COP, ha ribadito ciò che aveva già espresso alla Gmg di Colonia: «Più senso di famiglia nelle strutture della parrocchia». È vero: i “campi scuola” parrocchiali non bastano più. A questo punto, una domanda sorge spontanea da parte del parroco: con tutto quello che c’è da fare oggi in parrocchia, come si può pensare ad una cosa del genere? È proprio qui lo snodo: è il “tutto quel che c’è da fare” che va ripensato in modo intelligente, evitando così nel parroco esaurimenti personali, sguardi incattiviti verso tutto e tutti e ogni sorta di pessimismo e di sconforto. La gente è molto più lungimirante del clero stesso, sapendo intravedere vie e forme che, a volte, non sono conosciute perché non è stata data loro la possibilità di esprimerle o di porle in atto. C’è bisogno di maggiore fiducia del clero nei confronti della gente, come ci deve essere più fiducia del vescovo verso i suoi preti; occorre più sinergia tra gli operatori pastorali di una stessa parrocchia, evitando di sprecare energie nel giocare quali battitori liberi e non gregari gli uni insieme agli altri.
Seminari e centri diocesani vocazioni: natura e identità Un ultimo elemento è il ruolo e la finalità dei CDV. Un nutrito gruppo di direttori ha raccontato come il loro essere direttori della pastorale vocazionale coincida con l’essere rettori dei seminari diocesani. Diversi di loro, nel discernimento con il vescovo, stanno valutando la necessità di ripensare tale modalità per evitare di istituzionalizzare un servizio diocesano chiamato ad accompagnare le diverse forme di consacrazione rispetto ad una realtà come quella del seminario. Oggi il mondo giovanile ha “fiuto” per capire l’intenzione di una chiesa nei loro confronti e il servizio che si cerca loro di offrire; è bene che ciò venga fatto a più occhi e attraverso una diversità di esperienze pastorali. Non si deve aver fretta di imporre le mani, ma nel contempo non si deve indugiare sulle occasioni di grazia che la provvidenza suggerisce, senza aver timore di esplicitare al giovane la domanda vocazionale. Il lavoro e la proposta vocazionale devono incoraggiare le diocesi ad osare percorsi di vita comune, con ottica vocazionale, come servizio alla vita del giovane; si tratta di sostenere parroci e vicari parrocchiali nel testimoniare in modo sereno e autentico la propria vocazione, facendosi loro stessi accompagnatori vocazionali di quei giovani che si rendono disponibili ad un percorso vocazionale (delegare tutto questo processo solo al CDV vuol dire che in casa propria ci si è arresi; e la propria vocazione di prete, specie se giovane, non comunica più nulla). L’esperienza dice che ai giovani più si chiede e più essi danno. Pertanto, non bisogna temere di mettere loro in mano la Scrittura e di intraprendere cammini “forti” di discernimento vocazionale e contemporaneamente far vivere loro la parrocchia come luogo di discernimento. Occorre iniziare a creare dei ponti reali tra la famiglia e la parrocchia, accorciando sempre di più quel divario tra la vita personale e quella pubblica del giovane. Non si ci si deve lasciar prendere da alcuno scoraggiamento, nell’edificare la chiesa, in quanto le vocazioni sono come alcuni frutti “interrati”: esistono già e vanno portati alla luce. Ai numerosi animatori ed educatori che da tempo (forse troppo) si muovono in parrocchia come “tuttofare” è giunto il momento di chiedere molto di più. Anche perché, non dimentichiamo, Dio chiede tutto.
don Giacomo Ruggeri direttore CDV di Fano L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ![]() ma nell'avere nuovi occhi. Windows Live Mail Controlla i tuoi account di posta con un unico programma, è GRATIS! Vivere con speranza
Da “Muta il mio dolore in danza” di H. Nowen
La sofferenza ci aiuta a deporre le nostre pene in mani più capaci. In Cristo noi vediamo Dio che soffre –per noi- e che ci chiama a condividere il suo amore sofferente per un mondo dolente. Le piccole e anche le grandi, insopportabili sofferenze delle nostre vite sono intimamente connesse alle ben più grandi sofferenze di Cristo. Le nostre pene quotidiane sono saldamente ancorate alla pena più grande, e di conseguenza a una più grande speranza. Non è in nostro potere modificare la maggior parte delle circostanze della nostra vita. Siamo incessantemente chiamati a scoprire lo Spirito di Dio all’opera nelle nostre vite, dentro di noi, anche nei momenti più cupi. Siamo invitati a scegliere la vita. Una chiave per comprendere la sofferenza sta nel non ribellarci ai problemi e alle croci che la vita ci pone di fronte. Soffrire ci avvilisce; ci rammenta la nostra pochezza. Ma è proprio qui, in questo nostro strazio o avvilimento, o disagio, che il Danzatore ci invita a rialzarci e a muovere i primi passi. Perché è nella nostra sofferenza, e non a prescindere da essa, che Gesù penetra nel nostro sconforto, ci prende per mano, ci rialza dolcemente e ci invita alla danza. E danzando ci rendiamo conto che non siamo inchiodati al piccolo, angusto luogo del nostro dolore, che possiamo oltrepassarlo. Smettiamo di incentrare le nostre vite su noi stessi. Trasciniamo altri con noi, li invitiamo a unirsi alla più vasta danza che tutti ci accomuna. Impariamo a far posto agli altri, e all’Altro Misericordioso in mezzo a noi. La nostra gloria si cela nel nostro dolore, se permettiamo a Dio di portare il dono di sé nella nostra esperienza di dolore. Se ci volgiamo a Dio, anziché ribellarci alla nostra sofferenza, gli permettiamo di trasformarla in un bene più grande. E permettiamo ad altri di unirsi a noi e di scoprire quel bene con noi. Se sappiamo ravvisare la presenza di Dio nei momenti difficili, allora tutta la vita, non importa quanto apparentemente insignificante o difficile, può rivelarci che Dio opera incessantemente in mezzo a noi. Essere grati non significa rimuovere le ferite che ci portiamo dentro. Guarire è lasciare che lo Spirito Santo mi chiami a danzare, a credere nuovamente, anche tra le lacrime, che Dio orchestrerà e guiderà la mia vita. La chiamata a essere riconoscenti è una chiamata a confidare che ogni attimo della nostra esistenza possa essere rivendicato come la via della croce che conduce alla nuova vita. La gratitudine ci aiuterà in questa danza solo se sapremo coltivarla. Perché la gratitudine non è una semplice emozione o un atteggiamento naturale. Vivere con riconoscenza richiede esercizio. È necessario uno sforzo non indifferente per riabilitare tutto il mio passato e vederlo come il modo concreto con cui Dio mi ha condotto sin qui, a questo momento. Per farlo, infatti, devo affrontare non solo le ferite recenti, ma le passate esperienze di rifiuto, abbandono, fallimento o angoscia. Ai discepoli Gesù disse che benché fossero già intimamente legati a lui, come tralci a una vite, dovevano essere ancora potati per portare più frutto (Gv 15,1-5). Potare significa troncare, ri-formare, rimuovere ciò che sottrae vitalità. Le persone riconoscenti imparano a rendere grazie anche al ricordo dei momenti difficili e dolorosi della vita, perché hanno capito che la potatura non è mero castigo: è preparazione. Se la nostra gratitudine per il passato è soltanto parziale, anche la nostra speranza per il futuro non potrà mai essere piena. Ma il nostro abbandonarci al volere di Dio, alla sua mano che ci pota, non ci lascerà desolati, ma pieni di speranza per ciò che può avvenire in noi e per mezzo di noi. Windows Live Mobile Da oggi la posta di Hotmail la controlli anche dal tuo cellulare! Quando arriviamo ad essere impermeabili alle emozioni..............
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![]() ma nell'avere nuovi occhi. Windows Live Mobile Da oggi la posta di Hotmail la controlli anche dal tuo cellulare! e io che studio il Vaticano II e l'ecumenismo!!!! Speriamo Bene!!!!!!!ROMA
Nasce a Roma la prima Parrocchia personale in rito antico
Parola di VitaParola di vita di maggio 2008
"Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà" (2 Cor 3, 17).
L’apostolo Paolo scrive ai cristiani della città di Corinto a lui particolarmente cari. Era vissuto tra loro per quasi due anni, tra il 50 e il 52. Vi aveva seminato la Parola di Dio, gettando le fondamenta della comunità cristiana, fino a generarla come un padre[1]. Pochi anni più tardi, quando torna a visitarli, alcuni screditano in pubblico la sua autorità di apostolo[2]. È l’occasione per riaffermare la grandezza del suo ministero. Egli annuncia il Vangelo non di propria iniziativa, ma perché mosso da Dio. La Parola di Dio per lui non ha più alcun velo perché lo Spirito Santo gliel’ha fatta comprendere alla luce di quanto è avvenuto in Cristo Gesù. Per questo può viverla e annunciarla con piena libertà. Essa gli consente di entrare in comunione con il Signore, di venire trasformato in Lui, fino ad essere guidato dal suo stesso Spirito di libertà.
"Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà"
Gesù Risorto, il Signore, continua, oggi come ai tempi di Paolo, ad agire nella storia, e in particolare nella comunità cristiana, attraverso il suo Spirito. Anche a noi dà di comprendere il Vangelo in tutta la sua novità e lo scrive nei nostri cuori in modo che sia la nostra legge di vita. Non siamo guidati da leggi imposteci dal di fuori, non siamo schiavi costretti da ordinamenti di cui non siamo convinti e che non condividiamo. Il cristiano è mosso da un principio di vita interiore, che lo Spirito ha posto in lui con il battesimo, dalla sua voce, che ripete le parole di Gesù facendole comprendere in tutta la bellezza, espressione di vita e di gioia: le rende attuali, insegna come viverle e insieme infonde la forza per metterle in pratica. È lo stesso Signore che, grazie allo Spirito Santo, viene a vivere e ad agire in noi, facendoci Vangelo vivo. Essere guidati dal Signore, dal suo Spirito, dalla sua Parola: ecco la vera libertà! Coincide con la realizzazione più profonda del nostro io.
"Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà"
Ma si sa che, perché lo Spirito Santo agisca, occorre la piena disponibilità ad ascoltarlo, pronti a cambiare la nostra mentalità, se necessario, e poi aderire pienamente alla sua voce. È facile lasciarsi rendere schiavi dalle pressioni esercitate dal costume e dal consenso sociale, che possono indurre a scelte sbagliate. Per vivere la Parola di vita di questo mese è necessario imparare a dire un no deciso al negativo che affiora dal nostro cuore ogni volta che siamo tentati di assuefarci a modi di agire che non sono secondo il Vangelo; imparare a dire un convinto sì a Dio ogni volta che sentiamo che egli ci chiama a vivere nella verità e nell’amore. Scopriremo il legame fra la croce e lo Spirito, come fra causa ed effetto. Ogni taglio, ogni potatura, ogni no al nostro egoismo è sorgente di luce nuova, di pace, di gioia, di amore, di libertà interiore, di realizzazione di sé; è porta aperta allo Spirito. In questo tempo di Pentecoste Egli potrà elargirci con più abbondanza i suoi doni; potrà guidarci; saremo riconosciuti per veri figli di Dio. Saremo sempre più liberi dal male, sempre più liberi di amare.
"Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà"
È la libertà che ha trovato un funzionario delle Nazioni unite, durante il suo ultimo incarico in uno dei Paesi dei Balcani. Le missioni che gli vengono affidate rappresentano un lavoro gratificante, sebbene estremamente impegnativo. Una grande difficoltà sono i prolungati momenti lontano dalla famiglia. Anche quando torna a casa è faticoso lasciare sulla porta il fardello del lavoro nel quale è coinvolto, e dedicarsi con animo libero ai bambini e alla moglie. Improvvisamente il trasferimento in un’altra città, sempre nella stessa regione, ove è impensabile portare con sé la famiglia perché, nonostante gli accordi di pace appena firmati, le ostilità continuano. Cosa fare? Cosa vale di più, la carriera o la famiglia? Ne parla a lungo con la moglie, con la quale da tempo condivide una intensa vita cristiana. Chiedono luce allo Spirito Santo e insieme cercano la volontà di Dio per la loro famiglia. Infine la decisione: lasciare un lavoro così ambito. Decisione davvero insolita in quell’ambiente professionale. "La forza per questa scelta – racconta lui stesso – è stata frutto dell’amore reciproco con mia moglie, che non mi ha mai fatto pesare i disagi che le procuravo. Da parte mia, avevo cercato il bene della famiglia, al di là delle sicurezze economiche e della carriera e avevo trovato la libertà interiore".
Chiara Lubich Almeno l'itagliano sallo..... postato da marcot_87@.... (grazie Marco)Troppo divertente... sta avvenendo una mutazione....... forse troppo uso del correttore ortografico di word
Dovrei avere ildono dell'obliquità!(la torre di Pisa???) (O disidratata???Alla faccia della diarrea!) (...e al posto dei cavalli hale sedie a rotelle??) (che faccioun po' fatica digerirlo) Windows Live Mobile Collegati a Messenger dal tuo cellulare! Chiarimenti sulla Domenica 1
scrivere che il culto originale era di Sabato!!! Ho deciso di riportare questa breve ricerca sulla Domenica (scusate la tecnicità, spero possa essere utile) Un abbraccio Perché la domenica?La scelta del primo giorno dopo il sabato non è casuale. Infatti la Resurrezione di Cristo sarebbe avvenuta in quel giorno della settimana, come attestato nei quattro Vangeli canonici , anche se molti studiosi sostengono che la scelta sia una derivazione sincretica, partendo dal giorno dedicato a Mithra o dalle festività della setta di Qumran. Per quanto riguarda il culto di Mithra, si può escludere qualsiasi collegamento, se si considera che non esiste alcun dato che attesti lo statuto di giorno festivo del dies solis mithraico. Inoltre, come sottolinea Mosna , Giustino, nella sua Prima Apologia , si lamenta dell’imitazione del banchetto cristiano da parte dei cultori di Mithra, senza però fare alcun riferimento ad un collegamento tra la domenica cristiana ed un dies solis dedicato a Mithra, cosa che avrebbe suscitato molte più lamentele da parte dell’autore. Il collegamento con la setta di Qumran sembra invece più vicino: infatti, questi seguono un calendario solare, il cosiddetto Calendario dei Giubilei, di 52 settimane, in cui tutte le feste cadono ogni anno nello stesso giorno della settimana. Secondo questo calendario, due delle più importanti feste giudaiche, l’Omertag (l’offerta delle primizie e primo giorno dell’anno) e la Pentecoste, cadono di domenica, mentre la maggior parte delle altre festività cadono di mercoledì e di venerdì, giorni di digiuno, proprio come nel Cristianesimo, in cui vi si ricorda l’arresto di Gesù e la Sua crocifissione. Considerato che il Cristianesimo si è sviluppato in un ambiente che non ignorava la comunità di Qumran, è possibile che ci sia stata qualche influenza sulla Chiesa, tanto più che i qumraniti erano degli specialisti del calendario . Tuttavia, come sottolinea Rordorf, se si accettasse questa tesi si cadrebbe in contraddizione, perché si può essere verificata solo una delle due situazioni: «o l’influenza di Qumran è stata decisiva e perciò la resurrezione di Gesù è stata attribuita nella tradizione di domenica; o la resurrezione di Gesù è effettivamente avvenuta di domenica, e ciò senza alcun apporto – sia pure di natura psicologica – da parte di una tradizione risalente a Qumran» . Oltretutto le prime testimonianze di celebrazioni domenicali sono molto antiche, quindi mi sembra di poter dire che la domenica cristiana presenti più elementi di novità che di continuità.Le prime testimonianze della celebrazione domenicaleIl Nuovo TestamentoL’importanza della domenica è ricordata ben presto da Paolo: il primo giorno dopo il sabato diventa il giorno dedicato alla colletta, attività di primaria importanza all’interno della primitiva comunità cristiana. In 1Cor 16, 1-2, l’apostolo si rivela molto esplicito: «Riguardo poi alla colletta in corso a favore dei fratelli, fate anche voi come ho ordinato alle chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana (κατὰ μία σαββάτου) ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare, perché non si facciano le collette proprio quando vengo io» . Questa lettera fu scritta intorno al 54, ciò significa che sin d’allora la domenica, o meglio, il primo giorno della settimana aveva assunto questo ruolo privilegiato per quanto rigurda la colletta. Ma non si trova in tutta la Bibbia una affermazione di cambiamento di giorno di riposo dal sabato alla domenica. Molti testi come quello di Romani 14 o Colossesi 2, sono usati fuori contesto. Non si specifica che il testo di Romani 14 si concentra sulle carni sacrificate agli idoli, mentre quanto si citano i sabati si omette di dire che nel calendario degli ebrei esistevano anche i cosiddetti "grandi sabati", chiamati si con il nome di sabato ma che potevano cadere in altri giorni della settimana. In realtà nel primo secolo il giorno di culto rimase il sabato, questo è quanto riporta Luca negli Atti degli apostoli, posteriori alla prima lettera ai Corinzi. "Perché Mosè fin dalle antiche generazioni ha in ogni città chi lo predica nelle sinagoghe dove viene letto ogni sabato" Atti 15: 21, il testo si riferisce agli stranieri (non ebrei) che si convertono al cristianesimo. "Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera; e sedutici parlammo alle donne là riunite" Atti 16: 13. "Paolo come era sua consuetudine, entrò da loro, e per tre sabati tenne loro ragionamenti tratti dalle Scritture" Atti 17: 2. "Ma ogni sabato insegnava nella sinagoga e persuadeva Giudei e Greci" Atti 18: 4. Si compie un passo avanti nel momento in cui si parla di riunione domenicale. La prima testimonianza è sempre un passo neotestamentario, At 20, 7, in cui si dice: « Il primo giorno della settimana eravamo riuniti per spezzare il pane. Paolo, che doveva partire il giorno dopo, discorreva con essi e prolungò il discorso fino a mezzanotte » . Si possono fare molte obiezioni a riguardo, visto la natura e la funzione del testo. Innanzi tutto è lecito pensare che l’atto di spezzare il pane si riferisca ad un evento straordinario, vista la presenza di Paolo, considerata sicuramente come una situazione di grande importanza, e che solo casualmente ciò accada di domenica. Tuttavia, occorre osservare che raramente Luca specifica il giorno in cui avvengono i miracoli, quindi qui si vuole evidenziare la consuetudine di riunirsi la domenica. Oltretutto sono presenti importanti termini chiave: “Ἐν δὲ τῇ μιᾷ τῶν σαββάτων”, sono le stesse parole utilizzate per indicare il giorno della resurrezione di Gesù in tre dei Vangeli; “κλᾶν (κλάσαι) ἄρτον” sono i termini tecnici per indicare l’eucarestia, così come il verbo συνέγειν (συνηγμένων) indica i raduni cristiani. Il testo è stato redatto intorno agli anni 80, e la difficoltà d’interpretazione deriva soprattutto dall’inesistenza di passi paralleli nel Nuovo Testamento o in altri testi coevi.I testi del I e del II secoloDobbiamo infatti aspettare almeno dieci anni per trovare un altro testo che ci parli delle riunioni domenicali, ma in questo caso il testo non ammette repliche. Nella Didachè, redatta tra il 90 ed il 100, all’inizio del quattordicesimo capitolo, si dice: «Nel giorno domenicale del Signore radunatevi, spezzate il pane e rendete grazie» . La pratica forse non appare ancora consolidata, considerando che il testo ne dà ancora le direttive, ma è certo che inizia a diffondersi. Dopo il 100 abbiamo numerosi testi che ci parlano di queste riunioni. Ma se è importante che ce ne parlino ancora gli autori cristiani, come Sant'Ignazio di Antiochia , ancora più rilevante è la testimonianza esterna di un autore pagano, Plinio il Giovane che, come governatore della Bitinia nel 112, chiede all’imperatore quale atteggiamento debba egli assumere nei confronti dei cristiani, il cui numero è in crescita, che si rifiutano di sacrificare all’imperatore e che «essent soliti stato die ante lucem conuenire carmenque Christo quasi deo dicere» . Certo non ci dice che tali riunioni avvenissero la domenica, ma non è pensabile che egli si riferisca ad un altro giorno. È poi rilevante che la pratica appaia consolidata, considerato che Plinio la utilizza come fattore distintivo. Ciò è molto importante perché ci permette di affermare che negli anni ’10 del I secolo la domenica è diventata definitivamente il giorno di culto dei cristiani, che iniziano così ad essere considerati una comunità separata da quella ebraica.La polemica sul rispetto del sabatoI primi cristiani vivevano però una situazione di forte contrasto: alla luce della parola di Gesù, potevano rigettare l’antica Legge e, di conseguenza, il rispetto del sabato? In fondo si sarebbe potuto continuare a rispettare il riposo sabbatico per ricordare il settimo giorno della creazione, in cui Dio si riposò, e poi celebrare la domenica in ricordo della resurrezione. Dopo un periodo di forte incertezza, si è invece deciso di privilegiare la domenica, rigettando il sabato perché non conforme al nuovo credo.Gesù e il sabatoIl punto di partenza sono nuovamente le Sacre Scritture, perché già nei Vangeli si possono trovare le prime indicazioni. Più di una volta Gesù compie dei miracoli nel giorno di sabato, cosa che scandalizza moltissimo i giudei, perché così si infrange il sabato. Le guarigioni non sono mai improrogabili, come ben si sottolinea, ad esempio, nel caso narrato in Lc 13, 10-17: una donna, inferma da diciotto anni, si reca alla sinagoga in cui si trovava Gesù, che la guarisce nonostante sia sabato . Il capo della sinagoga è nel giusto quando lo accusa di aver violato il sabato, e questo episodio appare come una provocazione, o una dimostrazione da parte di Gesù, esattamente come quando i discepoli, di sabato, raccolgono delle spighe per cibarsene . All’accusa mossagli dai farisei, Gesù risponde con esempi biblici di violazione del sabato, e poi aggiunge: «Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato».Gli apostoli ed i primi cristianiAnche se in questi passi Gesù sembra abolire il sabato, ma i primi giudeo-cristiani continuarono a rispettare il sabato, e fu solo con Stefano e gli “Ellenisti” che forse si iniziò a non sentirsi più legati alla Legge e di conseguenza al sabato . L’idea non fu certo accettata senza polemiche, considerato che Stefano fu lapidato. Ma se i giudeo-cristiani continuarono a rispettare il sabato, il suo significato cambiò necessariamente, in ricordo del dolore del sabato per la morte di Gesù, rispetto alla gloria della domenica.La grande svolta di ebbe intorno al 48, con il Concilio di Gerusalemme, in cui Pietro e Paolo si spartiscono le aree di competenza: al primo è affidata l’evangelizzazione dei giudei, al secondo l’evangelizzazione dei gentili. Si decreta che i gentili che “si convertono a Dio” non siano gravati della Legge, ma si limitino ad abiurare la loro precedente religione e tutte le pratiche ad essa legate. Sappiamo che Paolo abolì la Legge nelle comunità da lui fondate grazie a quello che egli stesso dice nelle sue lettere, in particolare nella lettera ai Galati: «La legge per noi è come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo» . Egli presenta la Legge come un elemento del mondo e la fede come un elemento dello spirito, quindi continuare a seguire la Legge è essere «come schiavi degli elementi del mondo» , così come lo era stato lui prima della conversione. Sicuramente, tra i precetti aboliti, c’era anche il rispetto del sabato. Se è del tutto normale che i giudeo-cristiani continuassero a rispettare il riposo sabbatico, è invece straordinario che, di propria iniziativa, iniziassero a seguire tale precetto anche i pagano-cristiani , ma occorre far attenzione alla natura spesso superstiziosa della religione classica. Il sabato ebraico coincide con il giorno di Saturno, ossia il Kronos greco, divinità nefasta, che trasmette questa sua qualitas al giorno da lui presieduto. Fu forse per questo motivo che i pagani che avevano aderito alla nuova fede non incontrarono molte difficoltà ad accettare il precetto del riposo sabbatico, magari convinti che i giudei lo seguissero per venerare gli angeli regolatori del tempo. La lettera ai Galati, scritta intorno al 54, va forse a collocarsi in un ambiente simile. Chiarimenti sulla Domenica 2I Padri della ChiesaI primi padri della Chiesa sono tutti concordi nell’affermare la necessità di superare il sabato, perché ormai la Legge non è più attuale. Il principale motivo di tale abbandono risiede nel fatto che per i cristiani la Legge fu data ai giudei come segno dei loro peccati, ma questi sono stati lavati dal Sacrificio di Cristo. Così Giustino, a metà del II secolo, argomenta la sua difesa dall’accusa mossagli dall’ebreo Trifone di non rispettare il sabato e per questo di essere peccatore. Inoltre aggiunge che, se per i giudei solo il sabato è giorno del Signore, per i cristiani tutti i giorni sono di Dio e tutti i giorni, in egual modo, devono essere dedicati a Lui, compiendo opere buone ed astenendosi dai peccati.Esiste anche un’interpretazione del sabato più spiritualizzante ed allegorica, che porta al superamento del riposo sabbatico. Ce lo testimonia l’epistola di Barnaba, al quindicesimo capitolo, che riporta l’interpretazione del decalogo. Qui si dice che non si deve interpretare la Scrittura alla lettera, perché quando è scritto Dio compì la creazione in sei giorni, significa che occorrono seimila anni perché egli completi la Sua opera. Il settimo giorno in cui si riposa non equivale al sabato, ma al settimo millennio, quando ci sarà la seconda venuta del Figlio, che porrà fine al regno dell’empietà, ed allora Dio si riposerà, così come si riposeranno gli uomini, o almeno coloro che sono stati giustificati. Il sabato gradito a Dio non è dunque quello ebraico, ma il sabato della seconda venuta, quello in cui ha messo a riposo l’universo e che segna l’inizio dell’ottavo giorno, del giorno del Signore, l’inizio di un nuovo mondo. Il problema sembrerebbe risolto così, ma in realtà, nonostante nei secoli II e III ci siano moltissimi autori che si scagliano contro la Legge ed il sabato, non solo i cristiani continuano a rispettare il riposo sabbatico, ma troviamo alcuni autori che si schierano a favore di tale pratica. Il revival del sabato si manifesta a partire soprattutto dal IV secolo, come ci testimonia la Vita I di s. Pacomio, redatta intorno al 370: «…(Pacomio) prescrisse che si tenessero tre istruzioni e che l’amministratore del convento ne facesse tenere una il sabato e due la domenica…» . Un altro illustre testimone è Epifanio di Salamina, che, scrivendo intorno al 377, ci dice: «In certi luoghi anche di sabato vengono tenute assemblee, non dappertutto però» , che ci fa sapere che tale pratica non è però diffusa ovunque. In un primo istante si potrebbe pensare che ciò sia dovuto alla sopravvivenza di un “partito” giudaizzante, rifiorito nel IV secolo. Contro questa ipotesi si pone il fatto che prima dell’età costantiniana non esistono testimonianze che ci parlano di celebrazioni eucaristiche di sabato. Dunque fu una novità. Sebbene alcuni autori critichino le celebrazioni eucaristiche che avvengono di sabato, vedendovi una ricaduta nel Giudaismo, per i cristiani il sabato ha completamente perso il valore che ha per i giudei, così non c’è più alcun rischio di cadere in confusione tra il significato del sabato e quello della domenica. Infatti non si parla mai di riposo sabbatico, ma di celebrare l’eucarestia. Le polemiche dureranno ancora secoli, perché l’usanza di riposare il sabato non si estinguerà per molto tempo ancora, tant’è che ne ritroviamo una testimonianza nella Roma di Gregorio Magno, quindi già a cavallo tra il VI ed il VII secolo. Il pontefice critica la pratica di alcuni cristiani di rispettare le feste giudaiche insieme a quelle cristiane, vista come un preludio della venuta dell’anticristo, ma dimostrando come ancora, agli inizi del VII secolo, quando ormai il Cristianesimo dovrebbe aver consolidato i suoi capisaldi, ci siano ancora queste confusioni. La cristianizzazione del tempo civile«La scansione del tempo che si realizza durante il IV secolo è stata una delle rivoluzioni sociali e religiose più radicali e durature, la quale ha riguardato tutta la storia posteriore. Ancora oggi essa regola la vita dell’uomo sociale. Questa cristianizzazione del tempo inizia con l’imperatore Costantino con il riconoscimento della domenica come giorno festivo e si amplia con i suoi successori fino ad inglobare, già alla fine del quarto secolo, tutto l’anno liturgico cristiano» . Con queste parole il professore Di Berardino inizia un suo articolo sulla cristianizzazione del tempo, un fenomeno sociale che è stato fondamentale nella storia dell’Occidente, cambiando completamente l’organizzazione temporale dell’impero.I primi tre secoliInizialmente i cristiani non vollero trasporre il riposo sabbatico alla domenica, perché la concezione della festa era diversa: il giorno del Signore non possedeva una qualitas diversa da quella degli altri giorni, e l’unica cosa di cui ci si dovesse preoccupare era di non astenersi dalle riunioni eucaristiche. Così, nel 300 circa, aveva decretato il Concilio di Elvira: «Si quis in ciuitate positus tres dominicas ad ecclesiam non accesserit, pauco tempore abstineatur, ut correptus esse uideatur» . Per il cristiano diventa quindi un dovere inequivocabile recarsi in chiesa ogni domenica, creando delle difficoltà per chi era costretto a lavorare. Di conseguenza occorreva che la domenica diventasse un giorno festivo. Generalmente, i Romani rispettavano le feste dei popoli sottomessi, come il sabato ebraico, ma per i cristiani la situazione era più complicata, perché essi non erano inscrivibili in un determinato popolo, ma la religione prevaricava ogni confine etnico.Costantino MagnoFu probabilmente per questo motivo che Costantino, in un decreto del 321 conservatoci nel Codex Iustinianus, vieta ogni attività lavorativa, eccetto quella agricola, nel dies solis .Ma soprattutto vieta le attività dei giudici, dimostrando in tal modo come l’imperatore volesse proteggere i cristiani nel giorno in cui essi dovevano recarsi in chiesa, dando loro il tempo necessario ed evitando che essi fossero disturbati dai litigi. Si potrebbe a questo punto fare un’osservazione: Costantino non utilizza il termine dies dominica, ma dies solis, per cui forse non si riferisce alla domenica cristiana, bensì al giorno del sole, essendo egli, com’è noto, un adoratore del Sol Invictus. Tuttavia, se egli avesse utilizzato il nome cristiano, avrebbe pubblicato una legge incomprensibile alla maggior parte dei cittadini, mentre in questo modo si faceva capire da tutti, cristiani e pagani. Inoltre, è molto probabile che il redattore della legge fosse un pagano, come la maggior parte dei burocrati dell’impero. L’idea che egli voglia proteggere i cristiani è supportato dal fatto che, qualche decennio dopo, una legge proibisce che i giudei siano chiamati in tribunale di sabato.La domenica come giorno festivo: giochi e ed emancipazioniLa legge fu più volte ribadita dai successori di Costantino e dallo stesso imperatore, e ciò dimostra che ci fu una certa difficoltà nell’istituire un giorno di festa comune a tutti in cui ci si dovesse astenere dal lavoro. Per i romani, infatti, durante le feste le attività non venivano interrotte, eccetto quelle giuridiche, che risentivano della qualitas negativa dei giorni di appartenenza divina. Nella maggior parte dei casi, essi organizzavano degli spettacoli per divertire gli dei e, quindi, ingraziarseli, scongiurando in tal modo ogni pericolo derivante dai dies nefasti. Così, quando la domenica divenne un giorno festivo, uno dei primi segni di normalizzazione fu proprio l’organizzazione di giochi, cosa che inorridì i vescovi di tutto l’impero. La ragione che spinse i vescovi a lamentarsi, fu che gli spettacoli impedivano le celebrazioni eucaristiche, o forse perché i cristiani preferivano assistere agli spettacoli piuttosto che recarsi in chiesa. Così accadde che nel 392 gli imperatori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio proibirono di organizzare spettacoli di domenica, almeno che non si trattasse dei festeggiamenti per il compleanno dell’imperatore.Un altro elemento che rese la domenica un giorno di festa fu l’idea dei giudici che ogni atto decretato in questo giorno non avesse valore, perché, essendo festa, era un giorno nefasto, quindi interdetto alle attività giuridiche. La controversia riguardava le emancipazioni e le manomissioni, che, secondo la legge del 3 luglio 321, sempre di Costantino, erano le uniche attività giuridiche permesse. Però, come abbiamo più volte detto, la domenica cristiana non ereditò mai questa qualitas negativa, ma anzi si ricoprì, proprio per emancipazioni e manomissioni, di un significato di compassione, diventando anche il giorno in cui i carcerati erano portati fuori per essere interrogati, minacciando pene per i giudici che trasgredivano a tale ordine. Le feste cristiane: le uniche nell'ImperoTuttavia, man mano che le feste cristiane furono inglobate nel calendario civile dell’impero, i giorni utili per i giudici diminuirono fino al punto di inceppare la macchina giudiziaria. La soluzione fu drastica ma risolutiva, e fu applicata nel 395, quando, sotto Arcadio ed Onorio, a Costantinopoli fu pubblicata la legge che prevedeva l’abolizione delle feste pagane, dando ai cristiani l’esclusiva sul calendario civile.La domenica come giorno di mercatoInfine la domenica divenne il giorno dedicato al mercato. Considerato che i Romani, pur conoscendola, non davano alla settimana alcun rilievo, essi seguivano un ciclo di otto giorni tipicamente preindustriale. Non essendoci abbastanza negozi, le vendite non potevano avvenire quotidianamente, ma si concentravano in un giorno con cadenza fissa, le nundine, giorni di mercato, così come ancora oggi esistono alcuni mercati settimanali. In questi giorni era festa anche nelle scuole, visto che queste erano situate presso il foro e quindi il rumore impediva lo svolgimento delle lezioni. Una volta che la domenica venne liberata da ogni attività, appare naturale che il mercato fu trasferito in tale giorno, facilitando in tal modo il radicarsi del ciclo settimanale anche nella vita sociale dei non cristiani.La nomenclatura dei giorniCome abbiamo più volte ripetuto, la settimana ebraica è incentrata sul sabato, mentre gli altri giorni non hanno una loro identità indipendente, ma sono il primo, il secondo…il quinto giorno dopo il sabato, eccezion fatta per il venerdì, detto parasceve o avansabato (προσαββάτον), a ricalcare ancora maggiormente il valore del sabato, perché il giorno che lo precedeva serviva a preparare tutto ciò che occorreva per non infrangere il divieto sabbatico.La domenicaPer i primi anni, i cristiani mantennero tale nomenclatura: la domenica era “il primo giorno della settimana” (ἡ μιὰ τῶν σαββάτων), nonostante questo fosse il giorno più importante della settimana. Così è indicata in tutto il Nuovo Testamento, eccetto nell’Apocalisse di Giovanni, dove è chiamata “κυριακὴ ἡμέρα”, giorno del Signore. Che cosa significa? Visto il contesto abbiamo due possibilità: Pasqua annuale e dies dominica. Si può escludere facilmente la prima ipotesi, perché la Pasqua è sempre indicata con altri nomi e, visto che ricopre già un ruolo di grande importanza, i cristiani non avrebbero avuto alcuna ragione di cambiarne il nome. Appare quindi più che probabile che in questo caso ci si riferisca alla domenica, e che dunque questo testo, redatto intorno alla fine del I secolo , sia la prima testimonianza in cui la domenica è indicata con un nome simile a quello odierno. Nei testi non testamentari, quasi mai è indicata come “primo giorno della settimana”, ma generalmente con dies dominica, o il suo corrispondente greco κυριακὴ ἡμέρα. Anche nella Didachè, collocabile, come abbiamo visto, nell’ultimo decennio del I secolo, è chiamata allo stesso modo, insieme ad altri testi coevi o di poco posteriori e quindi databili nel II secolo.Un altro modo di chiamare la domenica è “l’ottavo giorno”, continuando la numerazione della settimana prima. Tale maniera di indicare il giorno di culto cristiano deriva da una concezione spirituale della domenica e della circoncisione. Come ci dice Giustino, la circoncisione viene effettuata nell’ottavo giorno in previsione della vera circoncisione ad opera della Resurrezione, avvenuta appunto nell’ottavo giorno. Sempre nel II secolo, e precisamente tra il 150 ed il 155, abbiamo la testimonianza di un cristiano che chiama la domenica con il nome pagano: è sempre Giustino, che, nella sua Prima Apologia, ci parla di “giorno del sole” (τῇ τοῦ ἥλιου ἡμέρα). Ma se è raro che i cristiani utilizzino tale terminologia, con essa è indicata in tutta la legislatura imperiale del IV secolo. È così nella prima legge costantiniana del 321, e sarà così fino al 399, anno in cui è datata le prima legge in cui ci si riferisce alla domenica esclusivamente con il nome cristiano, anche se tale nomenclatura era comparsa prima, affiancando quella classica, scoprendo in ogni caso una mano cristiana. I giorni della settimanaCi furono più difficoltà per indicare gli altri giorni della settimana. Almeno inizialmente, i cristiani non ebbero alcun fastidio a chiamare i giorni della settimana con i nomi dei pianeti, come ben dimostra Giustino. Inoltre i cristiani, evitando l’isolazionismo di tipo giudaico, vivevano come normali cittadini, avendo quindi numerosi rapporti con i pagani, per cui deve essere stato più facile utilizzare i nomi pagani dei giorni. Per i Romani ogni giorno era presieduto da una divinità, che ne influenzava la qualitas. Secondo i principi dell’armonia e della protezione di dette divinità, si decise, in tempi remoti, di seguire questo ordine: Saturno, Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere. I cristiani utilizzarono questa nomenclatura finché la Chiesa, temendo influssi paganeggianti o superstiziosi, decise di proibire tale usanza ed indicare tutti i nomi secondo l’uso ebraico. I giorni dal lunedì al giovedì divennero feria secunda, feria tertia, feria quarta e feria quinta, creando così un paradosso che dura ancora oggi, dove i giorni lavorativi sono quelli feriali, mentre le feriae erano, per i romani, i giorni festivi. Il venerdì continuò ad essere chiamato parasceve, come in ebraico.A partire dal IV secolo, periodo di diffusione del culto solare, ma anche periodo di proliferazione del Cristianesimo sotto la protezione di Costantino, si diffondono nuovamente i nomi planetari, soprattutto per i giorni tra la domenica ed il sabato, e così rimarrà fino ai nostri giorni, mentre la nomenclatura liturgica conserva ancora oggi i nomi ebraici. Un nuovo interessantissimo libro delle Edizioni Lindau
Abbé Pierre In cammino verso l'essenziale Un appello ai giovani Collana: «I Pellicani» - religione, cristianesimo, spiritualità L'Autore Henri Grouès – l’Abbé Pierre – nacque a Lione nel 1912. Ordinato sacerdote nel 1938, partecipò alle attività della Resistenza francese, divenendone presto uno dei capi. Dopo la guerra fu eletto deputato e fece parte dell’Assemblea Nazionale, ma, dopo qualche anno, abbandonò l’attività politica per dedicarsi ai poveri e ai bisognosi: nacque così Emmaüs, l’associazione dei «compagni», che attraverso il recupero dei materiali riciclabili e di tutto ciò che finiva nelle cantine e nelle soffitte delle famiglie finanziava le azioni di sostegno e aiuto ai più poveri, e che nel corso del tempo è diventata un’organizzazione articolata presente in tutti i continenti. L’Abbé Pierre è morto il 22 gennaio 2007. Il Libro Il 1° febbraio 1954, durante uno degli inverni più freddi del dopoguerra, l’Abbé Pierre rivolge un appello radiofonico ai francesi di buona volontà, dando avvio a quella che fu definita l’«insurrezione della bontà» e alla sua battaglia contro l’emarginazione e la povertà nelle nostre città e nel mondo. Dopo cinquant’anni l’Abbé Pierre, ormai novantenne, si rivolge alle giovani generazioni e le invita a una nuova rivoluzione, capace di assicurare all’umanità intera un’autentica prospettiva di futuro. Egli conosce i loro tormenti interiori e il loro desiderio di costruire qualcosa di duraturo e profondo, la loro difficoltà a ribellarsi a un modo omologato di vedere le cose e a trovare altre strade, i problemi concreti che assillano le famiglie, le ingiustizie che dividono il mondo e le società, e indica una rotta diversa. Ognuno di noi, con il suo lavoro e il suo impegno, può costruire un mondo migliore, semplicemente facendo bene ciò che deve. Ma è anche necessario che si instauri un ordine delle cose più equo, che preveda una reale condivisione delle risorse e delle ricchezze. Il futuro dell’Uomo e della Terra dipende in buona misura dalla volontà di costruire giorno dopo giorno una più equilibrata convivenza tra ricchi e poveri, tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Solo questo ci consentirà di controllare i grandi spostamenti di popolazioni che assillano e mettono in crisi le nostre società ricche e fiorenti e che, senza una decisa sterzata delle politiche economiche mondiali, non potranno che intensificarsi. Windows Live Mobile Da oggi la posta di Hotmail la controlli anche dal tuo cellulare! L'AscensionePregare con le icone
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L'Ascensione
______________________________________________________________________________________________________________Il brano del Vangelo Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: "Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?". Ma egli rispose: "Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra". Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n'andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo". (At 1, 6-11) Breve lettura dell'icona (dal libro di Angelo Vaccarella: Icone e Feste del Cilco Liturgico) L'icona è divisa in due livelli: in alto troviamo il Salvatore in gloria (livello celeste), mentre in basso (livello terrestre) troviamo la Vergine orante con gli apostoli. Gesù dunque è assunto in cielo, "elevato in alto sotto i loro occhi", sottratto da una nube al loro sguardo, ritornerà sulle nubi e ognuno lo vedrà (cf Ap 1,7) . Il Cristo, sorretto da due angeli, sembra seduto su un trono con vesti regali. Nella mano sinistra tiene il rotolo della Legge, mentre il gesto della sua mano destra ci fa capire che Lui è il Pantocratore, cioè il "Dominatore di tutte le cose". Nel secondo livello, nella parte inferiore dell'icona, dunque troviamo Maria, gli apostoli e gli angeli, immersi in uno sfondo roccioso, sulla sommità del quale si elevano quattro alberelli: la terra si ricongiunge al cielo in una grande liturgia d'amore e di pace. In secondo piano e ai lati di Maria ecco due angeli in vesti luminose che alzano le loro braccia al cielo quasi ad indicare la venuta di Gesù: "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo". (At 1, 11). La Vergine orante è situata al centro dell'icona perché raffigura la Chiesa, la nuova Eva. Un triangolo simbolico è formato dai nimbi dei due angeli e da quello di Maria; esso simboleggia la Santissima Trinità, dove gli angeli richiamano alla memoria il Padre e lo Spirito Santo e Maria, invece, il Figlio, che da Lei è stato generato. Infine ecco gli apostoli, sei a destra e sei a sinistra della Madre di Dio. In primo piano alla sinistra del nostro sguardo, scorgiamo Pietro, mentre dall'altro parte c'è Paolo. I due sono i baluardi della fede ed il loro sguardi sono rivolti al Cristo che ascende, ma che già viene nella speranza della promessa.
Agostino, Sermo 263, 2
Preghiera
Eterno, Altissimo Signore, Alla destra del Padre tu sali, Tu sali per accogliere l'omaggio Tremano gli angeli vedendo Nostra gioia sii tu che in ciel n'attendi Quaggiù rimasti, noi ti supplichiamo, Sicché quando improvviso tornerai A te, Signor, sia gloria Aeterne Rex altissime, Ascensione, liturgia horarum, hymn. ad off. lectionis
La festa Nei primi tre secoli, la Chiesa celebrava l'Ascensione del Signore insieme con la solennità della Pentecoste. Nel giorno della Pentecoste, nel pomeriggio, i fedeli si recavano al Monte degli Ulivi dove, nella chiesa che ricordava l'Ascensione del Signore, ascoltavano brani della Sacra Scrittura relativi all'Ascensione, e si cantavano le antifone e gl'inni. Nella seconda metà del IV secolo l'Ascensione del Signore costituisce già una festa a parte e viene celebrata quaranta giorni dopo la Risurrezione. Live Search Maps Vorresti un pub diverso dal solito? Cercalo con Live Search Maps! |
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